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Caracas: perdersi in sé stessi nei vicoli di Napoli – Recensione del film di Marco D’Amore con Toni Servillo

Titolo: Caracas
Genere: drammatico
Anno: 2024
Durata: 1h 50m
Regia: Marco D’Amore
Sceneggiatura: Marco D’Amore, Francesco Ghiaccio
Cast principale: Marco D’Amore, Toni Servillo, Lina Carmella Lumbroso

Si sceglie un film da vedere in sala leggendo prima di tutto il nome del regista, ad esempio Marco D’Amore per Caracas. E lo si fa perché si associa ad ogni autore un certo genere in modo da sapere già che quel film ci potrà piacere o meno, ma sicuramente ci interesserà perché si incasellava in una categoria verso la quale siamo ben disposti. E poi ci sono gli imprevisti. Quei casi in cui, mentre la pellicola si svolge sullo schermo, ci si sente confusi perché quello che stiamo vedendo non è quello che pensavamo.

No, Caracas non è il film che ci si aspetterebbe da Marco D’Amore. E fortuna che non lo è perché è una tanto enigmatica quanto piacevole sorpresa. 

Caracas: la recensione
Caracas: la recensione – Credits: Vision Distribution

Vivere di contraddizioni

Tratto dal romanzo Napoli Ferrovia di Ermanno Rea, Caracas è un film che inverte la dialettica del rapporto con lo spettatore. Se normalmente è il pubblico a chiedere al film ciò che i lavori precedenti del suo autore lasciano supporre, stavolta è la storia sullo schermo ad imporre a chi guarda di impegnarsi in prima persona a scriverla. Perché una trama vera e propria in Caracas non c’è come non c’era nel romanzo originario scritto in forma di diario. Ci sono dei personaggi a riempire la scena, ma le loro azioni sono sospese in un limbo tra realtà e finzione, tra ricordo e immaginazione, tra vissuto e sognato. La stessa vicenda può svolgersi in modo uguale, ma contrario. Cambiare i protagonisti, ma non i luoghi. Ed il loro percorso può chiudersi in una notte fatale o aprirsi su una spiaggia senza tempo.

Caracas è un film che vive di contraddizioni come i suoi personaggi. A partire proprio dal Caracas interpretato da un massiccio Marco D’Amore. Un uomo indurito dalla violenza naziskin di cui si è nutrito nell’illusione di aver trovato una famiglia. Un razzista che per amore si avvicina all’Islam facendosi allievo di quegli stessi mussulmani che odiava. Una bussola impazzita che punta in poli opposti cercando negli estremismi contrapposti quella quiete che non è ancora arrivata dopo la tempesta perenne in cui si è trovato a vivere. Può esistere un personaggio simile? O è solo una creazione assurda di uno scrittore ormai troppo anziano per credere di avere ancora qualcosa da dire? Caracas esiste davvero o è quell’amico di un altro mondo di cui ha bisogno il Giordano di Toni Servillo per convincersi che le sue dita possono ancora tirare fuori storie interessanti battendo sui tasti di un’antiquata macchina da scrivere?

Caracas è anche le contraddizioni dello stesso Giordano. Un figlio orfano della sua città che ha costruito altrove il suo successo e cerca ora l’abbraccio di una madre che è troppo diversa da quella che ricordava. Un narratore che ha perso la voglia di raccontare diventato però schiavo di fatti e persone che vogliono essere raccontate. Come la stessa Yasmine (Lina Carmella Lumbroso) che è di Caracas è la dea imperfetta. Una bellezza naturale contaminata dal marciume sintetico dell’eroina. La forza di opporsi ai pregiudizi altrui e la debolezza di sfuggire ad una condanna inflittasi da sola.

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Caracas è un film di opposti costretti a vivere insieme in una lacerante lotta interiore dove tutto è possibile perché ogni cosa vive nel mondo infinito del racconto. 

Caracas: la recensione
Caracas: la recensione – Credits: Vision Distribution

Una Napoli che è ogni luogo

In una battuta presente anche nel trailer, si dice che Caracas poteva essere figlio solo di una città come Napoli. Una dichiarazione che promette di iscrivere la città nell’elenco dei protagonisti del film. Promessa che viene mantenuta, ma non nel modo più ovvio e, perciò, più banale. La Napoli di Caracas non è la cartolina da mostrare per alleggerire il dramma o per dare un tocco di azzurra speranza alle loro vite. Non è la Napoli Magica del precedente documentario di Marco D’Amore. Ma non è neanche quella degradata ridotta a preda da divorare come premio di lotte criminali come in Gomorra. E nemmeno è la Napoli ricca di possibilità sui generis di Sidney Sibilia e del suo Mixed by Erry.

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Caracas porta in scena la Napoli dei vicoli dietro la ferrovia. Quel dedalo di strade sporche, caotiche, rumorose. Punteggiate dai negozi spogli degli immigrati. Bagnate da pozzanghere che non si asciugano mai. Illuminate da luci insufficienti che oscurano i contrasti.  Immerse in una foschia che smorza i contorni. Affollate da una massa pulsante di scugnizzi ed extracomunitari. Una Napoli irriconoscibile non solo perché lasciata solitamente dietro le quinte di quel teatro a cielo aperto che è la Napoli di Eduardo e Totò, Massimo Troisi e Pino Daniele. Ma anche perché vuole essere un luogo che è ogni luogo. L’universale che si nasconde nel particolare. L’ennesima contraddizione di un film che ama immergersi nella difficile impresa di creare una singola armonia da una moltitudine di suoni discordanti.

In Caracas, il lavoro fatto su regia e fotografia aiuta a rendere possibile questa crasi tra la Napoli viva e reale e quella archetipo di ogni altra città dove culture diverse si mischiano nella stessa dignitosa povertà. I toni rimangono caldi senza essere luminosi donando ai luoghi quella cappa di opprimente pressione che soffoca chi è costretto a vivere del poco che ha. Lo stesso senso di soffocante tensione che dona la macchina da presa quasi incollata ai personaggi che finiscono per essere quasi schiacciati nelle immagini troppo strette per la loro fisicità. Un modo efficace per rendere visivamente il loro sentirsi imprigionati in vite che non riescono a decollare verso un altrove che non si conosce, ma si desidera ardentemente.

Caracas è anche questo: una fotografia in movimento di chi si perde in un luogo senza luogo perché non è in grado di trovare il proprio domani dentro sé stesso.

Caracas: la recensione
Caracas: la recensione – Credits: Vision Distribution

Un film coraggioso

Caracas rappresenta anche una tappa importante nel percorso autoriale di Marco D’Amore. L’attore napoletano non ha un lungo curriculum come regista. Deve la sua fama sicuramente al personaggio di Ciro l’Immortale in Gomorra che gli ha anche consentito di esordire dietro la macchina da presa. Prima con alcuni episodi della serie, poi con la direzione di L’immortale che, più che un film, era un episodio speciale della serie stessa. È per questo che da lui ci si sarebbe attesi un film che si muovesse nei territori sicuri del genere crime in cui si è mostrato piuttosto capace. Non succede così, invece, ed è questa la sorpresa di cui parlavamo all’inizio.

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Di Caracas D’Amore firma anche la sceneggiatura con il fido Francesco Ghiaccio oltre a interpretarne il protagonista principale a dimostrare quanto tenesse a questo progetto. Un modo per allontanarsi dalla visione preconcetta che si ha di lui e avviare un proprio percorso autonomo e originale. Un atto di coraggio perché avviene attraverso un film ineguale che accetta programmaticamente di incepparsi in fasi di stanca per poi ripartire con vigorosa energia. Le difficoltà di tradurre nel linguaggio cinematografico una cronaca immaginaria in forma di diario personale sono evidenti nel ritmo diseguale della pellicola. La struttura ellittica del racconto e la non linearità del tempo possono spiazzare uno spettatore a cui è delegato il compito di dare la propria interpretazione delle immagini. Non un film semplice, quindi, ma piuttosto una richiesta di aiuto di chi sa che la sua visione del testo originario potrebbe non essere l’unica e nemmeno quella corretta. 

Caracas riesce a trattenere lo spettatore grazie anche alle performance di un cast che crede nel complesso progetto. Un Marco D’Amore imbolsito rispetto ai tempi di Ciro indossa con convinzione gli sguardi torvi, i silenzi pensierosi, gli scatti d’ira, gli sparuti momenti di gioia del suo Caracas. Una recitazione fisica fatta più di espressioni che di parole. Di segno opposto quella di Toni Servillo che si assume anche il ruolo di voce narrante di luoghi e personaggi da cui è attratto nonostante e soprattutto perché sono fuori dal suo orizzonte culturale e personale. Una interpretazione giocata sul tono della voce e sulla precarietà di un corpo stanco che cerca nella curiosità dell’animo la forza per andare avanti un giorno ancora.

Caracas è un film imperfetto che potrà ricevere dal pubblico più pareri negativi che critiche positive. Ma è prima di tutto un film il cui autore esce dalla sua comfort zone invitando anche il pubblico in sala a seguirlo. Il rischio è quello di perdersi, ma alle volte bisogna prima perdersi per scoprire luoghi inesplorati.

Caracas: la recensione

Regia e fotografia
Sceneggiatura
Recitazione
Coinvolgimento emotivo

Un film coraggioso che invita a perdersi in una storia che tocca allo spettatore interpretare nel proprio modo personale

User Rating: 4.3 ( 1 votes)

Winny Enodrac

In principio, quando ero bambino, volevo fare lo scienziato (pazzo) e oggi quello faccio di mestiere (senza il pazzo, spero); poi ho scoperto che parlare delle tonnellate di film e serie tv che vedevo solo con gli amici significava ossessionarli; e quindi eccomi a scrivere recensioni per ossessionare anche gli altri che non conosco

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