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Cinema

The Imitation Game: la recensione

Magari sarà vero che la recente passione per il cinema biografico sia un sicuro indizio di una preoccupante carenza di idee originali. E certamente è vero che mettere in scena la vicende più o meno romanzate di un personaggio realmente esistito assolve a priori sceneggiatori e registi da ogni accusa di piattezza nella narrazione e semplicità nella regia perché non è questo che interessa in un biopic. Ma altrettanto vero è che è in netta crescita il desiderio degli spettatori di storie che possano scriversi con la lettera maiuscola come meritano le gesta di personaggi che non hanno avuto bisogno della fantasia di un bravo autore per vivere una vita degna di essere raccontata (il che spiega anche il confortante successo di serie tv a carattere storico come “Vikings” e “Marco Polo”).

TheImitationGameTeam“The Imitation Game” è l’ennesima risposta a questa richiesta, ma ha anche il pregio aggiunto di rendere il meritato omaggio ad Alan Turing, universalmente noto per quelli che, sebbene di fondamentale rilevanza, sono stati i suoi contributi paradossalmente meno importanti. Matematico geniale capace di risolvere quasi per gioco uno dei problemi più dibattuti della sua epoca. Visionario pioniere di una scienza allora inesistente che arrivò a teorizzare e realizzare la macchina che porta il suo nome senza cui non esisterebbero gli onnipresenti computer. Vittima incolpevole di una persecuzione omofobica che lo condannò a quella castrazione chimica che ne causò un tanto insolito quanto prematuro suicidio (mordendo una mela avvelenata come nella fiaba di Biancaneve). Risultati tanto innovativi da garantirgli fin da subito un posto di primo piano nella imperitura arca della gloria della scienza. Eppure, Alan Turing fu privato per cinquant’anni della gratitudine che l’Europa gli deve. Perché, se la sanguinosa guerra contro la cruenta follia del nazismo è stata vinta con due anni di anticipo (Winston Churchill dixit), il merito è di Alan Turing e del suo gruppo di improbabili eroi che riuscirono a decifrare il codice Enigma permettendo agli Alleati di conoscere i movimenti di truppe, aviazione e marina tedesca. E, infine, di vincere la guerra.

_TFJ0226.NEFCome il film non smette di ricordarci, questa impresa eccezionale è opera della persona più improbabile. Ripetendo quanto Enrico Fermi disse di Ettore Majorana commentando anni dopo la sua scomparsa, Alan Turing aveva quello che nessun altro al mondo ha (il genio), ma sfortunatamente gli mancava quello che è comune in tutti gli altri uomini (il semplice buon senso). Come in uno stereotipo che tanto affascina Hollywood (e il John Nash di “A beatiful mind” è il solo più illustre predecessore) ma che non per questo è meno veritiero in questo caso, Alan ha una intelligenza precoce e avida di conoscenza; uno smodato desiderio di affrontare ogni problema apparentemente irrisolvibile per il puro gusto di riuscire in quel che chiunque altro ritiene impossibile anche solo provare a fare; una fede incrollabile nella propria inesauribile capacità di arrivare più lontano di dove anche i migliori hanno dovuto fermarsi; un’inesauribile confidenza di poter rendere un presente concreto quello che per tutti è solo un immaginifico futuro. Ma, al tempo stesso, Alan è la vittima rassegnata di un bullismo crudele che si diverte a colpire il più debole perché sa che non reagirà; il genio solitario che non riesce a capire che la propria spocchiosa vanità non può che condannarlo ad un vuoto isolamento; il diverso incolpevole che deve nascondere la propria intimità per la giustificata paura di ingiuste conseguenze. Il film ci restituisce tutti questi aspetti di Turing spezzando la narrazione lineare tipica del cinema di genere a favore di un delicato andirivieni tra tre piani temporali differenti (il periodo degli studi liceali, il lavoro a Bletchley Park durante la guerra, la stazione di polizia dell’anno della condanna) che permettono di far emergere la personalità dello sfortunato matematico in maniera naturale senza scadere in una didascalica esposizione dei fatti. Ne viene fuori un film con un ritmo altalenante tra la frenetica ricerca della chiave per decrittare Enigma e la lentezza compassata dei momenti più intimisti del passato con la scoperta della passione per la crittografia e la matematica e della propria omosessualità. Un equilibrio difficile da mantenere e che, infatti, nella seconda metà inizia un po’ a scricchiolare rallentando quando si potrebbe lasciar correre (le indagini del detective) e correndo quando si sarebbe potuto forse spiegare meglio (gli anni successivi alla decrittazione del codice mantenuta segreta nonostante Turing fosse stato minacciato più volte di licenziamento durante il film per l’assenza di risultati concreti).

TheImitationGameEndPur con questo dopotutto non eccessivo difetto, “The Imitation Game” resta un film meritevole di un giudizio più che buono grazie all’interpretazione ottima di Benedict Cumberbatch. Se è vero che il successo di un biopic è inevitabilmente legato alla bravura di chi interpreta il protagonista, allora bisogna dire che Cumberbatch era la migliore scelta possibile. Divenuto noto al grande pubblico grazie alla serie “Sherlock”, l’attore inglese si avvale proprio della sua esperienza con la versione moderna del detective creato da Conan Doyle. Idealmente Turing è, infatti, il fratello timido di Sherlock. Ne ha la stessa intelligenza e la stessa indifferenza per le interazioni con il prossimo. Ma laddove Sherlock adora esibire i propri pregi e vantarsi della sua alterità, Turing si ritrae nella corazza della propria incomunicabilità col mondo nascondendo il suo io per paura di doverlo spiegare a chi non potrebbe capirlo. Cumberbatch deve quindi lavorare per sottrazione mitigando quanto già fatto con Sherlock, donando al suo nuovo personaggio una fragilità nascosta dietro l’apparente arroganza, giocando con i gesti compassati e gli scatti improvvisi, mostrando una timidezza insicura negli sguardi sfuggenti, abbassando i toni di una voce che si fa specchio dell’animo. Si è detto spesso che i Weinstein (produttori di questo film) sono maestri nel portare un proprio attore all’Oscar e non è da escludere che questa interpretazione di Cumberbatch confermi questa diffusa credenza. Essendo il film cucito su Turing, finiscono per sbiadire inevitabilmente sullo sfondo tutte le altre figure che pure sono ben interpretate da attori che si calano con naturalezza nei ruoli loro assegnati (Matthew Goode è l’amico/nemico Hugh Alexander, Charles Dance l’ufficiale di marina Denniston tiepido antagonista di Turing, Mark Strong l’ accondiscendente capo del MI6 Stewart Menzies). Risalta giusto un poco la Joan Clarke di Keira Knightley in quanto unica figura femminile nell’universo completamente maschile di Alan.

Anche se con qualche perdonabile imprecisione (per dovere di verità storica va detto che Turing non partì da zero, ma si avvalse del lavoro del matematico polacco Marian Rejewski che aveva decifrato la prima versione semplificata di Enigma), “The Imitation Game” è un film riuscito che restituisce a Turing quegli onori che il segreto di stato gli ha negato fino a metà anni settanta. Certo, più doverose sono state le scuse di Gordon Brown nel 2009 e la grazia postuma concessa da Elisabetta II nel 2013. Ma, alle volte, il cinema può fare a suo modo di più. Dire alla gente quella verità che è troppo pigra per cercare da sola. E ad Alan Turing questo grazie andava detto.

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