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Il problema dei 3 corpi: gli insetti e la scienza – Recensione della serie Netflix

Benioff e Weiss più Cixin Liu uguale Il problema dei 3 corpi uguale successo. Avranno avuto in mente questa semplicistica equazione dalle parti di Los Gatos, California, dove ha sede il quartier generale di Netflix. Benioff e Weiss: i creatori di quel punto di svolta nella storia del fantasy televisivo che è stato Game of Thrones. Cixin Liu: l’autore di Memorie del passato della Terra che ha dato un impulso significativo alla fantascienza cinese rendendola nota in tutto il mondo. Soprattutto, una trilogia già completa ossia una storia con un finale già scritto dallo stesso autore che andava solo adattata e non completata da parte di due sceneggiatori televisivi che, per quanto bravi, non hanno comunque l’arte divinatoria per comprendere dove dovessero annodarsi i fili di avventure immaginate da altri.

Da questo promettente incontro e dalla disponibilità economica di Netflix, nasce Il problema dei 3 corpi con l’ambizione di essere, se non il nuovo Game of Thrones in salsa sci – fi, almeno un successo di critica e pubblico. Obiettivo raggiunto? Oh, si, mille volte si, assolutamente e innegabilmente si!

Il problema dei 3 corpi: la recensione
Il problema dei 3 corpi: la recensione – Credits: Netflix

Il dovere di rispondere

Come spesso accade alle opere che maggiormente colpiscono il pubblico, Il problema dei 3 corpi sceglie la fantascienza non per parlare di meraviglie future e tecnologie avveniristiche, ma per mettere l’umanità di fronte a sé stessa. Per costringere lo spettatore a interrogarsi non su quanto e quando il futuro immaginato dall’autore si trasformerà in un presente vissuto nel quotidiano, ma su come l’uomo si comporterebbe di fronte all’impossibile che diventa realtà. Che si tratti di un alieno innocente in cerca di un modo di tornare a casa come in E.T. – L’extraterrestre o di una mastodontica astronave che restituisce persone scomparse per imbarcarne altre come in Incontri ravvicinati del terzo tipo. O ancora un robot ciclopico arrivato a cancellare la razza umana perché dannosa per la vita in Ultimatum alla Terra. Oppure gli immensi visitatori spaziali di Arrival venuti a portare un messaggio da interpretare.

Ad accomunare questi film con Il problema dei 3 corpi (romanzo prima, serie tv ora) è il focus sulle diverse reazioni che potrebbero esserci qualora un imprevisto contatto con una civiltà aliena smettesse di essere una chimera immaginaria, ma fosse una necessità urgente. Ed è interessante notare come, poco prima della serie di Benioff e Weiss, sulla stessa Netflix sia stata pubblicata la miniserie tedesca Das Signal che, con molti meno mezzi e durata, allo stesso argomento è dedicata. Modi diversi di affrontare lo stesso quesito: come reagiremmo? Perché non tutti sono la Jodie Foster di Contact e, sopratutto, non tutti gli alieni sono innocui come le multiformi versioni tenute a bada nei vari Men in Black.

Ne Il problema dei 3 corpi c’è una vasta gamma di possibili risposte ed è questa eterogeneità a rendere la serie tanto ricca e interessante. Una forma di vita capace di attraversare le immense distanze siderali promettendo di arrivare a noi potrebbe essere accolta come il messia inatteso di una nuova religione. Una fede acritica nel bene che viene a salvare una umanità incapace di guidare sé stessa verso null’altro che una fine senza speranza. È questo il punto di vita dell’astrofisica Ye Wenjie (Rosalind Chao), del suo sodale Mike Evans (Jonathan Pryce), della invasata Tatiana (Marlo Kelly). Oppure gli alieni sarebbero solo la minaccia finale da combattere con ogni mezzo possibile e impossibile. Un semplice continuare il proprio lavoro portandolo al livello successivo come è per il potente Thomas Wade (Liam Cunningham) e il rassegnato Da Shi (Benedict Wong).

Magari ancora, un falso problema perché troppo lontani nel tempo e nello spazio per preoccuparsene ora quando ci sono urgenze più immediate da affrontare come pensa Auggie (Eiza Gonzalez) o perché niente è davvero importante per una persona disillusa come Saul (Jovan Adepo). Ma anche l’estremo opposto sarebbe possibile. Fare del contrastare il loro arrivo l’unica ragione per andare avanti oltre il proprio dolore come Jin (Jess Hong) o persino oltre la morte come sceglie di fare Will (Alex Sharp).

Sebbene sia chiara la divisione in buoni e cattivi, Il problema dei 3 corpi lascia che tutte le voci diverse possano parlare. Perché l’unica cosa a cui non ci si potrebbe sottrarre in un caso simile sarebbe proprio il dovere di rispondere.

Il problema dei 3 corpi: la recensione
Il problema dei 3 corpi: la recensione – Credits: Netflix

Siamo insetti e va bene così

Il problema dei 3 corpi è anche una insolita celebrazione di quella che inaspettatamente è la più grande dote del genere umano. E lo è sempre stata fin da quando i primi australopitechi scesero dagli alberi per iniziare la lunga evoluzione verso il genere homo sapiens (sempre meno sapiens oggi, purtroppo). Animali che non erano i più forti né i più coraggiosi né i più veloci. Al contrario, erano proprio come gli insetti a cui i San-Ti minacciosamente li paragonano e come la geniale campagna marketing di Netflix nella stazione di Roma Termini ci ha ricordato. Quegli insetti che è facile schiacciare con irrisoria quanto superficiale noncuranza. Ma che rappresentano i cinque sesti dell’intero regno animale e popolano la Terra da oltre 300 milioni di anni. Sopravvissuti in qualche forma ad ogni estinzione di massa.

È questa resilienza del genere umano nonostante la sua apparente debolezza che Il problema dei 3 corpi vuole celebrare. La capacità di non arrendersi neanche di fronte alle sfide più insormontabili. Che si tratti di affrontare un nemico onnisciente inventandosi piani indecifrabili come fa Thomas Wade. O andare contro i propri stessi interessi e le proprie convinzioni come sceglie Auggie prima collaborando con Wade e poi rendendo pubbliche le sue invenzioni. Che significhi spingersi oltre le soglie della ricerca scientifica per concepire l’irrealizzabile grazie all’intelligenza testarda di Jin. O di accettare che la propria morte divenga un’altra risorsa da mettere a disposizione del genere umano fidandosi soltanto dell’amore non dichiarato ma mai dimenticato di Will.

Il problema dei 3 corpi vive di questa caparbietà dell’essere umano che, quando è in pericolo, proverbialmente aguzza l’ingegno. Ed è così che trova quelle doti nascoste che ne hanno fatto l’unica specie capace non solo di guardare alle stelle, ma di inviare messaggi a chi dovesse essere in ascolto. E fa niente se le risposte potrebbero essere l’opposto di ciò che speravamo celando il volto di incubi dietro le maschere di una falsa amicizia. Ci sarà sempre qualcuno che, fosse anche controvoglia come toccherà a Saul o per puro spirito di servizio come Da Shi, troverà il modo di farci sopravvivere una volta ancora.

Il problema dei 3 corpi ha solo finto di spaventarci con quell’indovinata campagna di marketing. Siamo insetti, si. E per fortuna che è così.

Il problema dei 3 corpi: la recensione
Il problema dei 3 corpi: la recensione – Credits: Netflix

La scienza omaggiata dalla fantascienza

Anche perché siamo insetti molto particolari grazie alla nostra capacità di fare scienza. In questo Il problema dei 3 corpi compie un’operazione paradossale. Prende la summa delle varie teorie del complotto e ne fa l’occasione per celebrare quella stessa scienza che questi atteggiamenti antiscientifici sostanzialmente condannano. È invece proprio la ricerca scientifica e tecnologica e, soprattutto, quella che comunemente viene bistrattata come inutile e improduttiva dalla vulgata comune. Che sia quella dell’infinitamente piccolo portata avanti negli acceleratori di particelle. O quella dell’immensamente grande resa possibile dai telescopi e dalle missioni spaziali. Una lezione che una serie sci – fi offre allo spettatore per ricordargli che siamo quel che siamo grazie a quella scienza che è l’unico strumento di cui non possiamo fare a meno.

E. d’altra parte, questo omaggio non poteva che venire da una serie come Il problema dei 3 corpi. Un’opera che appartiene al filone della fantascienza hard ossia quel genere che presta una grande attenzione al rigore scientifico. Il titolo stesso della serie è un riferimento al più famoso problema della meccanica celeste che è anche un elemento portante della narrazione. Né mancano altre chicche che uno scienziato come chi scrive questa recensione non poteva non apprezzare. Dal concetto di sigizia al segnale wow, dal paradosso di Fermi al progetto Risalita e le tecniche per accelerare i viaggi spaziali. Un’occasione per portare un rinnovato interesse sulla fisica che non può che essere letto come un bonus benvenuto.

Bonus che si aggiunge ad una trama che, pur deviando da quella originaria, si mantiene coerente e priva di buchi di sceneggiatura. Senza dimenticare che si tratta di un adattamento per il pubblico occidentale di una saga creata per i lettori orientali. Inevitabili, quindi, sono cambiamenti come l’etnia dei personaggi, l’accorpamento di alcuni, l’eliminazione di altri. Quel che conta è che Il problema dei 3 corpi mantenga l’unità narrativa e le tematiche portanti della trilogia originaria. E in questo Benioff e Weiss confermano quanto avevano dimostrato con Game of Thrones fintanto che hanno potuto appoggiarsi ai romanzi di quel George R.R. Martin che ha poi abbandonato per primo la sua creatura costringendoli a cercare una luce che non hanno saputo trovare. Ma che qui invece è già presente e brillante per loro e nostra fortuna.

Una certa lentezza eccessiva seguita da una semplificazione successiva si avverte nella parte centrale della serie. Un difetto non trascurabile in una somma che ha troppi addendi positivi. Molti più di quelli che bastano per promuovere con voti alti Il problema dei 3 corpi.

Il problema dei 3 corpi: la recensione

Giudizio Complessivo

Un adattamento riuscito per ricordarci quanto siamo fortunati ad essere insetti che conoscono la scienza per parlare alle stelle

User Rating: 2.88 ( 2 votes)

Winny Enodrac

In principio, quando ero bambino, volevo fare lo scienziato (pazzo) e oggi quello faccio di mestiere (senza il pazzo, spero); poi ho scoperto che parlare delle tonnellate di film e serie tv che vedevo solo con gli amici significava ossessionarli; e quindi eccomi a scrivere recensioni per ossessionare anche gli altri che non conosco

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