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Cinema

L’Immortale: ma il cinema è un’altra cosa – Recensione dello spinoff di Gomorra con Marco D’Amore

L'Immortale: la recensione
Cattleya

Titolo: L’Immortale
Genere: criminale
Anno: 2019
Durata: 1h 50m
Regia: Marco D’Amore
Sceneggiatura: Leonardo Favoli, Maddalena Ravaglia, Marco D’Amore, Francesco Ghiaccio, Giulia Forgione
Cast principale: Marco D’Amore, Giuseppe Aiello, Salvatore D’Onofrio

Persone in coda per uscire da una sala cinematografica dopo la proiezione di L’Immortale. “Ti è piaciuto?” è la domanda che un ragazzo a caso rivolge all’amico. “Si, dai, non dico di no … ma non si era deciso di andare al cinema” la risposta immediata. Dialogo inventato con molta poca fantasia da chi cerca un modo di iniziare la recensione di questo film. Vezzo perdonabile perché, in verità, in quella battuta sta la sintesi perfetta di quello che (sperabilmente) leggerete nel seguito. Potreste, quindi, fermarvi qui, ma anche no per favore.

L'Immortale: la recensione
L’Immortale: la recensione – Credits: Cattleya

Uno spinoff di Gomorra (ovviamente)

Come è più che comprensibile, Marco D’Amore deve molto al personaggio di Ciro Di Marzio. E molto gli deve anche Gomorra le cui prime tre stagioni sono vissute e hanno riscosso un meritato successo anche per la capacità di creare personaggi entrati nell’immaginario collettivo. Sicuramente l’Immortale di Secondigliano è uno dei più (se non il più) famoso ed era, quindi, quasi scontato immaginare che la sua morte al termine della terza stagione non avrebbe significato un addio definitivo al personaggio. Non ha, perciò, sorpreso nessuno la notizia di uno spinoff  a lui dedicato. Né che Marco D’Amore sarebbe stato tanto coinvolto al punto da non tornare solo in scena, ma mettersi anche dietro la macchina da presa a dirigere e in sala di scrittura a partecipare alla stesura della sceneggiatura.

Più sorprendente è stato, invece, scoprire che mesi di affermazioni da parte di produttori e attori fossero bugie promozionali. È bastato, infatti, il trailer a svelare che L’Immortale non sarebbe stata solo una origin story del personaggio omonimo, ma un suo ritorno in pompa magna. E già questo sarebbe sufficiente a far storcere il naso per la ciclopica sospensione dell’incredulità che viene richiesta allo spettatore. Perché pare che il soprannome di Ciro sia stato preso troppo alla lettera. E neanche un colpo in petto sparato a bruciapelo è sufficiente a lasciare che il corpo dell’ex boss di Secondigliano affondi mestamente come cadavere e non riemerga incredibilmente come dopo un tuffo a bomba.

L’Immortale è, da questo punto di vista, il trionfo delle ragioni del marketing su quelle della logica. Troppo remunerativo sarebbe stato ripescare Ciro (e il box office lo sta confermando in maniera convincente) per sottomettersi all’ovvio. Si sa, i soldi fanno miracoli. Soprattutto sullo schermo.

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L'Immortale: la recensione
L’Immortale: la recensione – Credits: Cattleya

Andare (anche troppo) sul sicuro

Con queste premesse L’Immortale non poteva essere troppo diverso da quel che è stato. Astenendosi ovviamente da qualsiasi tipo di odioso spoiler, va detto che la trama ricalca molto da vicino quanto già era accaduto a Ciro dopo la sua prima fuga da Napoli dopo la caduta dell’alleanza da lui comandata e la vendetta su don Pietro Savastano. Ancora una volta, infatti, Ciro si troverà a dover cercare rifugio all’estero arrivando come una pedina mossa da altri e diventando rapidamente il dominus della criminalità locale. Poco importa che Ciro si trovi a trattare con Salvatore Conte o con i famosi russi tutti denaro e cattiveria. O che nella storia finisca per essere coinvolta anche la mafia lettone. Ci sarà sempre una guerra in cui essere trascinati, qualche traditore infido, qualche boss violento, qualche trovata intelligente. Ed, ovviamente, napoletani in giro e criminali di ogni nazionalità che comunque parlano italiano.

L’Immortale pecca, quindi, di poca originalità riciclando situazioni e personaggi che pescano a piene mani dai punti di forza della serie. Conseguenza ne è una sceneggiatura che raggiunge con destrezza il suo scopo di fornire allo spettatore quel che si aspetta. Ma, al tempo stesso, ci riesce con un tale automatismo che è lo stesso spettatore a poter quasi anticipare quel che accadrà. Perché tutti si comportano come ci si aspetta che facciano e lo svolgimento della storia scorre sullo schermo come un tram sui binari. Senza possibilità di sbagliare strada solo perché da nessun’altra parte può andare. Senza errori, quindi, ma senza lode.

Viene spontaneo osservare quanto questa scelta denoti una mancanza di coraggio da parte del numeroso team di scrittura. Sarebbe, forse, stato meglio osare di più e fare di L’Immortale davvero una origin story. Tentativo che viene solo abbozzato nel film tramite i flashback che mostrano un Ciro ancora bambino (il bravo esordiente Giuseppe Aiello), ma già impegnato a fare conoscenza con i rudimenti di quel mondo criminale di cui diventerà un potente signore. I primi passi di un ragazzino che da subito decide cosa vuol fare da grande sono, tuttavia, troppo quelli di un predestinato. Non c’è alcun dubbio, nessuna paura, alcun tentennamento. Solo un lieve accenno a cosa sarebbe potuto essere se non fosse successo un certo evento. Ma anche quello è solo uno spunto inserito ad hoc per collegarsi al finale.

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Il problema principale de L’Immortale è paradossalmente proprio il non fare errori. Perché per non sbagliare sceglie di non provarci neanche ad essere qualcosa più che una storia già vista in tv.

L'Immortale: la recensione
L’Immortale: la recensione – Credits: Cattleya

Al servizio della serie

Chi volesse giustificare questa assenza di coraggio potrebbe sottolineare che L’Immortale non è, in realtà, un film isolato, ma piuttosto un ponte tra la quarta stagione di Gomorra conclusa mesi fa e la quinta in arrivo non prima del 2021. Che sia così è evidente dal fatto che le vicende si svolgono in parallelo con quelle della serie come ci informano debitamente alcuni dialoghi tra Ciro e Virgilio. Ma è soprattutto la scena finale ad urlarlo in maniera tanto forte che diventa impossibile non ammettere quanto è a quel punto ovvio.

L’Immortale non è un film, ma un episodio doppio di Gomorra. Questo giustifica ulteriormente anche tutte le scelte di regia con le classiche inquadrature di auto che corrono su stradoni di periferia. O le location tipiche tra capannoni in mezzo al nulla e container carichi di droga. E i dialoghi ad un centimetro l’uno dall’altro con gli sguardi in cagnesco e le mani pronte a correre alla pistola. Un calembour di luoghi, parole, situazioni, suoni, rumori, luci, colori che è in tutto e per tutto identico a quello della serie madre. Un figlio che non ci pensa neanche un attimo ad andare a vivere da solo perché a casa di mammà si sta troppo bene.

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Ottimisticamente, si potrebbe dire che con L’Immortale autori e produttori hanno provato ad anticipare le idee della Marvel sulla integrazione tra film e serie tv prevista per la fase 4. La verità è che molto più banalmente qui si voleva battere il ferro finché scotta ancora. Solo che, tornando all’inizio, non si era deciso di andare al cinema?

L'Immortale: la recensione
  • Regia e fotografia
  • Sceneggiatura
  • Recitazione
  • Coinvolgimento emotivo
2.8

Giudizio complessivo

Un film che non sbaglia niente perché non prova ad essere qualcosa di diverso da un episodio doppio di Gomorra

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