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Hellbound: l’inferno lo creiamo noi – Recensione della serie coreana di Yeon Sang – ho su Netflix

Se Squid Game aveva piantato il seme del dubbio, Hellbound fa crescere rigogliosa la piantina della certezza: è la Corea il luogo a cui guardare per trovare produzioni televisive di ottimo livello e sicuro successo. Lo dicono i numeri diffusi da Netflix che vedono la serie insediarsi al vertice della classifica delle più viste in diciannove paesi, Stati Uniti compresi, nella sua prima settimana di programmazione. Soprattutto, lo conferma la ricchezza di contenuti della nuova opera di Yeon Sang – ho, noto in occidente per il lodevole Train to Busan.

Hellbound: la recensione
Hellbound: la recensione – Credits: Netflix

Tra mostri e libero arbitrio

Il nome del regista, il trailer online e le scene iniziali del primo episodio di Hellbound sono una sorta di red herring. Un qualcosa di appariscente per attirare l’attenzione ed invogliare lo spettatore ad approcciarsi ad una serie i cui veri temi sono ben differenti. Non è un caso che i tre mostri grigi con la loro esplosione di violenza sanguinaria e luce accecante compaiono un numero dopotutto limitato di volte nei sei episodi. Sono il casus belli per avviare l’azione, per ricordare il contesto, per sottolineare momenti topici. Ma restano comunque un a parte messo lì per dare sostanza ai temi discussi durante la serie.   

Hellbound parla, infatti, d’altro. Gli Hulk cinerei annunciati da un enorme volto di fumo che scandisce al malcapitato la data della sua condanna sono interpretati dagli adepti della setta della Nuova Verità come un chiaro segnale della volontà di Dio. Merito delle capacità oratorie del giovane presidente Jeong Jin – soo che abilmente diffonde la sua versione sostanziandola mandando in diretta mondiale una delle morti. Ed è qui che la serie mette da parte le venature horror e il tono da crime soprannaturale per palesare le sue vere intenzioni. Che sono quelle di costringere lo spettatore a porsi domande per nulla banali. Tanto complesse da essere state affrontate anche in altri luoghi e modi senza trovare mai una risposta univoca e inoppugnabile.

Su tutti uno è il quesito fondante della prima parte di Hellbound. Se davvero è Dio a mandare i tre mostri a portare all’Inferno i peccatori, che fine fa il concetto di libero arbitrio? Com’è possibile scegliere se la scelta è vincolata da un destino ineluttabile? Che merito c’è nel fare il bene se il bene è l’unica cosa che si può fare? Una società che cancelli il peccato non per convinzione, ma per paura è un modello a cui anelare? Soprattutto, chi è che può decidere cosa sia il bene? Non starebbe egli stesso peccando di superbia volendosi sostituire a quel Dio di cui dice di rispettare il volere nonostante questo volere non sia mai stato chiarito?

Hellbound riesce a bilanciare bene una detective story in salsa splatter per chi vuole solo intrattenimento con la profondità di temi che possono interessare a chi non vuole fermarsi alla superficie.

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Hellbound: la recensione
Hellbound: la recensione – Credits: Netflix

Tra fede e marketing

Insolita è la struttura di Hellbound che si divide in due blocchi da tre episodi l’uno separati da dieci anni. Due storie quasi distinte tenute insieme da qualche personaggio che ritorna e dalla presenza dei mostri. Divise, tuttavia, per gli argomenti che affrontano nonostante i semi della seconda parte siano piantati nella prima. Lo stacco temporale serve allora a far sedimentare la nuova struttura sociale che si viene a creare lasciando il tempo alle nuove realtà di prendere le forme disturbanti che ci vengono mostrate. Forme che costringono ancora una volta lo spettatore a riflettere.

Il mondo di Hellbound dopo i dieci anni dall’esecuzione della condanna di Park Jeong – ja è quello costruito dal marketing che sfrutta la fede innocente. La Nuova Verità è diventata un centro di potere che invade e controlla ogni aspetto della vita sociale. Potere acquisito non grazie alla verità del messaggio, ma alla capacità di venderlo. Spot pubblicitari da produrre senza badare a costi. Spettacoli televisivi con vip mascherati in prima fila a pagare il biglietto. Luoghi scenario di tragedie trasformati in santuari popolari. Cerimonie rigidamente codificate per arrivare in maniera potente al pubblico.

Con una critica per nulla velata ed, anzi, sottolineata dalla scelta di toni quasi macchiettistici, la serie prende di mira la capacità tutta umana di pervertire anche il più nobile ideale in un vile opportunismo. Così della fede non importa cosa ne sia alla base, ma solo individuare quei punti che massimizzino il ritorno in termini di vendite.

Quando tutto diventa un business, anche il fanatismo diventa accettabile se è utile a cancellare ogni possibile competitor. Soprattutto se questo fanatismo non è imposto dall’alto, ma nasce dal basso. Inventato da un personaggio volutamente esagerato nel suo dipingersi il volto con colori fluo e nell’urlare sproloqui in dirette social come fosse un gamer avido di follower. Alimentato da quella violenza innata nell’essere umano che aspetta solo un motivo quale che sia per esplodere con una rabbia cieca. Sostenuto dalla paura di chi non è d’accordo, ma non trova il coraggio per dare voce al dissenso.

I veri mostri di Hellbound non sono, quindi, i potenti esseri soprannaturali che bruciano i presunti peccatori. Sono gli uomini quando si lasciano dominare dalla paura di pensare in maniera autonoma. Ed è allora che l’inferno smette di essere un luogo oltre il tempo e lo spazio e diventa il qui ed ora costruito da noi stessi.

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Hellbound: la recensione
Hellbound: la recensione – Credits: Netflix

Questione di tempi

Hellbound merita ampiamente il successo planetario che sta riscuotendo. La serie offre spunti di riflessione per nulla banali. Sa guidare lo spettatore nella ricerca di risposte che dovrà comunque trovare autonomamente. Le figure del caparbio detective Jin Kyung – hun e del carismatico presidente Jung Jin – su nella prima parte si fronteggiano egregiamente rappresentando risposte opposte tra cui è chi guarda a dover scegliere. Altrettanto convincenti sono i due duellanti ideali della seconda parte, la coraggiosa avvocatessa Min Hye – jin e lo zelante diacono Yu – ji, dove però spiccano anche i tormenti della coppia Bae Young – jae e Song So – hyun. Tutti personaggi ben scritti e interpretati con giusta intensità.

A mancare in Hellbound è, forse, una gestione corretta dei tempi. La ricchezza dei contenuti e la loro complessità mal si coniugano con un formato eccessivamente compatto. Sei episodi sono, infatti, troppo pochi per permettere di approfondire le diverse tematiche soprattutto perché devono cedere inevitabilmente il passo alle parti più spettacolari indispensabili a mandare avanti la trama. La visione complessiva risulta sicuramente gradevole, ma il dover correre non concede quelle pause che avrebbero permesso di evidenziare meglio gli argomenti.

Hellbound è, comunque, una conferma lampante di quanto bene abbiano fatto le regine dello streaming a dirigere il loro occhio indagatore a oriente. Come Bong Joon – ho aveva sottolineato commentando il suo Oscar per Parasite, c’è una immensa miniera di idee, modi, temi, argomenti che aspettano solo di farsi apprezzare dal pubblico occidentale. Squid Game prima, Hellbound ora in modi diversi dimostrano quanto sinceramente oneste e non meramente pro domo sua fossero le parole del maestro coreano.

Non ci resta che scoprire cosa altro ancora la Corea ha da offrire.

Hellbound: la recensione

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4

Giudizio complessivo

Una serie che sa intrattenere chi vuole fermarsi alla superficie ed offrire tematiche profonde a chi vuole andare oltre il piacere di guardare

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Winny Enodrac

Vorrei vedere voi a viaggiare ogni giorno per almeno tre ore al giorno o a restare da soli causa impegni di lavoro ! Che altro puoi fare se non diventare un fan delle serie tv ? E chest' è !

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