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La realtà al servizio della fantasia: cinque serie tv ispirate da storie vere

Cinque serie tv da storie vere: Chernobyl
HBO

Lo si è detto parlando delle docuserie: la realtà sa essere la migliore sceneggiatrice. Nessuno si meraviglierà, quindi, che spesso gli autori di serie tv vadano a spulciare fatti di cronaca o libri di storia per lasciarsi ispirare. Anche perché l’etichetta “ispirato a una storia vera” funziona bene come calamita per gli spettatori che vogliono saperne di più di fatti che ignorano o vedere come sono resi eventi che ricordano.

La lista di titoli è talmente lunga che sceglierne solo alcuni è possibile solo imponendosi delle regole che limitino l’elenco. Uno: no docuserie perché stiamo parlando di serie tv e non documentari a puntate (e, quindi, niente Making a Murderer o Tiger King). Due: no biografie perché troppo facile (e, quindi, niente Narcos o El Chapo o le stagioni di Genius dedicate ad Einstein e Picasso). Tre: sono piaciute a chi scrive. Ok, questa è opinabile, ma è anche il modo migliore per stimolarvi a inondarci con i vostri suggerimenti.

Cinque serie tv da storie vere: Chernobyl
Cinque serie tv da storie vere: Chernobyl – Credits: HBO

Chernobyl

Impossibile non iniziare una lista di questo genere da qualcosa che non sia Chernobyl. E, a dire il vero, è proprio per parlare ancora di questa miniserie che è nata l’idea di questa top. Non tanto per l’incetta di premi ricevuti (Emmy 2019 per miglior miniserie, migliore sceneggiatura, migliore regia e Golden Globe 2020 per miglior miniserie e migliore attore non protagonista). Ma soprattutto perché raramente una serie è riuscita a comunicare tutta l’angoscia e il dolore di chi quella tragedia ha vissuto in prima persona senza sapere neanche a cosa stava andando incontro. Prodotta da HBO e Sky Atlantic su una sceneggiatura di Craig Mazin, Chernobyl può vantare le superlative interpretazioni di Jared Harris, Stellan Skarsgard e Emily Watson che sono solo la punta di un iceberg che rivela la stessa grandezza in ognuno dei membri del cast.

Attori che si mettono al servizio di una sceneggiatura potente che restituisce una realtà fatta di indimenticabili drammi. Dei pompieri che furono mandati a spegnere quello che gli era stato detto fosse un banale incendio e non la morte che viaggiava libera nell’aria. Degli abitanti di una piccola cittadina anonima che restarono a guardare quelle fiamme lontane perché nessuno ebbe il coraggio di avvertirli che stavano respirando la loro fine. Dei soldati mandati a morire senza protezioni né mezzi adeguati perché la grande Unione Sovietica non poteva abbassarsi a chiedere aiuto. Delle verità che furono taciute perché la ragion di stato era più importante della vita stessa.

Chernobyl è anche un memento mori diretto a chi oggi si permette di dubitare della scienza e di non ascoltarne i moniti spacciandoli per bugie manipolate da chissà quali poteri occulti. Una serie che mostra la catastrofe a cui porta non saper riconoscere gli errori e volerli nascondere invece che correggerli.

LEGGI ANCHE: Chernobyl: 25 curiosità sulla serie tv che parla del disastro nucleare del 1986

Cinque serie tv da fatti veri: When They See Us
Cinque serie tv da storie vere: When They See Us – Credits: Netflix

When They See Us

Il 2019 è stato, per certi versi, l’anno delle miniserie. Merito non solo di Chernobyl, ma anche a quella che ne è stata la rivale (sebbene sempre battuta) in tutte le categorie ai vari premi annuali. Riuscendo comunque a strappare l’Emmy per migliore attore protagonista a Jharrel Jerome. Negli annali resterà il nome della serie HBO, ma gli appassionati non dimenticheranno neanche When They See Us. Prodotta da Netflix e diretta da Ava DuVernay, la miniserie racconta in quattro episodi il caso degli Harlem Five. Cinque ragazzi di colore di Harlem furono ingiustamente condannati per lo stupro e il tentato omicidio della ventottenne Trisha Meilli avvenuto a Central Park il 19 Aprile 1986. La fretta della polizia di dare in pasto all’opinione pubblica un colpevole portò all’arresto di Anton McCray, Kevin Richardson, Yusef Salaam, Raymond Santana Jr, Korey Wise, colpevoli solo di essere neri.

Confessioni estorte con l’inganno e una serie di prove false furono sufficienti a convincere una frettolosa giuria che tanto bastasse per sbattere in cella dei ragazzi poco più che adolescenti. When They See Us è un titolo significativo. Perché spiega in modo immediato quello che la comunità afroamericana già sapeva allora come sa ancora oggi. Che per la polizia la verità perde ogni importanza quando vedono dei ragazzi di colore. E i cinque possono paradossalmente dirsi fortunati perché hanno infine avuto quella giustizia che è negata alle vittime di quel pregiudizio duro a morire. Ieri ed oggi come non smettono di dimostrare i casi di abusi delle forze dell’ordine motivo per scontri che non portano mai da nessuna parte. Che sia il 1986 degli Harlem Five o il 2020 di George Floyd e Breonna Taylor.

La serie racconta molto bene questa verità, ma fa anche di più. Ci mostra le famiglie distrutte da quella ingiustizia. Le vite spezzate di chi sta pagando da innocente. I tentativi difficili di ricominciare dopo essere stati marchiati ingiustamente di infamia. La riabilitazione che infine premia chi ha saputo resistere. Una storia che è, infine, tessuta anche di speranza perché il male può anche essere sommerso da un nuovo bene.

LEGGI ANCHE: When They See Us: la storia che si ripete  – Recensione della miniserie Netflix

Cinque serie tv da storie vere: Mindhunter
Cinque serie tv da storie vere: Mindhunter – Credits: Netflix

Mindhunter

Se Chernobyl e When They See Us attirano perché raccontano episodi più o meno noti, spesso le serie tv ispirate a storie vere sono l’occasione giusta per far conoscere personaggi che hanno avuto il merito di essere i primi in quel che hanno fatto. Come John Douglas e Robert Ressler che possono essere considerati i padri della tecnica del profiling criminale oggi tanto usata nella caccia ai serial killer. Dal libro del primo è tratta Mindhunter, la serie tv di Netflix che tanto successo di critica e pubblico ha riscosso con le sue due prime stagioni. L’idea pionieristica di Douglas è espressa a chiare lettere da Bill Tench: “how do we get ahed of the crazy if we do not know how crazy thinks?”

Partendo da questa premessa, Mindhunter diventa una indagine calma e approfondita sugli aspetti più inconfessabili dell’animo umano. Nelle loro interviste ai serial killer più noti (tutti interpretati da attori resi somiglianti agli originali sia nell’aspetto fisico che nei modi di muoversi e parlare) i due agenti dell’FBI Holden Ford (Jonathan Groff) e Bill Tench (Holt McCallany) intraprendono un viaggio affascinante nelle tenebre della mente. L’aiuto della psicologa Wendy Carr (Anna Torv) permetterà loro di iniziare a tracciare una mappa in quella zona dove prima era solo scritto hic sunt leones. Al tempo stesso, la serie mostra come guardare continuamente nell’abisso sia un qualcosa che resta dentro influenzando il rapporto con gli altri che ti sono cari. Un motivo in più per ammirare e conoscere la storia dei primi che hanno avuto il coraggio di sporgersi su quel pozzo senza fondo.

Cinque serie tv da storie vere: American Crime Story
Cinque serie tv da fatti reali: American Crime Story – Credits: FX

American Crime Story

Raccontare storie vere è un format che si adatta benissimo a serie antologiche. Si possono, infatti, scegliere storie diverse accomunate da un filo conduttore comune e dedicare ad ognuna di esse una stagione di una serie antologica. Tra gli autori che prediligono questo tipo di formato c’è sicuramente Ryan Murphy che non si è certo lasciato sfuggire l’occasione di farsi ispirare dalla realtà. In particolare, da casi di cronaca nera famosi come il processo a O.J. Simpson e l’assassinio di Gianni Versace. Sono questi due eventi a comporre le prime due stagioni di American Crime Story. Prodotta da FX, la serie avrebbe dovuto avere un terzo capitolo dedicato al Sexgate tra Bill Clinton e Monica Lewinsky. Problemi di recasting prima e la pandemia poi hanno messo tutto in pausa fino a chissà quando.

Vero è che, come spesso accade al poliedrico ma incostante Murphy, un calo nella qualità con la seconda stagione che, pur non essendo male, non riesce a eguagliare i fasti della prima. Compito, in verità, arduo perché il primo capitolo, The People vs O.J. Simpson, riuscì a fare incetta di nominations e premi. Miglior miniserie, attore protagonista e non protagonista, attrice protagonista e sceneggiatura agli Emmy 2016 e miglior miniserie ai Golden Globe 2017. Merito di un affresco fedele capace di restituire la battaglia tra emotività e logica in cui il processo all’ex campione di football si trasformò. Grazie alla possibilità di ingaggiare i migliori avvocati sulla piazza (interpretati qui da un sopra le righe John Travolta e un sorprendente David Schwimmer), O.J. Simpson (un intelligente Cuba Gooding Jr) potè cavalcare l’onda delle proteste per il pestaggio di Rodney King spacciandosi come vittima del pregiudizio razziale.

Che non fosse questo il caso è un esempio di come a volte anche le buone motivazioni possono essere sfruttate per arrivare ad una probabile ingiustizia.

Cinque serie tv da storie vere: GLOW
Cinque serie tv da storie vere: GLOW – Credits: Netflix

The Hot Zone o GLOW?

Cosa scegliere come ultimo nome della lista? La pandemia i cui effetti sono ancora ben presenti a tutti suggerirebbe The Hot Zone. Interpretata da Julianna Margulies, la miniserie è ispirata al libro omonimo che racconta la storia poco nota dell’arrivo di una variante del virus Ebola negli Stati Uniti. Fortuna volle che a essere infetta fossero solo delle scimmie, ma fu merito del pronto intervento dei medici militari se il virus non si diffuse tra la popolazione civile. Un titolo adatto ad omaggiare il coraggio di quanti ogni giorno si spendono in lotte contro malattie letali impendendo che si trasformino in pandemie ben più letali di quella da coronavirus.

Tuttavia, l’estenuante lockdown che abbiamo vissuto e i timori inconfessabili che tutto ricominci potrebbero anche farci preferire una scelta opposta. Non la verità di una tragedia, ma la storia vera di una commedia. Come quella di GLOW, la serie Netflix che prende spunto dalla prima promotion di wrestling tutta al femminile degli anni ottanta. A rigore, la serie ideata da Liz Flahive e Carly Mensch rientra a fatica nella categoria “ispirate a fatti reali”. Di vero, infatti, c’è solo la Gorgeous Ladies Of Wrestling (G.L.O.W.) che ebbe il merito di credere che un lavoro tipicamente maschile come il wrestler potesse essere svolto da donne. Un atteggiamento da pioniere in un periodo in cui le donne sul ring dovevano solo fare sfoggio delle proprie qualità estetiche e non delle capacità atletiche e interpretative.

Tuttavia, GLOW è una serie talmente ricca di spunti e con un cast così ben assortito (dalle professioniste Allison Brie e Betty Gilpin alla debuttante vera wrestler Kia Stevens) che negarle un posto in questa lista sarebbe un crimine verso quella leggerezza di cui abbiamo bisogno.

Cinque titoli da parte nostra; quanti da parte vostra?

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