
The Return: il ritorno di un eroe che rinnega sé stesso – Recensione del film di Uberto Pasolini con Ralph Fiennes e Juliette Binoche
Titolo: The Return
Genere: drammatico
Anno: 2024
Durata: 1h 56m
Regia: Uberto Pasolini
Sceneggiatura: Edward Bond, John Collee, Uberto Pasolini
Cast principale: Ralph Fiennes, Juliette Binoche, Charlie Plummer, Claudio Santamaria, Marwan Kenzari
Nel libro XIX dell’Odissea, a cui The Return di Uberto Pasolini è ispirato, Omero collega il nome greco del suo protagonista ad un verbo che significa essere odiato. Il nome dell’eroe omonimo starebbe, quindi, ad indicare colui che odia e che è odiato. Una interpretazione parziale perché altre assonanze sono state proposte con altri significati. E neanche del tutto affidabile dato che sembra essere introdotta ad hoc per stabilire un legame con l’odio che Odisseo prova per i Proci che in sua assenza hanno preso possesso del suo palazzo reale.
Ma una interpretazione che torna utile nel parlare di questa rilettura dell’eroe omerico che diventa protagonista del film presentato alla Festa del Cinema di Roma.


Il trauma dell’eroe
The Return dell’Odissea di Omero non intende seguire l’intera storia, ma solo la parte finale. Il ritorno ad Itaca di Odisseo come viene chiamato più filologicamente corretta il protagonista di questo film e del poema omerico. Una Itaca che porta i segni sofferti del lungo dominio dei Proci che hanno spogliato l’isola delle sue ricchezze dimorando da anni nel palazzo reale. Un luogo un tempo idilliaco rassegnato alla decadenza perché da troppo tempo privo del suo re protettore. Con la sola regina Penelope a rimandare l’inevitabile e il debole figlio Telemaco a doversi difendere da chi non gli permetterebbe mai di assumere il ruolo che fu del padre mai conosciuto e ormai dato per morto.
È in questa isola ormai in attesa del suo ultimo giorno che torna Odisseo. L’eroe che da tanto era atteso per scacciare i Proci usurpatori. Una sorta di messia laico che vendicherà gli oppressi e farà risorgere i fasti perduti. Il re vincitore che renderà grazie alla regina fedele. È però qui che The Return si discosta dal testo omerico riscrivendo la figura del suo protagonista. Perché l’Odisseo che dalla spiaggia dove approda come naufrago si trascina verso l’umile dimora di Eumeo è nudo non solo letteralmente, ma soprattutto figurativamente. Non è ammantato dalla leggenda che come un mantello regale altri hanno appoggiato sulle sue spalle guerriere. Non ha il capo cinto dall’aureola santificatrice che il mito ha posto sul suo capo. È, invece, spogliato di ogni trionfo e fiaccato nello spirito più che nel gracile e martoriato corpo invecchiato.
L’Odisseo di The Return è un eroe che non riesce a trovare in sé stesso la forza che quella parola sottintende. Troppi sono gli anni in cui è rimasto lontano da casa perché nella guerra aveva trovato la sua dimora. Un luogo dove isolarsi per non dover affrontare i fallimenti nascosti nell’abbagliante fulgore che circonda chi usurpa il nome di vincitore. Un esilio volontario come punizione per espiare il peccato di essere l’unico sopravvissuto del gruppo che da lui si fece guidare verso un’impresa il cui senso ormai non esiste.
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In The Return non c’è paradossalmente alcun ritorno perché l’Odisseo che sbarca sull’isola è un’altra persona rispetto a quello che ne è partito. Il re che partì per la guerra di Troia è scomparso per sempre ormai.


Dimenticare per trovare la pace
L’Odisseo di The Return potrebbe quasi essere paragonato ad un reduce alla prese con una sindrome da stress post – traumatico. Solo che a questo reduce tocca l’improbo compito di convivere e sopravvivere alle sue fragilità per poter portare la pace nella sua Itaca. Ma, scriveva Cicerone nelle sue Filippiche, si pace frui volumus, bellum gerendum est. Se vogliamo godere della pace, bisogna fare la guerra. Esattamente quello che deve fare Odisseo per liberarsi dei Proci e premiare la fedeltà incrollabile di Penelope, lenire la rabbia repressa di Telemaco, ringraziare la devozione sicura di Eumeo.
Colui che odia e che sarà odiato. Che odia i Proci e la loro inesauribile sete di potere. Che sarà odiato da sé stesso perché altro sangue e altra violenza dovrà portare quando invece cercava solo la pace. Un pace che per Odisseo può nascere solo dal dimenticare. Cancellare il ricordo di ogni guerra. Ricoprire con il rilassante candore dell’oblio il vivido rossore di sangue e morte. Ed, in fondo, dimenticare per trovare la pace è quello che lo stesso Antinoo, capo dei Proci, suggerisce proprio a Penelope. Scordarsi di Odisseo per sposare lui e così porre fine ad ogni conflitto. Cancellare un passato che non può tornare per disegnare un futuro sereno. The Return dimostra così di voler rileggere non solo la figura dell’eroe, ma anche dell’antagonista in nome di una filosofia pacifista basata sul non ricordare i torti.
Lezione la cui correttezza è, però, negata proprio da Penelope. Perché per dimenticare bisogna prima ricordare. Leggere il passato per trovare gli errori che hanno generato quegli orrori che si vuole scordare. Ascoltare i racconti di chi ha conosciuto la guerra per conoscere il male che non si vuole far tornare. The Return si mantiene in bilico tra queste due apparenti antinomie, tra questi due concetti opposti alla ricerca di una sintesi risolutiva.
Ricordare e dimenticare. Ricordare per dimenticare. Dimenticare per non dover avere più alcuna guerra da ricordare.


Il medium sbagliato per una giusta ambizione
L’operazione intellettuale che The Return vuole fare in questa riscrittura dei personaggi omerici dell’Odissea è sicuramente degna di nota. Persino ambiziosa. Ma proprio questa ambizione finisce per appesantire il film che non è forse il mezzo più adatto per raggiungere un siffatto scopo. Conseguenza è una certa lentezza che si scontra poi con la necessità di accelerare quando la storia deve raggiungere il suo già scritto finale. L’andamento del film risulta perciò discontinuo mettendo a dura prova la pazienza di uno spettatore che sa dove i mille silenzi e i sofferti discorsi andranno a finire.
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The Return prova a tenere desta l’attenzione di chi è in sala affidandosi al magnetismo ipnotico dei suoi attori principali. Ralph Fiennes mette a disposizione il suo fisico asciutto ma invecchiato per dare corpo all’animo esausto del suo Odisseo. Anche la voce stanca e i silenzi intensi aiutato a rendere immediatamente visibile l’invisibile sofferenza di un personaggio che vorrebbe solo dimenticare ed essere dimenticato. Di diverso tenore è, invece, la risolutezza di Juliette Binoche e della sua Penelope. Nella fierezza dello sguardo brilla la forza morale di una donna che gli anni hanno costretto a farsi baluardo contro la fine di un sogno. Di fronte a questo ottimo duo svaniscono sullo sfondo le pur convincenti prove recitative di Charlie Plummer e Marwan Kenzari, mentre il nostro Claudio Santamaria sembra limitato da un ruolo monocorde.
The Return chiede molto al suo spettatore e, forse, restituisce meno di quello che promette. Non perché non abbia molto da dire, ma piuttosto perché ogni messaggio va spiegato con il mezzo più adatto. Ed un film non è quello giusto per riscrivere il mito di Odisseo.
The Return: la recensione
Regia e fotografia
Sceneggiatura
Recitazione
Coinvolgimento emotivo
Un film ambizioso che vuole riscrivere le figure di Odisseo e Penelope in una operazione che avrebbe necessitato di un mezzo espressivo diverso










