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È stata la mano di Dio: il romanzo di formazione di chi ha qualcosa da dire – Recensione del nuovo film di Paolo Sorrentino disponibile su Netflix

Titolo: È stata la mano di Dio
Genere: drammatico
Anno: 2021
Durata: 2h 10m
Regia: Paolo Sorrentino
Sceneggiatura: Paolo Sorrentino
Cast principale: Filippo Scotti, Toni Servillo, Teresa Saponangelo, Marlon Joubert, Luisa Ranieri, Massimiliano Gallo, Ciro Capano, Biagio Manna, Enzo Decaro, Lino Musella, Sofya Gershevic, Cristiana Dell’Anna

È stata la mano di Dio, disse Maradona per giustificare beffardamente il primo gol all’Inghilterra in quella partita del mondiale 1986 che sarebbe poi stata ricordata anche per il secondo gol capolavoro.

È stata la mano di Dio, ripete lo zio di Fabietto facendosi portavoce di Paolo Sorrentino che ha sempre ricordato come sia sopravvissuto all’incidente in cui sono morti i genitori perché rimasto a casa per andare a vedere una partita del Napoli di Maradona. E sono queste sei parole a comporre il titolo dell’ultimo film del regista napoletano passato rapidamente in sala prima di essere disponibile su Netflix.

Ma non È stata la mano di Dio a far vincere al film il Leone d’Argento al Festival di Venezia e la nomination ai Golden Globes come miglior film straniero. È stato Paolo Sorrentino.

È stata la mano di Dio: la recensione
È stata la mano di Dio: la recensione – Credits: Netflix

Il mondo di Fabietto e non quello di Paolo

È stata la mano di Dio è il ritorno di Paolo Sorrentino a casa a venti anni esatti da L’uomo in più, il suo primo lungometraggio. Un viaggio inaugurato da un lungo piano sequenza che plana sulle acque del golfo per seguire un’auto che corre sul lungomare di Napoli. Un incipit che è un riavvolgere il nastro per rivedere le scene di vita quotidiana di un ragazzo adolescente del Vomero, il quartiere collinare dove vive la borghesia medio alta del capoluogo campano. Un luogo che non deve però ingannare perché l’anima del film resta schiettamente popolare. O, meglio, non importa se la famiglia Schisa abbia o meno problemi economici perché rappresentano, in verità, un parterre di personaggi che ogni adulto napoletano ricorda vividamente quando guarda indietro alla sua adolescenza.

Quasi paradossalmente, nel suo film più autobiografico, Sorrentino mette da parte il sé stesso regista per lasciare spazio al mondo in cui è cresciuto. Quegli eccessi barocchi che gli sono stato spesso imputati, quei personaggi tanto improbabili da diventare occasione di parodia, quelle scelte autoriali a volte troppo astruse sono assenti in È stata la mano di Dio. Perché non ce n’è bisogno. Bastano i pranzi di famiglia nella casa di vacanza tra dialoghi frizzanti, commenti sferzanti, scherzi tra fratelli, sfottò all’ultimo arrivato. I vicini altoatesini da prendere bonariamente in giro perché fuori luogo. La baronessa cinica pronta a sparlare di chiunque. Il portiere tanto innocuo e gentile quanto infantile e forse ritardato. Il fratello con il sogno improbabile di fare l’attore. La sorella sempre in bagno tanto che non la si vedrà quasi mai.

Soprattutto, bastano gli amati genitori. La madre sempre pronta a inventare nuovi scherzi senza cattiveria, ma anche senza timore di violare alcuna convenzione sociale. Il padre con la battuta veloce e il dialogo continuo con il figlio nonostante non sia veramente in grado di ascoltare. E poi zia Patrizia con la sua pazza bellezza a diventare prima sogno erotico, poi musa di Fabietto.  

Un modo perfetto proprio perché imperfetto. Pieno di crepe che lentamente emergono, ma che sono prontamente riparate da un sorriso. Una fortezza che difende Fabietto da ogni pericolo non perché impedisce che arrivi o sia in grado di attenuarne la feroce potenza. Ma perché sa curare le cicatrici che restano nella salvifica convinzione che ci sarà sempre un tempo per piangere e uno per ridere.

E magari arrivano insieme. Tanto che anche la notte più dolorosa si chiude con una battuta improvvisa e senza motivo che non cancella le lacrime, ma accende una risata spontanea. E va bene così.

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È stata la mano di Dio: la recensione
È stata la mano di Dio: la recensione – Credits: Netflix

Essere Fabietto per diventare Paolo

È stata la mano di Dio è soprattutto un romanzo di formazione di un ragazzo che stava provando a capire quali fossero i suoi sogni e si trova a dover vivere in una realtà impensabile. Lasciato da solo dai genitori morti per un banale incidente. Abbandonato da quello stuolo di parenti che non possono aiutarlo perché persi dietro altre vicende devastanti. Respinto da una sorella che si nasconde perché non sa quando sarà in grado di badare a sé stessa prima che agli altri. Allontanato da un fratello che preferisce perdersi nell’illusione di un’eterna vacanza perché convinto di non avere quella perseveranza di cui avrebbe bisogno. Aiutato sporadicamente da piccoli gesti innocenti come una mano sulla spalla, dei versi di Dante declamati da chi si esprimeva solo a parolacce, una prima volta offerta da chi vuole solo insegnargli ad andare avanti.

È stata la mano di Dio diventa la storia di una genesi, la novella di una metamorfosi, un documentario su una nascita. Sorrentino adotta uno stile volutamente spoglio dei suoi stilemi usuali per lasciare che a riempire la scena sia il lento sorgere di una persona nuova. Lo segue con partecipe attenzione mentre attraversa il difficile labirinto dove potrebbe perdere sé stesso prima di trovare l’uscita verso un nuovo io. Aspetta con tollerante pazienza che arrivi a comprendere che è giunto il momento in cui bisogna smetterla di lasciarsi chiamare Fabietto e iniziare a essere Fabio. Anche a costo di cambiare città in quella che non è una fuga dal dolore, ma l’unico modo di liberarsi del bozzolo in cui la crisalide è diventata farfalla.

Una farfalla che intende volare verso il sogno di diventare regista. Perché È stata la mano di Dio è anche un omaggio al cinema di cui Fabietto si innamora presto. Accogliendo le parole di un Fellini che non si vede mai, ma che è presente con la sua idea del cinema come distrazione da una realtà scadente. Lasciandosi ammaliare dalle oniriche atmosfere che Capuano crea nella Galleria Umberto. Accettando la lezione veemente di un regista stanco di sentire voci che non si interrompono neanche quando non hanno più niente da dire.

È stata la mano di Dio è un regalo che Paolo fa a Fabio venti anni dopo quel viaggio in treno. Un tornare a casa per dire grazie di averci creduto.

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È stata la mano di Dio: la recensione
È stata la mano di Dio: la recensione – Credits: Netflix

Napule è

Un grazie che Sorrentino dedica anche a Napoli. È stata la mano di Dio è un debito saldato nei confronti della sua città natale. Se La Grande Bellezza aveva celebrato la Roma meta di quel viaggio di venti anni fa, questo film chiude il cerchio pareggiando i conti. Lo fa in maniera diversa perché diverse sono le due città, diversa è la gente che ci vive, diverso è il modo di approcciarsi alla realtà. Nel film premiato dall’Oscar, Roma era la meraviglia immota che si lasciava ammirare nella sua eternità lucente. Lo sfondo dorato necessario a far risaltare per contrasto lo squallore rancido di una umanità persa nella vuota ripetizione di riti privi di significato.

Di È stata la mano di Dio Napoli è, invece, parte del cast. Non un palcoscenico su cui esibirsi, ma una magia continua che viene a dirti che tutto è possibile. Perché è solo qui che un giovane contrabbandiere può farti vivere la dolce vita tutta in una notte insegnandoti il valore della libertà, fosse anche solo quella di immaginare il tuff tuff tuff di un offshore che corre sull’acqua. È solo qui che San Gennaro può essere un signore in doppio petto che benedice con una pacca sul sedere mentre ti fa incontrare il munaciello. Qui e non altrove un vecchio comunista inasprito dalle delusioni può scambiare un gol di mano con la rivoluzione anti imperialista che non ha mai avuto.

Contraddizioni, illusioni, bugie, verità che si mescolano armoniosamente perché a contare non è la realtà oggettiva, ma l’interpretazione soggettiva che vuoi darne. E allora anche un calciatore straordinario può diventare un dio pagano. Maradona resta sempre sullo sfondo in È stata la mano di Dio. Ma è lui che scandisce il tempo con i suoi successi proiettati sui piccoli schermi delle tv onnipresenti nei momenti cruciali. Che insegna la perseveranza come unico modo di realizzare l’impossibile tirando punizioni che vanno sempre a segno. Che ferma il tempo apparendo in mezzo alla gente comune come una divinità scesa in terra a miracol mostrare.

In un film dove il protagonista ha sempre le cuffie del walkman al collo la colonna sonora è praticamente assente nonostante l’importanza che Sorrentino ha sempre dato alla musica. Non si sente niente quando il tasto play viene premuto. Soltanto alla fine di È stata la mano di Dio, mentre i titoli di coda scorrono con il paesaggio fuori dal finestrino del treno, parte l’unica canzone possibile.

Quella Napule è che è la migliore descrizione non solo della Napoli cara a tutti i figli di Partenope, ma anche dopotutto del cinema di uno dei suoi figli più famosi. Che a’ ciorta l’ha trovata altrove senza dimenticare chi deve ringraziare. I genitori. La città. E la mano di Dio.

È stata la mano di Dio: la recensione

Regia e fotografia
Sceneggiatura
Recitazione
Coinvolgimento emotivo

Un film capolavoro per ricordare il proprio passato ringraziando chi ha reso possibile il presente

User Rating: 4.35 ( 1 votes)

Winny Enodrac

Vorrei vedere voi a viaggiare ogni giorno per almeno tre ore al giorno o a restare da soli causa impegni di lavoro ! Che altro puoi fare se non diventare un fan delle serie tv ? E chest' è !

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