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Cinema

Le Strade del Male: l’anima nera dell’ America senza voce – la recensione del film Netflix con Tom Holland e Robert Pattinson

Le Strade del Male: la recensione
Netflix

Titolo: Le Strade del Male (The Devil All the Time)
Genere: drammatico, thriller
Anno: 2020
Durata: 2h 18m
Regia: Antonio Campos
Sceneggiatura: Antonio Campos, Paulo Campos
Cast principale: Tom Holland, Robert Pattinson, Eliza Scanlen, Jason Clarke, Riley Keough, Sebastian Stan, Bill Skarsgard, Haley Bennett, Harry Melling, Mia Wasikowsa, Pokey LaFarge

Guardando una mappa politica degli Stati Uniti non si può fare a meno di notare la fascia di stati centrali i cui confini sono disegnati chiaramente a tavolino con riga e squadretta. Segno che lì in mezzo non c’è niente che possa servire come guida e che la divisione è puramente artificiosa per separare amministrativamente gente che vive nel mezzo del nulla. Trovandosi all’inizio di questa fascia provenendo da est, l’Ohio sfugge a questa regola, ma appartiene comunque a quella che potrebbe chiamarsi l’America muta. Quella che non ha niente da raccontare per diventare protagonista di film o serie tv. Specialmente negli anni tra la seconda guerra mondiale e quella del Vietnam in cui è ambientato Le Strade del Male

Le Strade del Male: la recensione
Le Strade del Male: la recensione – Credits: Netflix

La religione del non dire

Tratto dal romanzo di Donald Ray Pollock, Le Strade del Male è diretto da Antonio Campos, un regista brasiliano il cui promettente esordio si è poi perso in un anonimato da onesto mestierante. Ad affidargli il compito di scrivere anche la sceneggiatura del film è Netflix che punta su un cast all – star per attirare il pubblico verso un’opera che risulta, infine, simile al suo regista. Promettente, priva di errori grossolani, curata, interessante. Ma anche incapace di fare quello scatto in più che, citando il Candie di Leonardo Di Caprio in Django Unchained, susciti attenzione e non solo curiosità.

Le Strade del Male si svolge tra le immaginarie contee di Coal Creek e Meade tra Ohio e West Virginia seguendo le disavventure labilmente intrecciate di parte dei suoi abitanti. Cominciando da Willard (Bill Skarsgard) segnato dal trauma di ciò a cui ha assistito in guerra nel Pacifico e dalla perdita della moglie (Haley Bennett) per finire con suo figlio Arvin (Tom Holland), vero protagonista del film. Ad incrociare le loro strade ci sono anche i perversi Carl (Jason Clarke) e Sandy (Riley Keough), il corrotto sceriffo Lee (Sebastian Stan), l’ingenua Lenora (Eliza Scanlen) orfana della innocente Helen (Mia Wasikowska) e del predicatore Roy (Harry Melling). Soprattutto, c’è il giovane reverendo Preston (Robert Pattinson) che avrà un ruolo fondamentale nel segnare il destino di Arvin.

E, tuttavia, la vera coprotagonista di Le Strade del Male è, in realtà, la religione. O, per meglio dire, il modo in cui viene vissuta in quei paesi dove ancora riunirsi per la messa domenicale è l’evento clou della settimana. Una religione che può anche spogliarsi della sua dimensione sacrale per diventare un paravento che dona rispettabilità e ammirazione a chi se ne fa portavoce. Come è per Roy prima e Preston poi, entrambi diversamente marci nel profondo ma ugualmente guardati come idoli da ammirare. Una maschera imbiancata che si rivela perisno un pericolo per chi davvero crede. Come Helen prima e Lenora poi il cui errore sarà quello di non riuscire a vedere le menzogne di chi parla dall’altare.

Perché nel silenzio di un’America senza voce a rimbombare spesso è l’eco del male e l’unica religione è quella del non dire la verità.

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Le Strade del Male: la recensione
Le Strade del Male: la recensione – Credits: Netflix

Il morbo nascosto della violenza

Non che liberarsi dal giogo opprimente di quella finta religione garantisca se non la felicità, almeno la serenità. Esemplare è, infatti, il percorso di Arvin. Segnato dalla discesa nella follia mistica del padre, Arvin ha deciso di rifiutare la religione. Il suo opporvisi strenuamente non gl impedisce tuttavia di restare legatissimo alla sorellastra Lenora che invece crede fervidamente. Ad Arvin viene però così a mancare ogni guida perché chiunque gli sta accanto sa proporgli solo ciò che lui ha promesso di abiurare. Né gli si offrono altri esempi perché l’unico insegnamento che gli è rimasto dal padre è il cercare il momento adatto per far esplodere la violenza. Arvin manca degli strumenti per decidere cosa è giusto e cosa è sbagliato. Segue un istinto che lo porta a fare le cose non perché sia convinto di seguire una decisone corretta, ma solo perché quello è il momento migliore per farle.

Manca nel mondo di Le Strade del Male ogni bilanciamento tra il male e il bene. Ciò che domina è una violenza morbosa che può esplodere improvvisa come in Arvin e Willard o trascinarsi placida negli anni come in Sandy e Carl. Una abitudine alla perversità, alla morbosità, alla crudeltà che sembra quasi spogliare di ogni connotazione etica le gesta di chi sta scegliendo di lasciarsi accompagnare quotidianamente dal diavolo. Che ti incita ad uccidere solo per fare una bella foto. Ad ingannare ragazze ingenue solo per soddisfare una insaziabile passione per il sesso. A lasciarsi corrompere pur di fare carriera come sceriffo e in nome di questo totem accettare anche di fare il passo ulteriore diventando assassini.

È a questo demone onnipresente che fa riferimento il titolo originale del film. The Devil All the Time: il diavolo per tutto il tempo. Una frase che è un fascio di luce puntato sul motore assente delle vicende di Arvin e Preston, di Carl e Sandy, di Lee, Willard, Roy. Un continuo confrontarsi con un diavolo che è lì ad indicare la strada del male. Sicuro che gli uomini sceglieranno quella perché nessuno è lì a tracciarne una differente. Perché, appunto, la religione è solo un’altra bugia e crederci davvero porta solo al tragico finale di Helen e Lenora. 

Le Strade del Male è, quindi, un film cupo che porta in scena i frutti marci che crescono nel silenzio di un’America muta a cui è stata negata la voce del bene.

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Le Strade del Male: la recension
Le Strade del Male: la recensione – Credits: Netflix

Troppe idee in troppo poco tempo

Un film ricco di spunti interessanti e di personaggi che si vorrebbe conoscere. Peccato che Le Strade del Male resti una potenza che non riesce a trasformarsi in atto. Ad impedire questo passaggio è la scelta di un andamento che procede per lunghi periodi di stasi intervallati da accelerazioni repentine. Il risultato è una storia raccontata male perché impedisce di approfondire la psicologia dei personaggi le cui gesta sembrano quindi  più raptus improvvisi che conseguenze lineari di un vissuto difficile. Paradossalmente, pur durando ben più di due ore, il film finisce per essere troppo breve. Legittimo chiedersi, infatti, se l’ampio materiale messo a disposizione dal romanzo non si prestasse meglio ad una miniserie piuttosto che ad un atto unico.

La regia priva di sbavature e una fotografia dai toni lividi sono scelte indovinate in linea con quanto ci si poteva aspettare da un regista come Antonio Campos. Vale la pena ricordare che il suo curriculum annovera anche cinque episodi  delle prime due stagioni di The Sinner, serie tv il cui tono riecheggia quello di Le Strade del Male. Infelice è, invece, la scelta insolita di coinvolgere l’autore del romanzo facendone la voce narrante fuori campo. I suoi interventi sono, infatti, troppo spesso inopportuni andando ad anticipare gli eventi più importanti. Come se si guardasse un film in compagnia di qualcuno che lo avesse già visto e ci tenesse a fornirti spoiler di ogni momento clou.

Non è tuttavia per il nome del regista che Le Strade del Male era atteso, ma per il ricchissimo cast che Netflix aveva messo insieme. E, da questo punto di vista, le promesse sono abbondantemente mantenute. In particolare, Tom Holland dimostra di saper indossare anche abiti molto più drammatici di quello del rassicurante e spassoso Spiderman di quartiere. Nel suo sguardo si può sempre leggere la tensione di chi è sempre sul punto di rottura e nel suo tono di voce calmo ma tremulo riecheggia la tempesta che si agita dentro Arvin.

Altrettanto convincente è l’ormai onnipresente Robert Pattinson i cui modi suadenti sono adatti a restituire la morbosità nascosta del suo personaggio. Bene anche Jason Clarke e Riley Keough a mostrarsi rassicuranti e innocui come farebbero due con il loro vizio. Bill Skarsgard e Harry Melling riescono con il solo sguardo a rendere credibili la follia dei loro personaggi. Mia Wasikowska e Eliza Scanlen si spogliano di ogni bellezza per apparire innocenti vittime.

Le Strade del Male non è un film da non guardare, ma non riesce ad essere un film da ricordare. Un tentativo di guardare nel silenzio di un America muta che lascia però l’impressione che forse qualcosa da raccontare ci sarebbe. Solo che neanche questo film sembra volersi prendersi la briga di farlo come meriterebbe.

Le Strade del Male: la recensione
  • Regia e fotografia
  • Sceneggiatura
  • Recitazione
  • Coinvolgimento emotivo
3.3

Giudizio complessivo

Un film promettente e ricco di spunti interessanti che restano però troppo in superficie impedendo di sfruttare a pieno sia il materiale a disposizione che la bravura innegabile del cast all star

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