Recensioni

Watchmen: il coraggio di chi ha capito – Recensione della serie HBO di Damon Lindelof

Watchmen: la recensione
HBO

Ci vuole coraggio. Certo, con quello che ti pagano, magari è più facile trovarlo. Ma ce ne vuole comunque tanto a scrivere una serie TV che porti lo stesso nome di una graphic novel che è molto più di un fumetto. Perché Watchmen non è solo uno dei capolavori di Alan Moore. È quasi una religione con fan fondamentalisti e fedeli pronti ad accusare di blasfemia chiunque si avvicini senza il dovuto rispetto a Doctor Manhattan e Rorschach, a Ozymandias e Laurie Blake. Anche se sei autore di quella pietra miliare della TV che è Lost e puoi vantare la qualità superiore di The Leftovers, devono tremare i polsi quando ti si chiede di scrivere una serie su Watchmen. Ma Lindelof quel coraggio l’ha trovato. Ed ha fatto bene.

Watchmen: la recensione
Watchmen: la recensione – Credits: HBO

Un sequel scritto da chi ha capito

Consapevoli di chi avrebbe dovuto affrontare, Lindelof aveva scritto una lettera pubblica per proclamare il suo devoto rispetto alla saga di Alan Moore, ma reclamare al tempo stesso anche il diritto alla propria autonomia. Era stata interpretata come un timoroso mettere le mani avanti, ma la serie ha dimostrato quanto fosse in realtà un avviso per i naviganti. Perché il Watchmen di Lindelof non è un omaggio pedissequo e formale come lo era il (solo a tratti riuscito) film di Zach Snyder. Ne è piuttosto un sequel ambientato tanti anni dopo da potersi liberare della necessità di mostrare i personaggi di Alan Moore. O di richiamare solo quelli che sono necessari allo sviluppo della trama e non ad un banale e forzato fan service.

Il Watchmen targato HBO è un racconto fatto di conseguenze. La storia scritta da Alan Moore aveva piantato dei semi. Quella di Lindelof è figlia di quei germogli che sono nati e cresciuti rivelandosi non tutti carichi di frutti delicati, ma anche gramigna infestante che non ha migliorato il mondo salvato dal calamaro extradimensionale fatto cadere su New York da Ozymandias. E quel diario che Walter Kovacs aveva inviato al giornale di destra non è diventato il testo scritto da un eroe solitario e drammatico, ma la scusa per nascondere dietro la stessa maschera l’orrore di un passato che ritorna per dimostrare che niente finisce mai davvero. Non nel senso che intendeva il Dottor Manhattan. Ma, in quello più drammatico, di errori che si pensava fossero stati corretti ed invece aspettavano solo di ricomparire in prima pagina.

Errori come la questione razziale che la serie mette in primo piano mostrando per la prima volta in tv una ricostruzione del massacro di Tulsa, un evento tanto poco noto quanto tremendo. Orrori come il suprematismo paramilitare delle milizie bianche che sono l’estrema ma logica conseguenza del messaggio destrorso di Rorschach. Evoluzioni consequenziali di quanto Moore aveva scritto tra le righe della sua opera e che Lindelof porta a termine in Watchmen leggendo quello che forse neanche i fan avevano capito.

Che anche gli eroi possono avere torto. Se nessuno controlla i controllori, i loro errori possono diventare il sonno della ragione che genera mostri. Che non si accorgono neanche di esserlo come capita a Lady Trieu.

Watchmen: la recensione
Watchmen: la recensione – Credits: HBO

LEGGI ANCHE: Watchmen: tutto quello che sappiamo sulla serie TV basata sul fumetto

Persone e non personaggi

Lo aveva già dimostrato eloquentemente con The Leftovers e lo conferma con questo Watchmen. Lindelof sa fare dei suoi personaggi delle persone vere e proprie e non dei fantocci televisivi più o meno riusciti. In questa serie, però, riesce ad andare oltre. Perché, se Angela e Lady Trieu sono sue creazioni sulle quali aveva piena libertà, Laurie e Adrian, Doctor Manhattan e Hooded Justice sono stati inventati da Moore. Bisognava, quindi, comprenderne la vera natura per poter rendere credibile il loro presente in questa serie.

Lindelof ci riesce perfettamente. Perché la Laurie che da la caccia ai supereroi è lo Spettro di Seta diventata cinica e fredda perché abbandonata da Jon e rassegnata alla solitudine da cui evidentemente non è stata salvata dal rapporto co Night Owl. L’Adrian Veidt che si fa esiliare dal Doctor Manhattan su Europa in uno splendente maniero dove può disporre a suo piacimento di servitori adoranti è l’Ozymandias che ha sempre bramato la devozione che ritiene spetti a chi ha salvato il mondo. E il Will invecchiato che accetta di scendere a patti con il villain di turno è figlio di quel Hooded Justice che ha capito troppo tardi quanto neanche indossare la maschera sarebbe bastato ad ottenere la giustizia che cercava. Personaggi creati da Moore, ma trasformati in persone vere da un Lindelof che ne coglie l’umanità ferita nascosta dietro i nomi da eroi invitti

Watchmen non è solo loro. È anche e soprattutto quel che da loro è nato. Perché di quella generazione incerta sono discendenti inevitabili i poliziotti mascherati e i detective in costume. Violenti perché possono esserlo impunemente come Red Scare. Ammantati del fascino del mistero come Pirate Jenny. Protetti dalle loro insicurezze da un confortevole anonimato come Looking Glass. Proprio quest’ultimo è il prototipo del nuovo eroe americano che Lindelof scrive. Un uomo segnato dalla paura che trova la forza di essere impavido solo quando può diventare altro da sé. La maschera come una necessità e non come un simbolo. Non qualcosa che serve agli altri per avere un’immagine da idolatrare, ma piuttosto uno scudo che serve per difendersi dalle proprie debolezze.

Watchmen porta a termine quell’opera di umanizzazione dei supereroi che Moore aveva iniziato. Se il maestro inglese non fosse così rigido nel suo polemico astenersi da cinema e tv, sarebbe costretto ad ammettere che ciò che lui ha iniziato nei fumetti ha trovato la sua più giusta conclusione proprio sul medium che lui più odia.

Watchmen: la recensione
Watchmen: la recensione – Credits: HBO

Scrivere la fine

E che di conclusione si tratta è evidente proprio nella storia di Angela e del Dottor Manhattan. Lindelof riesce ad essere complementare a Moore dando all’icona di Watchmen l’unico attributo che gli mancava: la capacità di perdere. Perché anche un dio può accettare la fine e persino non opporvisi se a questa si arriva dopo una storia per cui è valsa la pena lasciarsi sconfiggere. Immortale, onnipotente, onnisciente.

Questo era il Dottor Manhattan scritto da Moore. Poteva essere tutto, ma qui sceglie di essere la cosa più difficile: umano. Sceglie di innamorarsi, di rinunciare ad essere sé stesso, di nascondersi tra la gente ordinaria, di vivere almeno per un po’ una vita comune dove essere marito e padre. E lo fa sapendo nel modo unico di chi è nello stesso momento in ogni luogo e in ogni tempo. Proprio per questo può anche decidere di non combattere contro la propria fine perché evitarla significherebbe cambiare tutto ciò che è stato. Passato, presente e futuro non esistono per il Dottor Manhattan. Il dolore di oggi è cancellato dalla gioia di ieri e le paure di domani svaniscono di fronte agli abbracci che non finiscono mai per chi può vivere ogni passato come se fosse un eterno presente senza doversi preoccupare di un futuro che è già accaduto.

Angela e Lady Trieu diventano, infine, solo la penna che scrive la fine che doveva spettare a quei personaggi che a loro sono legati. Una fine amara come quella di Adrian che riceverà punizione invece che premio per quella stessa presunzione che ha portato alla sconfitta sua figlia. Una fine accettata da chi è grato per ciò che ha avuto come Angela che ha perso qualcuno che vive ancora.

Watchmen poteva essere un disastro ed è stato, invece, una delle migliori serie di questo 2019. Grazie a Lindelof che ha fatto la cosa più difficile: capire cosa era davvero il Watchmen di Alan Moore e avere il coraggio di scriverne la parola fine.

Watchmen: la recensione
4.5

Giudizio complessivo

Il coraggio di scrivere un sequel che capisce il messaggio dell’originale e ne racconta il finale più logico

Sending
User Review
4.5 (2 votes)
Comments
To Top