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Cinema

Hammamet: dimenticate ogni verità – Recensione del film di Amelio sugli ultimi anni di Craxi

Hammamet: la recensione
Rai Cinema

Titolo: Hammamet
Genere: biografico
Anno: 2019
Durata: 2h 06m
Regia: Gianni Amelio
Sceneggiatura: Gianni Amelio, Alberto Taraglio
Cast principale: Pierfrancesco Favino, Livia Rossi, Luca Filippi

Il sogno di ogni critico cinematografico (dilettante come il sottoscritto o professionista come tanti) è vedere il film perfetto, quello a cui potrai dare cinque stelle su cinque in ogni categoria. E il 2019 era andata più che bene da questo punto di vista grazie a Parasite e Joker. Poi c’è l’altro sogno inconfessabile: vedere il film maledetto, quello a cui vorresti dare zero in ogni categoria. Peccato ci sia Favino in versione cosplay perfetto di Craxi. Altrimenti Hammamet avrebbe aperto questo 2020 regalando l’opportunità dello zero totale.

Hammamet: la recensione
Hammamet: la recensione – Credits: Rai Cinema

La parola non detta

Scritto e diretto da Gianni Amelio, Hammamet vorrebbe raccontare gli ultimi anni dell’ex segretario PSI e presidente del consiglio Bettino Craxi. Protagonista assoluto della politica degli anni ottanta e tra le vittime più eccellenti del ciclone Mani Pulite che spazzò via un’intera classe politica che aveva confuso finanziamento pubblico con interesse privato. Il condizionale dovrebbe essere superfluo e lo è non appena si vede il famoso congresso del 1985 in cui Craxi festeggia l’elezione a segretario con le usuali percentuali bulgare da un palco su cui troneggia la piramide dell’architetto Panseca. Immagine passata alla storia come simbolo della grandeur faraonica di cui il leader socialista amava circondarsi. Sicurezza granitica nella sua intoccabilità neanche scalfita dagli avvisi preoccupati di un onesto segretario amministrativo che gli rinfaccia l’andazzo tangentizio ormai insostenibile e la bufera in arrivo. 

Solo che dopo questa apertura eloquente, Amelio improvvisamente decide di fingere che quell’uomo chiuso nella sua villa ad Hammamet non sia Craxi. Che la figlia si chiami Anita e non Stefania. Il figlio non abbia nome nonostante sia identico a Bobo Craxi. Medici che lo curano e militari che gli fanno da scorta lo chiamino presidente invece che Craxi. Amanti redivive siano prive di nome. Politici di chiaro stampo democristiano siano anonimi perché summa allegorica dell’intera classe dirigente che fu. Tutto questo nonostante le cinque ore quotidiane al trucco a cui si sottopone Pierfrancesco Favino per diventare il gemello clonato di Bettino Craxi.

Impossibile non domandarsi i motivi di questa inutile finzione. Possibile che la risposta stia nel desiderio di scrivere dell’uomo privato piuttosto che del personaggio pubblico smarcandosi dal suo passato storico per dedicarsi a quello personale. Ma il sospetto più che fondato è che si tratti solo di un maldestro tentativo di pusillanime silenzio. Quello è Craxi, ma non è Craxi. E quindi si può anche non usare mai in 126 minuti di film la parola che a Craxi è associata nei libri di storia. Tangenti. Perché tacere questa accusa (confermata da condanne plurime) è il punto di partenza per l’operazione successiva che Amelio compirà in un film che diventa presto un manuale revisionista.

Che almeno il regista abbia il coraggio di non nascondersi dietro questa ridicola messinscena fatta di nomi cancellati e parole taciute.

Hammamet: la recensione
Hammamet: la recensione – Credits: Rai Cinema

La beatificazione di chi tramonta

Hammamet è la dimostrazione che, se è vero che nessuno è un grande uomo per il suo maggiordomo, molti personaggi pubblici si guadagnano una assoluzione perpetua post mortem. Il Craxi presentato da Amelio è quello degli ultimi anni. Un uomo che non ha rinunciato a quelle note caratteriali che sono state la sua arma vincente nell’agone politico. L’intelligenza rapida capace di elaborare strategie vittoriose. Una spiccata alta considerazione di sé stesso che gli ha permesso di porsi sempre un gradino più in alto del suo avversario. L’orgoglio di chi non ha mai visto arrestarsi l’ascesa irrefrenabile della sua stella. Punti di forza che si sono tuttavia trasformati col tempo in debolezze fatali.

Perché gli hanno impedito di ascoltare chi non la pensava come lui convinto che nessuno potesse vedere più lontano dei suoi occhi perspicaci. Lo hanno portato a chiudersi in un mondo immaginario dove era sempre lui e solo lui ad avere ragione. Hanno scritto la sua condanna ad una lontananza forzata dall’Italia che i suoi ammiratori hanno chiamato romanticamente esilio quando era invece criminalmente latitanza. E, fino alla fine, lo hanno tenuto nella ferrea convinzione di essere una vittima innocente di un disegno volto a eliminare una classe intera facendo di lui l’agnello sacrificale da immolare sull’altare del nuovo che avanza.

Hammamet si schiera acriticamente dalla parte di questo Craxi. Scelta che potrebbe sembrare inevitabile perché è il personaggio protagonista del film. Ma a trasformare una legittima decisione degli autori in una partigiana presa di posizione è la totale assenza di qualsiasi contraddittorio. Tutti i ritornelli tipici degli avvocati difensori del fu leader sono presenti: il così facevan tutti, tutto per il partito e niente per lui, la politica scippata del suo ruolo da parte dei giudici. Il film ne aggiunge persino altri tra fantomatiche elargizioni di denaro per salvare famiglie in difficoltà e aiuti mai citati a persone in fuga dalle dittature. Si arriva persino a ribaltare anche la famosa (e più che criticabile) scena del lancio di monetine all’Hotel Raphael facendone un atto di accusa contro i contestatori.

Con Hammamet Amelio avvia quasi un’opera di canonizzazione di una vittima innocente tacendo completamente i motivi per cui vittima non lo era affatto.

Hammamet: la recensione
Hammamet: la recensione – Credits: Rai Cinema

Un film ad personam

Che sia in corso un’operazione del genere è anche confermato dal ruolo assegnato a tutti gli altri personaggi del film. Il Craxi di Hammamet è il Sole di un sistema planetario dove ogni corpo esiste solo per girare intorno a lui. Ovvio che sia così per la figlia Anita (Livia Rossi) che si annulla in una comprensibile devozione, nonostante il padre abbia messo la famiglia sempre in ultima posizione tra le sue priorità. Come dimostra il rapporto distante con il figlio (Alberto Paradossi) trattato alla stregua di un lacchè incapace e la moglie (Silvia Cohen) ridotta a tappezzeria per il divano. Più arduo comprendere la passione smisurata mostrata dall’amante (Claudia Gerini) rappresentante ideale di quella corte di nani e ballerine che circondava il segretario all’apice del suo potere, ma che ritorna da lui anche ora che non conta più niente.

Il capolavoro del nonsense si raggiunge, comunque, con il personaggio di Fausto (Luca Filippi), creazione della fantasia di Amelio. Figlio del segretario amministrativo suicidatosi per la vergogna di aver fatto parte del sistema tangentizio avvallato da Craxi, il ragazzo si presenta bellicoso per diventare in un attimo un servitore adorante solo perché ha visto la luce dell’astro craxiano. Potrebbe essere il punto più basso raggiunto dalla sceneggiatura, se non ci fossero le scene oniriche finali che diventano imbarazzanti perché completamente fuori contesto e da fare invidia agli spettacoli del Bagarino (citato non a caso). Tacendo per decenza dell’epilogo con Anita e Fausto protagonisti di uno scambio di battute tra l’inutile e il dannoso.

Hammamet si candiderebbe a prendere uno zero assoluto. Ma il voto finale è una media che include anche l’aspetto della recitazione. Sebbene quasi tutto il cast reciti ai minimi sindacali (spesso anche sotto quelli), l’interpretazione di Favino è talmente perfetta da risollevare questo aspetto del film. Merito indubbiamente di un make up che rende impossibile distinguere le fattezze dell’attore romano annegate nei lineamenti paffuti di Craxi. Ma soprattutto merito della perfetta imitazione delle movenze, dei tic, degli atteggiamenti, della voce di Craxi.

Hammamet avrebbe potuto essere il sogno segreto di ogni critico. Il film di cui poter parlare a trecentosessanta gradi. Accidenti a Favino!

Hammamet: la recensione
  • Regia e fotografia
  • Sceneggiatura
  • Recitazione
  • Coinvolgimento emotivo
2

Giudizio complessivo

Una storia che si schiera così tanto dalla parte del suo protagonista da arrivare a giustificare tutto in una sorta di revisionismo storico messo in piedi per santificare una presunta vittima che vittima non lo è mai stata

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