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Black Mirror ossia la serie che non c’è più – Recensione della quinta stagione

Black Mirror la recensione della quinta stagione
Netflix

Non si nasce appassionati di serie tv, ma lo si diventa. E quando lo diventi tardi inevitabilmente ti lasci dietro tante cose che non hai visto. Alcune le recuperi perché magari hai visto la terza stagione di una serie antologica e ti ha colpito così tanto che hai fatto di tutto per vedere le due precedenti. Come con Black Mirror la cui terza stagione è stata tanto folgorante che immediatamente hai voluto vedere la prima e la seconda. Prendendoti ancora a schiaffi per non averle viste quando sono uscite.

Perché la terza stagione aveva episodi capolavoro come San Junipero e Shut up and dance. Solo che poi Charlie Brooker si è accorto di essere approdato su Netflix e già questo aveva generato una quarta stagione imperfetta, ma ancora dopotutto salvabile. Invece, se qualcuno avesse visto direttamente questa quinta stagione, non avrebbe mai pensato di dover recuperare le precedenti. Ma solo di aver sprecato spazio su disco e ore di visione.

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Black Mirror la recensione della quinta stagione

Black Mirror la recensione della quinta stagione – Striking Vipers – Credits: Netflix

Striking vipers ossia la mancanza di volontà

Caratteristica peculiare di Black Mirror è sempre stata la presenza di episodi autoconclusivi e scollegati tra loro. Ma anche il loro essere comunque sottilmente uniti da una venatura cinica e una attenzione intelligente al rapporto con la tecnologia. Fil rouge che si è fatto sempre più esile col progredire delle stagioni fino a sparire quasi del tutto in questi ultimi tre episodi. Tanto da giustificare una recensione separata di ognuno di essi. Uniti stavolta dal peggior denominatore comune: la delusione estrema di chi li ha visti.

A cominciare da Striking Vipers il cui unico merito è quello di dimostrare le qualità interpretative di un Anthony Mackie che posa le ali di Falcon per indossare i panni ordinari e la monotonia esistenziale di un quarantenne annoiato. Danny non ha alcun vero problema potendosi definire un uomo realizzato sia sul lavoro che in famiglia. Il classico esponente di quella middle class a cui l’unica cosa che davvero manca è un obiettivo da realizzare avendo già raggiunto la propria meta e rinunciato per scelta a sogni passati.

Il regalo gradito di un videogioco che ti trascina in una realtà che di virtuale ha solo il nome, lo porta a riscrivere il suo rapporto con l’amico di una vita scoprendo una omosessualità latente che i due non sospettavano. Striking Vipers potrebbe, quindi, essere l’occasione migliore per discutere delle conseguenze nefaste di fuochi che si spengono per abitudine (il rapporto forzato con la moglie) e di altri che divampano per la novità pur restando solo fittizi. Potrebbe chiudersi con la proverbiale cattiveria che Charlie Brooker aveva scelto come marchio di fabbrica di Black Mirror. Potrebbe approfondire il concetto di fluidità sessuale che le nuove tecnologie virtuali permettono di esplorare.

Ma non lo fa. Anzi, lascia scorrere tutto in superficie come a dire che le idee ci sarebbero pure, ma la voglia di sviscerarle è ormai passata. Come quella di stupire preferendo, invece, un finale prevedibile dove a trionfare è una filosofia quasi alla Muccino. Dove tutti trovano il compromesso migliore per essere ancora felici e contenti una volta ogni tanto. In pieno stile anti Black Mirror.

Black Mirror la recensione della quinta stagione

Black Mirror la recensione della quinta stagione – Smitheerens – Credits: Netflix

Smitheerens ossia la scomparsa di Black Mirror

Se nel primo episodio a mancare è la volontà, nel secondo questa non è neanche necessaria. Perché di idee originali da sviluppare non ce ne sono proprio. E lo sforzo maggiore pare essere stato quello di cambiare nome a Facebook e a Mark Zuckenberg per non incorrere in qualche diatriba legale. Per il resto, Smitheerens si appoggia su una critica dell’ossessione per i social che è così banale e scontata che è quasi più originale parlare del meteo e delle mezze stagioni che non ci sono più. E non basta affidare lo sfogo isterico al sempre bravo Andrew Scott per sperare che quello che ha detto sia una cosa intelligente e originale.

Smitheerens riesce a non annoiare perché costruisce bene la tensione di un rapimento e del successivo stallo durante le lunghe trattative. Nonostante il grosso dell’azione si svolga nel ristretto abitacolo dell’auto, il rimbalzare delle telefonate tra polizia locale, FBI, management e il guru hi–tech tiene viva l’attenzione dello spettatore. Come avviene nei migliori episodi di una serie poliziesca scritta bene. Di quelle che si guardano sapendo che tanto andrà tutto a finire nel migliore dei modi e va bene così che tanto non si pretendeva niente di più di un intrattenimento senza pretese da dimenticare dopo la sigla di coda. Solo che i titoli di testa dicono che Smitheerens  è un episodio di Black Mirror. Cioè di quella serie che si guardava aspettandosi qualcosa di cui poter discutere ancora e ancora. Interrogandosi su temi profondi e ponendosi domande difficili.

E, invece, ora la domanda più difficile è solo una: che fine ha fatto Black Mirror?

Black Mirror la recensione della quinta stagione

Black Mirror la recensione della quinta stagione – Rachel, Jack, and Ashley too – Credits: Netflix

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Rachel, Jack and Ashley too ossia può andare peggio

Smitheerens potrebbe quasi essere uno shock salutare. Una terapia d’urto per accettare il dato di fatto che il Black Mirror che tutti conoscevano non esiste più. Ma, come ricordava Igor nell’iconica scena di Frankenstein Jr, potrebbe andare peggio, potrebbe piovere. O potrebbe arrivare Miley Cyrus. E il peggio non è neanche l’ex stellina Disney e la sua sostanziale inettitudine a recitare. Ma piuttosto che non è lei la cosa peggiore di Rachel, Jack and Ashley too.

Paradossalmente la fu Hannah Montana è la cosa più credibile di questo ultimo episodio della quinta stagione, dovendo interpretare sostanzialmente se stessa. L’idolo pop tutta sorrisi e abiti colorati amata dalle ragazzine per la sua musica facile e i messaggi positivi. Una costruzione commerciale da cui vorrebbe evadere perché ormai cresciuta e desiderosa di cambiare verso un genere radicalmente diverso e la libertà di essere ciò che desidera. Hannah Montana che vuole diventare grande, ma non può farlo per colpa della corte cattiva che vuole lucrare sul suo successo.

E già qui non è che si navighi in mari inesplorati. A peggiorare le cose è che per farlo ci si lascia guidare da un’altra accoppiata presa di peso dai film per ragazzi degli anni Ottanta. Due sorelle diverse orfane di madre e con un padre distratto che imparano a superare la distanza che le separa grazie ad una di quelle missioni impossibili che riuscivano sempre per poter arrivare all’happy ending a costo di buchi di sceneggiatura e salti dello squalo. Che qui ha le sembianze di una bambola con una intelligenza artificiale futuristica quanto lo può essere il Game Boy se uscisse oggi sul mercato dei videogiochi. Mescolare il tutto e servire con un auto con le orecchie da topo per ottenere un completo disastro.

Colpa di Netflix e della sua linea editoriale che mal si sposa con il cinismo delle origini della serie? Inevitabile declino dovuto all’imprevedibile esaurimento della vena creativa di uno sceneggiatore mai troppo amato come Charlie Brooker? Quale che sia la ragione, la certezza è una: Black Mirror non esiste più. Evitiamo una sesta stagione se possibile. O almeno cambiategli nome per non illuderci.

Black Mirror - la recensione della quinta stagione
  • Striking Vipers
  • Smitheerens
  • Rachel, Jack, and Ashley too
2.2

Giudizio complessivo

C’era una volta Black Mirror; ci sono ora attori che ci provano, ma non trovano nessuna idea scritta nella sceneggiatura per salvare se stessi o la serie

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