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Miss Peregrine – La casa dei ragazzi speciali: la recensione del nuovo film di Tim Burton

Miss Peregrine - La casa dei ragazzi speciali
IMDb

Titolo: Miss Peregrine – La casa dei ragazzi speciali

Genere: avventura, fantasy

Anno: 2016

Durata: 2h 07m

Regia: Tim Burton

Sceneggiatura: Jane Goldman

Cast principale: Asa Butterfield, Eva Green, Samuel L. Jackson, Ella Purnell

Leggendo la biografia di Tim Burton si scopre che a 12 anni andò a vivere con la nonna per incompatibilità con i genitori e si trova questa interessante confessione dello stesso regista: “non avevo molti amici, ma potevo farne a meno […] perché ogni giorno era possibile vedere […] qualcosa che in qualche modo mi parlava”. Tim Burton ha ora quasi sessant’anni, ma questi particolari della sua adolescenza sembrano ritornare a galla in maniera indiretta in questo suo ultimo lavoro. Sebbene tratta dal romanzo omonimo di Ransom Riggs, la pellicola – Miss Peregrine – La casa dei ragazzi speciali – se ne discosta consistentemente per poter dar vita ad un’opera autoconclusiva e consentire al regista di adattare più facilmente il racconto alla sua poetica.

Asa Butterfield interpreta (in maniera convincente) l’adolescente Jacob (Jake) Portman che, in qualche modo, potrebbe quasi essere un avatar del Burton alla sua età. Jake non ha amici, è deriso dai suoi coetanei ed ha un rapporto difficile con genitori, una madre assente e un padre interessato solo alle sue ricerche che lo vedono quasi come una noiosa distrazione dai loro impegni. L’unico legame profondo è con il nonno malato, il quale ha cresciuto il nipote tra i racconti di mirabolanti avventure a cui nessuno tranne Jake crede. La sua morte improvvisa è il colpo di pistola che darà il via ad una corsa verso un mondo magnifico popolato da creature fantastiche che, proprio come Jake, sono a loro modo diverse dal resto del mondo.

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Miss Peregrine - La casa dei ragazzi speciali

Coerente con i temi cari al regista canadese, questa diversità fisica (tra ragazze più leggere dell’aria, bocche voraci nascoste sotto i capelli dietro la nuca, ragazzi invisibili, gemelli deformi, fuochi che si accendono al tocco delle mani) è solo una avatar di una più profonda distinzione etica, una manifestazione visibile di una sensibilità diversa, una spettacolarizzazione esteriore di un sentimento interiore. Come mostrato in maniera forse troppo marcata da una fotografia che predilige toni cupi e colori freddi per il mondo reale e luminosi e caldi per quello dei ragazzi speciali, è in compagnia dei cosiddetti “diversi” che il timido Jake può trovare una dimensione confortevole in cui liberarsi dalle sue insicurezze e credere nelle sue capacità.

Tematica tipicamente burtoniana quella del diverso prima temuto e poi odiato, nonostante la sua innocenza e purezza, che riecheggia nei suoi film fin da Edward Mani di Forbice e che qui si va a incrociare con le ambientazioni oniriche e favolistiche di Big Fish con scene quasi felliniane (come il love interest del protagonista portata a spasso mentre fluttua nell’aria soave come un palloncino) o maestosamente spettacolari (come la nave che risorge dalle acque o la battaglia in un parco giochi tra gente indifferente).

Un pastiche elegante e raffinato, che affascina lo spettatore ammaliato dalla sapiente regia di Burton, dal fascino retrò degli abiti, dall’incarnato pallido di bellezze eteree, dalla simpatia istintiva di bambini festosi, dalla magia degli effetti speciali che danno forma ai sogni burtoniani. E dalla bravura di una Eva Green che sostituisce egregiamente quella Helena Bonham Carter che da sempre è la musa di Burton. L’attrice francese si inserisce armoniosamente nel mondo del regista canadese, interpretando un personaggio che, pur nel relativamente limitato tempo in scena, disegna un ideale alter ego di Burton come custode immaginifico di un mondo tenuto separato da quello reale per il desiderio di lasciarlo incontaminato.

Eppure, nonostante la sceneggiatura sembri scritta per sposare il romanzo di Riggs con le visioni di Burton, il regista è qui presente solo come direttore e non partecipa al lavoro di sceneggiatura realizzato da Jane Goldman, a cui vanno perciò imputate le carenze di una storia che non ha uno sviluppo omogeno. Il desiderio di piegare il libro alle necessità della regia partorisce una scrittura disomogenea, che si dilunga in una prima parte più interessata a mostrare un mondo immaginifico per poi trovarsi a dover correre verso un finale affrettato, che lascia per strada tanti spunti che sarebbero potuti essere sfruttati meglio. Da qui un eccessivo uso dei tanto vituperati spiegoni, che sollevano il film dall’obbligo di seguire un percorso lineare, permettendogli di saltare opportunisticamente da un momento all’altro della storia senza arrivarci gradualmente. Altra nefasta conseguenza la scarsa attenzione alla caratterizzazione dei personaggi, di cui vengono mostrati solo i sorprendenti poteri piuttosto che la delicata psicologia. Miss Peregrine – La casa dei ragazzi speciali corre quindi verso lo scontro finale tra buoni e cattivi, senza che si sia riusciti ad entrare in piena sintonia con i primi o capire le motivazioni dei secondi introdotti quasi ex abrupto, senza fornire loro alcun background o un minutaggio sufficiente a renderli odiati dal pubblico.

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Miss Peregrine - La casa dei ragazzi speciali

Il risultato complessivo è, quindi, un film gradevole per la regia e il comparto visivo, ma che ha una sceneggiatura incompleta, figlia di un malriuscito compromesso tra il vorrei ma non posso e il potrei ma non voglio. Vorrebbe essere un film di Tim Burton, ma non può perché è lo stesso regista che da tempo ormai sembra aver perso interesse in produrre qualcosa di proprio, preferendo limitarsi a spruzzare con il suo stile lavori scritti da altri. Potrebbe essere un’opera che affronta tematiche interessanti, come l’accettazione del diverso e il coraggio di crescere, ma non vuole perché preferisce sfiorare solo questi temi, privilegiando invece un’azione che appare più frettolosa che frenetica.

Miss Peregrine – La casa dei ragazzi speciali è, infine, un film che vale la pena vedere, perché non annoia e sa affascinare per le sue scelte stilistiche, ma probabilmente finirà per volare via con la stessa leggerezza e rapidità di un palloncino il cui filo sia sfuggito di mano.

 

  • Regia e fotografia
  • Recitazione
  • Sceneggiatura
  • Coinvolgimento emotivo
3.3
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