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Tales from the Loop: la contraddizione del recensore – la recensione della serie di Amazon Prime Video

Tales from the Loop: la recensione
Amazon Prime Video

All’autore di questa recensione capita spesso di dover fare presentazioni in pubblico a conferenze scientifiche. Ed ogni volta una delle cose più difficili è trovare le parole giuste per introdurre l’argomento. Si tratta di lasciarsi ispirare da qualcosa che non necessariamente sia attinente all’ambito professionale. Perché l’ispirazione può nascere anche da dove meno te l’aspetti. Ancora di più nel caso delle serie tv. Ancora di più nel caso di Tales from the Loop disponibile dal 3 Aprile su Amazon Prime Video.

Tales from the Loop: la recensione
Tales from the Loop: la recensione – Credits: Amazon Prime Video

Memorie di un futuro passato

Ad ispirare Nathaniel Halpern, che al suo attivo può vantare quel capolavoro psichedelico che è stato Legion, non è, infatti, un romanzo da adattare o un film di cui scrivere un prequel o sequel a puntate. Tales from the Loop nasce piuttosto da un art book omonimo dell’illustratore Simon Stalenhag. Cresciuto in un piccolo paese di campagna nei pressi di Stoccolma, l’artista svedese ha attirato l’attenzione meravigliata di critica e pubblico grazie alle sue opere cariche di fascino e poesia. Paesaggi rurali intrisi di una tranquilla quotidianità in cui si inseriscono armoniosamente elementi fantascientifici in decadenza. Edifici futuristici in rovina. Macchine mirabolanti in disuso. Robot avveniristici abbandonati alla solitudine della rovina.   

Da una traccia tanto esile non era affatto semplice trarre una serie tv, ma Halpern ha preso spunto dalla back story che accompagna il libro dell’autore svedese dove si immagina che le immagini riproducano i dintorni di un paese sede di un centro di ricerca costruito sottoterra. È proprio questa l’ambientazione della serie come ci spiega in apertura del primo episodio lo scienziato interpretato da Jonathan Pryce. Annunciandoci anche che ciò che vedremo sono alcune delle storie degli abitanti di Mercer, la cittadina rurale che sorge intorno alla sede del Loop costruito per studiare le proprietà dell’Eclisse, una misteriosa sfera dotata di poteri mai descritti chiaramente.

Una traccia esilissima che lascia enigmaticamente in sospeso mille domande sul dove e il quando della serie. Scelta assolutamente voluta perché il mondo di Tales from the Loop è, in realtà, fuori dal tempo e dallo spazio. A voler essere pignoli, si dovrebbe parlare di retrofuturismo, quel genere particolare in cui si descrive un mondo evoluto in maniera differente dal nostro in seguito a qualche evento particolare. Come lo stesso Stalenhag ironicamente diceva, quello che vediamo è ciò che sarebbe accaduto se l’interesse primario dei governi fosse sempre stata la ricerca scientifica. Avremmo avuto, quindi, uno sviluppo più rapido di tante tecnologie, ma al tempo stesso il mondo si sarebbe riempito anche delle rovine di questa tecnologia.

Niente di tutto ciò è, tuttavia, mai avvenuto per cui quello che vediamo sullo schermo è il passato di nessun futuro. Le vestigia decadenti di un domani che non è mai diventato ieri perché non ha mai avuto la possibilità di essere un oggi. Eppure, proprio questa contraddizione del tempo regala la massima libertà all’immagginazione trasportando sullo schermo la malinconia dei sogni che si sono avverati solo per spegnersi troppo in fretta.

Tales from the Loop ha il fascino nostalgico della memoria di un futuro passato.

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Tales from the Loop: la recensione
Tales from the Loop: la recensione – Credits: Amazon Prime Video

La poesia di tante storie

Importante è anche la parola tales in Tales from the Loop. Tales ossia storie. Perché la serie è appunto un collage di storie diverse, ognuna fruibile in modo autonomo in quanto dotata di una propria autonomia. Una collezione quasi antologica i cui elementi condividono apparentemente solo l’essere ambientati nello stesso universo immaginario. Con protagonisti diversi quasi ogni volta che si riuniscono fugacemente solo nel season – finale mantenendo però sempre la propria indipendenza narrativa. Una strategia che inizialmente può risultare straniante perché impedisce di entrare in sintonia con i personaggi. Ma che è, infine, necessaria perché ad ognuno è affidato un compito diverso.

Che è poi quello di accompagnare lo spettatore in un percorso emozionale dove ciò che vede sono uomini e donne, adulti e bambini, ragazzi e anziani che devono confrontarsi con le sfide eterne dei sentimenti e delle domande. La paura di essere inadeguata come madre e moglie e donna indipendente di Loretta. L’insicurezza dell’adolescenza e il desiderio di sfuggire ad un destino scelto da altri di Jakob e Danny. L’impossibilità di accettare che nessuna perfezione è eterna ma non per questo lo è di meno per May.
Il primo difficile e indimenticabile incontro con l’accettazione della morte dei nostri cari per Cole. Il terrore della solitudine e l’attesa dolorosa di un amore che non arriva mai di Gaddis. L’accettazione dell’altro da sé come passo per fare pace con sé stessi per George. Il dolore di lasciare andare chi non può esserci più e la nostalgia di guardarsi indietro che anima l’ultimo viaggio di questa prima stagione.

Tales from the Loop è un viaggio dentro sé stessi. È vivere nel mondo di fuori per capire quello di dentro. Un cammino che bisogna compiere bevendo l’acqua fresca di sorprese gioiose e bagnandosi negli stagni paludosi di cocenti delusioni. Un percorso a volte accidentato, altre pianeggiante, tra sentieri battuti all’ombra di sentimenti allegri e strade dissestate infestate da emozioni tristi. Una ricchezza che bisogna conoscere per accettare che spesso la risposta a lungo cercata nasce dall’accettare un cambiamento imprevisto. Perché solo ciò che non appartiene alla natura umana è immutabile e fuori dal tempo.

Tales from the Loop è la poesia che nasce quando ciò che non è più lascia il posto a ciò che ancora non è.

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Tales from the Loop: la recensione
Tales from the Loop: la recensione – Credits: Amazon Prime Video

L’estetica della lentezza

E ciononostante Tales from the Loop non riesce ad evitare il problema di ogni serie che voglia navigare sul periglioso mare delle tematiche esistenziali. Quel difetto arduo da accettare che costringe il recensore a contraddirsi. A chi gli chieda com’è la serie non può che rispondere prontamente che è bellissima. Ma alla stessa persona che domandi se lo stesso recensore la consigli altrettanto inevitabilmente dovrà rispondere con un decisissimo no. Una schizofrenia figlia della natura stessa della serie che chiede allo spettatore di riempire gli spazi bianchi che volutamente lascia.

Ogni episodio di Tales from the Loop dura circa un’ora, ma di quei sessanta minuti la maggior parte sono tessuti di pause e ripetizioni, di silenzi e di pensieri muti, di sguardi senza parole e attimi innaturalmente lunghi. Per chiamare le cose con il loro nome, lentezza è il difetto di cui sopra. Un procedere a passo di vetusta tartaruga che la serie adotta come precisa filosofia. Tales from the Loop vuole invitare chi vive nella realtà a porsi le stesse domande di chi sta vivendo sullo schermo.

È per questo che la serie più che dire vuole suggerire. E lo fa immergendo lo spettatore in una magnificenza visiva che rende la serie un piacere per gli occhi. Merito di una regia che alterna diversi registi (con Jodie Foster a dirigere l’episodio finale), ma tutti accomunati da un approccio comune volto ad esaltare la poesia di luoghi e momenti. Ottima, quindi, anche la fotografia e lodevole la colonna sonora che accarezza le scene ovattando il tutto.  

Tales from the Loop è una serie che vive dell’estetica della lentezza. Tanto bella da vedere quanto difficile da seguire. Come la vita delle cose che non durano.

Tales from the Loop: la recensione
3.5

Giudizio complessivo

Una serie esteticamente bellissima e tremendamente lenta che affascina e respinge al tempo stesso

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