Cinema

Venezia 72: Everest – la recensione

Ci siamo, l’avventura veneziana si apre con un’ambientazione che, tuttavia, di lagunare ha ben poco. Siamo sul tetto del mondo, sul monte Everest, un luogo che mette alla prova ogni forma di umanità, di forza d’animo, di forza fisica, dove si svolge una delle più lunghe scalate verso la vetta, che d’altra parte rappresenta uno dei movimenti più potenzialmente pregni di significato e simbolismo trascendentale. Fatica, sospensione tra la vita e la morte, freddo, vento, buio, abissi senza fondo, ogni tipo di ostacolo in grado di creare suspense cinematografica e per stupire e far riflettere il pubblico. In aiuto subentra anche la “magia” del 3D, in grado di rendere le immagini ancora più reali di ciò che vedono normalmente i nostri occhi, tecnica che offre allo spettatore l’occasione d’immedesimarsi ancor più in questo incontro con il sublime, con la “horrible beauty” burkiana. Gli elementi di partenza sono promettenti, ma fino a che punto rimangono tali?everest

Il regista islandese Baltasar Kormàkur, forse per familiarità con i rigidi climi della sua terra, decide di raccontare una disastrosa scalata del monte Everest, avvenuta nel 1996 e ci rassicura da subito ricordandoci che si tratta di una storia vera. Il film di apertura della Mostra del Cinema di Venezia dunque è all’insegna dell’avventura e del coinvolgimento, accentuato ancor più da un cast stellare che comprende Jason Clarke, Josh Brolin, John Hawkes, Robin Wright, Emily Watson, Keira Knightley, Sam Worthington e, rullo di tamburi, il bello e irraggiungibile Jake Gyllenhaal, soprattutto se si cimenta nello scalare montagne himalayane. Alla luce delle passate aperture, che hanno visto la proiezione di Birdman (pluripremiato agli Oscar 2015, tra cui miglior film,) e Gravity (premiato sia ai Golden Globes sia agli Oscar 2014), la curiosità e le aspettative dovrebbero essere quanto meno positive, ma purtroppo vengono spazzate via ancor prima della tempesta che si abbatte sugli intrepidi scalatori durante la discesa. Nonostante alcuni di essi riescano ad arrivare in vetta e tornare sani (insomma) e salvi (per un soffio) al campo base, ad avere l’ultima parola non è soltanto l’immensa e pericolosa montagna, ricostruita grazie ai potenti effetti speciali, ma purtroppo anche i pregiudizi che un cinefilo cerca di mettere a tacere entrando in sala.

EverestUn’avventura che potrebbe essere avvincente ed interessante, sfocia quasi fin da subito nel più becero americanismo: prossemica baldanzosa e un po’ strafottente di alcuni personaggi che contrasta con la seria bontà dell’eroe che si lancia nell’ennesima spedizione pericolosa, mentre la moglie incinta attende con ansia il suo ritorno; battutine ad effetto, accattivanti quanto (ahimè) un po’ squallide e inflazionate; enfasi e attenzione concentrata ingiustamente solo su alcuni coraggiosi, altruisti e retti cittadini, mentre altri possono tranquillamente essere abbandonati alle gelide raffiche di vento o trascurati senza troppe remore, anche se si tratta di attori di notevole spicco…

La fotografia e le riprese tornano in soccorso di questo quadro un po’ deludente, risollevando il film in modo da renderlo visivamente notevole, così come i compagni di squadra mettono a rischio la propria vita per soccorrere chi è rimasto indietro o intrappolato tra la spossatezza fisica, il ghiaccio, le rocce e un precipizio. Non altrettanto mi sento di dire del resto, nonostante l’impegno dietro alla realizzazione di Everest sia palpabile. I personaggi raggiungono il punto più alto sulla faccia della Terra, ma sicuramente non altrettanto fa Kormàkur, che si lascia andare persino all’inflazionato sentimentalismo d’oltreoceano…

Così come il giornalista, membro della sfortunata squadra, mira ad ottenere spiegazioni, a capire perché i suoi compagni sentono di volersi lanciare in un’avventura del genere, costosa e estrema, mi viene sinceramente da chiedere, senza sarcasmo: un’apertura del genere, perché?

Everest
  • Peccato...
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