
I morti non soffrono: un western così classico eppure così diverso – Recensione del film di Viggo Mortensen con Vicky Krieps
Titolo: I morti non soffrono (The dead don’t hurt)
Genere: western
Anno: 2024
Durata: 2h 9m
Regia: Viggo Mortensen
Sceneggiatura: Viggo Mortensen
Cast principale: Viggo Mortensen, Vicky Krieps, Solly McLeod, Garret Dillhaunt, W. Earl Brown, Danny Huston
Leggere la sinossi di I morti non soffrono (The dead don’t hurt) e trovarsi come prima scena un cavaliere medievale che cavalca affannando nei boschi è decisamente spiazzante. Ma è solo un attimo (il cui senso si capirà più avanti) perché il film di Viggo Mortensen, presentato alla Festa del Cinema di Roma in occasione del premio alla carriera all’attore americano, si mostra subito per quello che è. Un western ambientato negli anni Sessanta dell’800 tra sconfinate distese aride punteggiate da sparute cittadine dove la legge è a discrezione del più ricco.
Un’ambientazione classica per un western che di classico ha, in verità, solo la forma esteriore.


Sposare un genere per rinnegarlo
I morti non soffrono è un film fortemente voluto da Viggo Mortensen che vi compare come attore protagonista, regista e sceneggiatore unico. Un progetto in cui, quindi, ha creduto fortemente per questa che è sua seconda prova dietro la macchina da presa. E probabilmente solo avere il controllo totale di scrittura e messa in scena era l’unico modo per realizzare senza fraintendimenti un’opera che riesce ad essere una ricercata convivenza di armoniose contraddizioni. Perché Mortensen sposa un genere iconico della cultura americana per poterlo rinnegare nelle sue fondamenta ideali.
I morti non soffrono ha del western classico tutti i personaggi immancabili. Il cowboy solitario di poche parole e molte buone azioni. Il villain arrogante e violento protetto dai potentati locali. Lo sceriffo corrotto al servizio del ricco magnate invece che della legge. I soldati in giubba blu in cerca di volontari da arruolare per la guerra civile. E del genere per antonomasia del cinema americano ha anche i paesaggi assolati, la natura selvaggia, i deserti aridi. Il tutto messo in scena con una fotografia e uno stile registico che sono debitori dei maestri del genere con un particolare riguardo al Clint Eastwood di Gli Spietati.
Ma, in I morti non soffrono, questa adesione al canone è puramente formale. Il desiderio manifesto di realizzare un contenitore quanto più simile possibile a ciò che lo spettatore si aspetta per poi sorprenderlo con un contenuto profondamente diverso. E così l’Holger Olsen interpretato da Viggo Mortensen è un cowboy che ama fermarsi a leggere libri. Invece della pistola preferisce impugnare gli strumenti per coltivare l’orto. Costruisce granai piuttosto che cercare ricompense. Sogna soltanto di vivere nella quiete isolata di una casa circondata da fiori e piante purché in compagnia della sua amata moglie.
Dopo aver interpretato per anni personaggi che, seppur positivi, recavano le stimmate del lupo alpha, il Mortensen regista si ritaglia ruoli che di quel machismo si sono spogliati come a volersi lavare di dosso la sporcizia del maschio tossico.


Riempire un vuoto
La distruzione dell’archetipo ideale del cowboy priverebbe I morti non soffrono della necessaria figura dell’eroe che porti avanti lo scontro che è alla base di ogni western. Ma, in verità, il conflitto immancabile viene qui stemperato e diluito in quella che è prima di tutto una storia di resilienza. Un ideale duello che non si consuma nel tempo di uno sparo e nemmeno vive di una successione di uno contro uno o uno contro molti. Ma piuttosto dura negli anni restando silente perché vincere non significa ammazzare l’avversario, ma renderlo insignificante. Fargli, cioè, capire che nessun suo gesto, neanche il più crudele, può piegare la volontà di resistere e realizzare il proprio domani così come lo si era sognato.
Di questa vittoria non può vantarsi Holger, ma piuttosto Vivienne. È proprio il personaggio a cui da voce Vicky Krieps la maggiore innovazione di I morti non soffrono. Una donna che non si piega al ruolo di compagna indifesa dell’eroe di turno. Ma che neanche si snatura in una parodia al femminile della figura maschile. Accettando anche di essere anacronistico, Mortensen fa di Vivienne una donna forte che non accetta di essere inerte. All’assenza del suo uomo reagisce rifiutando di dedicarsi completamente all’attesa del suo ritorno per impegnarsi invece in prima persona a costruire il loro futuro. Alla violenza del villain di turno oppone la consapevolezza della propria indipendenza. Al silenzio a cui una società patriarcale vorrebbe ridurla risponde con la voce ferma delle proprie certezze.
Acquista, quindi, un senso la scena iniziale di I morti non soffrono. Il cavaliere medievale che sicuro cavalca nel bosco è proprio Vivienne. Perché ne ha la stessa indomita tenacia ed evidente resistenza. Ed, infatti, la sua stessa identità (che sveleremo onde evitare spoiler) non è casualmente legata direttamente proprio alla stessa Vivienne. E perché è un elemento fuori contesto allo stesso modo in cui lei appare completamente diversa dalle figure femminili che in passato hanno fatto la loro comparsa nei film western.
I morti non soffrono accetta di violare le regole del genere a cui aderisce esteriormente per poter riempire un vuoto legato alla mancanza di donne con una propria autonomia.


Un film fin troppo frenato
I morti non soffrono si propone una doppia operazione coraggiosa. Riscrivere il ruolo della donna e sgrossare degli eccessi machisti quella dell’uomo. Una rilettura che affrettatamente si potrebbe definire femminista. Ma che non è comunque completamente nuova. Basti pensare al recente Horizon di Kevin Costner, ma anche a Godless, miniserie andata in onda nel 2017 su Netflix. Prodotti che hanno provato ad avventurarsi su questa strada pur con esiti alterni e non pienamente riusciti.
I morti non soffrono riesce nel suo intento, ma deve pagare un costo non indifferente. Il film non è privo di momenti stilisticamente affascinanti e di scene magneticamente attraenti. Lo sono soprattutto i dialoghi tra Holger e Vivienne per la capacità di mostrare il crescere di un sentimento e la sincerità della relazione. Altrettanto buone sono anche le scene che mostrano una quotidianità diversa fatta di piccole cose da cui trarre comunque lezioni importanti. Gran parte del merito va all’ottima chimica tra Viggo Mortensen e Vicky Krieps. In particolare, l’attrice lussemburghese è capace di reggere il peso del film mostrando la forza della sua Vivienne quando resta da sola senza snaturarne la delicatezza quando è in coppia con Holger.
Dove I morti non soffrono paga pegno è nella gestione dei tempi. La volontà di esaltare le caratteristiche innovative dei personaggi e dell’intreccio porta ad un ritmo eccessivamente lento. Molte fasi sembrano dilatarsi in una non necessaria prolissità che finisce per rendere difficile mantenere desta l’attenzione. Si ha l’impressione che Mortensen abbia quasi paura che il messaggio che intende veicolare non sia compreso e freni perciò l’andatura del suo film inserendo pause troppo lunghe tra gli eventi principali come a voler concedere allo spettatore il tempo di metabolizzare quello che ha visto. Senza accorgersi così di rischiare che scenda prima di arrivare alla fermata giusta.
I morti non soffrono è, infine, un film che si prende in spalla un genere consolidato per portarlo verso nuove sponde. Solo che arrivarci attraversa il guado con fin troppo prudente lentezza.
I morti non soffrono: la recensione
Regia e fotografia
Sceneggiatura
Recitazione
Coinvolgimento emotivo
Un western tanto classico nella sua forma quanto innovativo nei suoi personaggi appesantito però da un ritmo eccessivamente frenato










