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Dune – Parte 2: accettare di diventare chi si è destinati ad essere – Recensione del film di Denis Villeneuve con Timothée Chalamet e Zendaya

Titolo: Dune – Parte 2
Genere: fantascienza
Anno: 2024
Durata: 2h 46m
Regia: Denis Villeneuve
Sceneggiatura: Denis Villeneuve, Jon Spaihts
Cast principale: Timothée Chalamet, Zendaya, Rebecca Ferguson, Javier Bardem, Josh Brolin, Austin Butler, Stellan Skarsgard, Dave Bautista, Christopher Walken, Florence Pugh, Léa Seydoux, Anya Taylor – Joy

Le regole del marketing vecchio stampo avrebbero pubblicizzato Dune – Parte 2 definendolo un colossal. Un film evento imperdibile che avrebbe ridefinito il concetto di fantascienza segnando un traguardo epocale nella storia di questo genere. Una space opera che dividerà il pubblico tra chi potrà vantarsi di averlo visto e chi, invece, dovrà rammaricarsi di non essere potuto andare in sala.

La pubblicità, si sa, è il regno della bugia o, quantomeno, dell’esagerazione pro domo sua. Ma anche un orologio rotto segna l’ora giusta due volte al giorno. E così anche le campagne pubblicitarie possono dire la verità. Come stavolta. Perché Dune – Parte 2 è un colossal, un film imperdibile, una pietra miliare del genere sci – fi. E siete ancora in tempo per correre in sala a vederlo.

Dune - Parte 2: la recensione
Dune – Parte 2: la recensione – Credits: Warner Bros

Cedere al proprio dovere

Dune – Parte 2 completa il discorso iniziato dal primo film mantenendo salda quella bussola della fedeltà all’opera letteraria di Frank Herbert che aveva caratterizzato il primo capitolo della saga diretta da Denis Villeneuve. Una aderenza non tanto alla lettera del testo originario, ma alle sue tematiche. Non una pedissequa trasposizione 1 a 1. Ma una scelta consapevole da parte di Herbert prima, di Villeneuve ora. Adeguare il ritmo della propria creatura alle necessità del tema che si intende affrontare. Come già in Dune – Parte 1, il risultato è un film che non cede alle attese dello spettatore avido di scene di battaglia e trionfo dell’eroe. Al contrario, indugia con una pacatezza quasi documentaristica prima di lasciarsi andare in una corsa a perdifiato verso l’adrenalina finale.

Dune – Parte 2 si adatta non ai desiderata dello spettatore, ma alle necessità del suo protagonista. Di quel Paul Atreides che avevamo lasciato dopo il suo primo incontro con il popolo dei Fremen e che ora di quel popolo deve imparare a far parte. Un processo inevitabilmente lento fatto di lezioni e scoperte, passi danzanti sulla sabbia e lenti rituali al tramonto, diffidenze da vincere e amori da cui lasciarsi conquistare. Villeneuve resta fedele ad Herbert accompagnandoci in questo studio di un popolo affascinante e misterioso. Non viene ridotto a strumento per esaltare il protagonista, ma è esso stesso protagonista di un film che vuole prima di tutto costruire un universo narrativo che possa durare grazie a solide fondamenta.

Non è questa solo una scelta opportunistica in vista di un eventuale (e, a dire il vero, ormai più che probabile) terzo film che trasformi Dune in una saga cinematografica per sbancare il box office. Ma è anche e soprattutto il modo in cui lo stesso Paul comprende come questo popolo abbia una ricchezza di cultura, storia, fede, tradizioni che deve essere salvata. Anche a costo di sacrificare sé stesso diventando quel profeta che non voleva essere. Salvare un mondo accettando di essere colui nel cui nome la morte invaderà altri mondi dello stesso universo.

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Dune – Parte 2 è, quindi, la storia tragica di un messia salvatore che ha visto un futuro di dolore e sofferenza, ma è costretto ad andarci incontro. Perché sa che è il solo modo per donare la speranza e la libertà ad un popolo che ha imparato ad amare dopo averlo conosciuto approfonditamente.

Dune - Parte 2: la recensione
Dune – Parte 2: la recensione – Credits: Warner Bros

Una monumentale epopea visiva

Dune – Parte 2 è fedele allo spirito di Frank Herbert, ma è e resta un film di Dennis Villeneuve. Del regista francese ha soprattutto la potenza visionaria che gli permette di creare una colossale space opera. La magnificenza dei paesaggi di Arrakis. L’accuratezza degli interni. La cura nella scelta dei costumi. La caratterizzazione degli eserciti in campo. Il realismo nella realizzazione di astronavi. La grandezza delle macchine raccoglitrici. La chirurgica precisione delle armi. La ricchezza dei particolari. Sono tutti elementi che contribuiscono a creare un intero universo visivo che intende imprimersi nello spettatore anche dopo che ha lasciato la sala. Un tentativo riuscito non solo di dare origine un possibile ricco franchise, ma anche di scrivere il proprio nome nell’immaginario degli appassionati di fantascienza.

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In Dune – Parte 2, questa operazione riesce grazie anche ad un magistrale uso di regia e fotografia. La camera si allarga in campi lunghi a mostrare le onde sabbiose dei deserti di Arrakis avvolti in caldi colori che virano sull’arancione e il giallo ocra. Si stringe, invece, in primi e primissimi piani nei momenti più intimisti. Si precipita addosso ai protagonisti nelle scene più action trascinandovi lo spettatore in una immersione quasi fisica. Esemplare è il caso della prima cavalcata di Paul sullo Shai – Hulud.

La fotografia arriva a sostituirsi ai dialoghi per presentare in maniera efficace alcuni personaggi restituendone le note caratteriali attraverso l’uso dei colori corrispondenti. Così un innaturale bianco e nero cancella ogni colore nelle scene che introducono Feyd – Rautha proprio come il suo sadismo ha rimosso ogni bontà dal giovane erede del na-barone. l blu e il nero avvolgono le scene in cui sono i membri della casata Harkonnen a comparire sullo schermo. Un modo efficace per sottolineare in questo modo i sentimenti di rabbia, perversione e crudeltà che ne sono il sigillo ideale.

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Dune – Parte 2 non è, però, solo una magnetica collezione di incredibili tableaux vivants accompagnati da una colonna sonora che dona epicità e solennità. È anche un film scritto dosando minuziosamente gli ingredienti per rendere scorrevoli le due ore e quarantasei minuti di durata. Una lunghezza che non pesa minimamente perché nulla è ridondante. Anzi, paradossalmente, risulta persino troppo breve data l’accelerazione repentina che porta ad un finale che lascia aperta (e quasi invoca) la via ad un terzo film (eventualmente tratto da il Messia di Dune). Merito anche di dialoghi scritti con cura che comunicano con poche parole le convinzioni di ognuno dei protagonisti.

Quel che gli era riuscito solo in parte con Blade Runner 2049, Villeneuve realizza infine con questo Dune – Parte 2: dare alla fantascienza un nuovo universo in cui perdersi.

Dune - Parte 2: la recensione
Dune – Parte 2: la recensione – Credits: Warner Bros

Un cast di stelle per una recitazione stellare

Villeneuve riesce a raggiungere questo obiettivo grazie anche al perfetto casting di Dune – Parte 2. Buona parte del cast sia già apparso nel primo film. Tuttavia, è in questo secondo che sono chiamati a fare il passo più importante da nomi da copertina ad attori da palcoscenico. Lo sa bene Timothée Chalamet il cui modo di recitare cambia con l’evoluzione del suo Paul da principe vezzeggiato a uomo che deve abbracciare il proprio destino.

Nel primo capitolo giocava con il suo aspetto da primo della classe che sa di essere ammirato a prescindere. Qui smette i panni del figlio coccolato per calarsi nel desiderio di conoscenza e nel tormento interiore che portano Paul da principe Atreides a Lisan al-Gaib. Da ragazzo destinato a comandare per diritto di nascita a uomo che viene da un altro mondo per dare voce ad un popolo oppresso. In fondo, Dune – Parte 2 è anche questo: un coming of age la cui meta finale è l’età adulta di un liberatore da lungo atteso.

Sempre più brava è Zendaya che già con Malcom e Marie e ancora di più con la serie tv Euphoria aveva dimostrato di aver smesso di essere una promessa per dimostrarsi una certezza. In Dune – Parte 2, la sua Chani smette di essere solo il volto che affascina Paul facendosi prima sua maestra e poi inseparabile compagna. La giovane attrice (che rivedremo a breve in Challengers di Luca Guadagnino) da il meglio nella parte finale. In una scena, in particolare, è possibile leggere nei suoi occhi la fierezza e il dolore di chi è costretto ad accettare le conseguenze di ciò che non può evitare. Quel destino di Paul che incrocerà il suo lunga una strada che era scritta da sempre.

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Simile è anche il ruolo che spetta a Lady Jessica. Indossa i panni della Reverenda Madre non per desiderio di primeggiare, ma per necessità di salvare Paul. La sua figura si fa portatrice dell’aspetto politico che da sempre fa della fede degli innocenti l’arma che chi è al potere ha spesso usato per piegare la volontà altrui alla propria. Molto brava è Rebecca Ferguson a restituire la fiera determinazione di una madre che è consapevole dei propri inganni, ma non vi rinuncia per il bene superiore a cui ha destinato il figlio.

In un cast talmente ricco è inevitabile che anche nomi importanti finiscano per essere trascurati. Se lo Stilgar di Javier Bardem diminuisce la sua presenza scenica, peggio va ai membri della casata Harkonnen. Il loro ruolo è ridotto rispetto al testo di Herbert perché Villeneuve è costretto a farne solo gli antagonisti il cui unico compito è farsi odiare. Ci riescono sia Stellan Skarsgard con il suo disturbante barone che Dave Bautista con il rabbioso Rabban. Meglio riesce a fare Austin Butler. il suo Feyd – Rautha assolve il compito assegnatogli anche grazie allo sguardo psicopatico e alla fisicità nervosa che il suo interprete gli dona.

Poco più che comparse sono Charlotte Rampling e Léa Seydoux nel ruolo di esponenti delle Bene Gesserit. Stesso discorso per Christopher Walken come imperatore incapace di comprendere le conseguenze delle sue azioni. Giusto un po’ in più riesce a risaltare Florence Pugh come convincente principessa Irulan. Tutti ruoli che possono essere visti quasi come dei provini per dei personaggi che diventeranno più importanti in uno sperabile terzo capitolo. Come anche il cameo di una guest star il cui nome è taciuto per evitare spoiler. Anche se ci sono varie immagini dai red carpet di presentazione a cui ha partecipato.

Nonostante queste recensione entusiastica, è innegabile che Dune – Parte 2 non sia un film che possa piacere in maniera unanime. Quella lentezza iniziale che qui si è apprezzata potrebbe anche risultare respingente. La velocità con cui si arriva al finale è una accelerazione improvvisa che accorcia quelle parti che magari qualcuno altro avrebbe preferito essere il motore portante del film. Eppure questi apparenti difetti sono coerenti con ciò che Villeneuve voleva realizzare. Non il film che il pubblico si aspettava, ma il cinema che il regista aveva in mente. Quel cinema a lettere maiuscole che era l’unico capace di rendere omaggio a quella pietra miliare della fantascienza che era il Dune di Frank Herbert, che sarà il Dune di Denis Villeneuve.

Dune - Parte 2: la recensione

Regia e fotografia
Sceneggiatura
Recitazione
Coinvolgimento emotivo

Una spettacolare chiusura per aprire un nuovo universo narrativo in un'opera che è puro cinema

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Winny Enodrac

In principio, quando ero bambino, volevo fare lo scienziato (pazzo) e oggi quello faccio di mestiere (senza il pazzo, spero); poi ho scoperto che parlare delle tonnellate di film e serie tv che vedevo solo con gli amici significava ossessionarli; e quindi eccomi a scrivere recensioni per ossessionare anche gli altri che non conosco

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