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Cinema

Il processo ai Chicago 7: un caso di ieri per parlare all’America di oggi – Recensione del nuovo film di Aaron Sorkin su Netflix

Il processo ai Chicago 7: la recensione
Netflix

Titolo: Il processo ai Chicago 7
Genere: biografico, storico
Anno: 2020
Durata: 2h 10m
Regia: Aaron Sorkin
Sceneggiatura: Aaron Sorkin
Cast principale: Sasha Baron Cohen, Eddie Redmayne, Jeremy Strong, Alex Sharp, John Carroll Lynch, Mark Rylance, Yahia Abdul  – Mateen II, Joseph Gordon – Levitt, Frank Langella, Michael Keaton, Ben Shankman, J.C. MacKenzie

Aaron Sorkin è di New York e l’italiano probabilmente non lo conosce. Difficile, quindi, che abbia mai sentito il detto “parlare a nuora perché suocera intenda”. Né sarebbe capace di modificarlo in un opportuno “parlare della suocera perché nuora intenda”. Però, il suo Il processo ai Chicago 7 fa proprio questo. Dove la suocera è l’America del ’68 e la nuora è quella di oggi.

Il processo ai Chicago 7: la recensione
Il processo ai Chicago 7: la recensione – Credits: Netflix

Una (ennesima) pagina buia

Alla ricerca continua di un modo di reagire alle accuse per la bassa qualità della sua produzione cinematografica, Netflix sta ultimamente diventando più selettiva nella scelta delle storie da raccontare. Non più solo commedie superficiali o film action fracassoni. Ma anche esperimenti complessi (Sto pensando di finirla qui di Charlie Kauffman) e argomenti impegnati. Il processo ai Chicago 7 si inserisce in questo contesto e lo fa sulla scia della lodevole miniserie  When They See Us.

Ancora una volta al centro della narrazione è un caso legale che ha attirato l’attenzione mediatica e che ha visto condannare ingiustamente degli innocenti colpevoli solo di essere stati scelti come bersagli dal potere dominante. Per gli Harlem 5 quel potere aveva il volto della polizia bianca e razzista. Per i Chicago 7 quello dell’amministrazione Nixon alla ricerca di una condanna esemplare che mettesse a tacere ogni voce contraria alla guerra del Vietnam. Senza alcun riguardo per quella che doveva essere la giustizia.

Il 28 Agosto del 1968 la convention del partito democratico a Chicago che doveva nominare il candidato alle presidenziali fu interrotta per il degenerare delle manifestazioni in città contro la guerra del Vietnam. Nonostante gli scontri si fossero originati per la violenza della polizia che voleva far rispettare il coprifuoco artatamente imposto dalle autorità cittadine, sette attivisti furono arrestati. Nomi scelti non a caso. Abbie Hoffman e Jerry Rubin erano i leader del Young International Parties (anche detto partito degli hippies). Tom Hayden e Rennie Davis guidavano gli Students for Democratic Society. Dave Dellinger era il capo di un movimento pacifista. John Froines e Lee Weiner erano due anonimi attivisti scelti solo perché la giuria potesse mostrare clemenza assolvendo due innocui manifestanti a caso. Con i sette fu arrestato anche Bobby Seale che alle proteste non aveva neanche partecipato, ma era il leader delle Black Panthers.

Il procuratore generale in carica Ramsey Clarke non ritenne ci fosse alcun motivo per mandarli a processo, ma l’elezione di Nixon cambiò le cose. Il nuovo procuratore John Mitchell si inventò l’accusa di cospirazione per andare incontro ai desiderata del presidente che voleva così liberarsi delle voci più rumorose contro la sua politica. Scelta che si rivelò quanto mai deleteria. Come ripeteva uno degli slogan urlato dagli attivisti, tutto il mondo guardò a quello che stava succedendo nella corte del giudice Julius Hoffman. E vide quanto quel processo fosse solo una disgustosa farsa la cui sentenza politica era già scritta.

Il processo ai Chicago 7 è il racconto di quelle udienze affollate, delle prevaricazioni del giudice, delle bugie di poliziotti e investigatori, della ignominioso trattamento di Bobby Seale che fu imbavagliato e incatenato in aula. Di tutto ciò che si può fare per cancellare da un tribunale la parola giustizia.

Il processo ai Chicago 7: la recensione
Il processo ai Chicago 7: la recensione – Credits: Netflix

Ieri come oggi

Il processo ai Chicago 7 è il racconto di un sopruso particolare messo in scena per sottolinearne gli aspetti più generali. Scritto da Sorkin già nel 2007 per uno Steven Spielberg che preferì poi altri progetti, il film è ricco di riferimenti alla situazione sociale e politica degli Stati Uniti di oggi. Proprio questa coincidenza dovrebbe far riflettere perché evidenzia ancora di più come i problemi che pone in evidenza siano rimasti inalterati. Non dal 2007 in cui Sorkin stese la prima versione della sceneggiatura, ma dal 1970 in cui fu emessa la sentenza.

Cinquant’anni sono passati da allora, ma davvero qualcuno potrebbe dire con sicurezza che quella storia non potrebbe ripetersi? Che, in un paese in cui i magistrati sono eletti o nominati, non si potrebbe di nuovo imbastire un processo con capi d’accusa ad hoc solo per condannare una voce contraria? In una nazione dove è il presidente di turno ad indirizzare, tramite il procuratore generale, l’atteggiamento di una parte della magistratura, quanto si può ancora credere alla separazione dei poteri che è la base della democrazia? In un sistema che non ha avuto vergogna di imbavagliare chi voleva far sentire la sua voce, come ci si può sorprendere che ancora esistano omicidi spacciati per azioni legittime da parte di una polizia che agisce solo per il colore della pelle?

Con Il processo ai Chicago 7 Sorkin costringe lo spettatore ad interrogarsi anche su cosa significhi amare la propria patria. Lo invita ad andare oltre la troppo spesso assolutoria convinzione che anima la frase “giusto o sbagliato è il mio paese” tanto cara a buona parte degli americani. Più onesto è riconoscere che si può rispettare le istituzioni di quel paese e disprezzare che siano occupate da determinate persone in quel preciso momento (come eloquentemente afferma Abbie Hoffman alla sbarra). Capire come cambiare ciò che non va è un compito tanto difficile che le diverse anime della contestazione finiscono per confrontarsi in una convivenza a volte persino rissosa perché troppo diverse sono le idee in cui credere. E perché troppo si è attenti alle differenze di metodo piuttosto che alla comunanza degli obiettivi finali.

Il processo ai Chicago 7 è allora un film scritto guardando a ieri ma pensando ad oggi. Un modo per parlare del passato oscuro di un’America che è brava a dimenticare in fretta i propri errori per commetterli ancora a distanza di anni.

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Il processo ai Chicago 7: la recensione
Il processo ai Chicago 7: la recensione – Credits: Netflix

Un cast corale al servizio del potere della parola

Trattandosi di un film scritto da Sorkin, non sorprende che il punto di forza di Il processo ai Chicago 7 siano i dialoghi. E non poteva essere altrimenti dato che è attraverso le parole dei protagonisti che si disegnano i loro modi diversi di affrontare lo stesso problema. Più ancora che negli atteggiamenti davanti alla corte o nel modo di vestire sono i loro discorsi a caratterizzarli in modo eloquente. Le parole fiere di Bobby. I silenzi timidi di Rennie. La veemenza controllata di Tom. Il tono stralunato di Jerry. Le battute irriverenti di Abbie. La passione rassegnata del loro avvocato William Kunstler. La pacatezza professionale dell’accusatore Richard Schultz. La sicumera superba del giudice Hoffman. Tonalità diverse di un coro dove ogni voce contribuisce alla riuscita di una melodia dove nessuna nota è fuori posto. 

Il processo ai Chicago 7 può sembrare a volte troppo didascalico nello spiegare ciò che dovrebbe essere evidente e manicheo nel suo rimarcare la separazione tra buoni e cattivi. Ma è una semplificazione voluta perché Sorkin sembra condividere il pensiero di chi, come Kunstler, è convinto “se credi nell’intelligenza della gente, rimarrai delusa molto spesso”. Anche per questo sceglie una regia lineare impreziosita da un montaggio efficace che sa anche unire con fluidità scene girate ed immagini di repertorio. Tutto messo al servizio di un cast corale dove ogni attore aderisce perfettamente al suo personaggio. Una citazione a parte la meritano comunque Sasha Baron Cohen per come sa rendere istrionico e convincente il suo Abbie, Mark Rylance per la figura di un avvocato che sa di essere condannato alla sconfitta ma non rinuncia alla partita, e Frank Langella per la capacità di far odiare il suo giudice Hoffman.

Seppure in una cornice molto meno drammatica, Il processo ai Chicago 7 porta, in fondo, lo stesso messaggio con cui Primo Levi chiudeva il suo Se questo è un uomo. Anche di quel processo ingiusto si può dire “considerate che questo è stato e non dimenticate”. Affinché oggi smetta di essere uguale a ieri.

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Il processo ai Chicago 7 - la recensione
  • Regia e fotografia
  • Sceneggiatura
  • Recitazione
  • Coinvolgimento emotivo
3.7

Giudizio complessivo

Un film corale su un caso di ieri per ricordare all’America che gli errori del passato sono qui ancora oggi

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