Pilot 2016

Westworld: la recensione del primo episodio

westworld

westworldÈ uno dei progetti televisivi più attesi dell’anno, probabilmente degli ultimi anni. Le prime notizie sulla produzione iniziarono a circolare a metà circa del 2014, mentre la prima immagine ufficiale è arrivata all’inizio dell’anno successivo cosi come il primo trailer, presentato da Jonathan Nolan al Comic-con del 2015.

Questa serie ha tutte le carte in regola per entrare nell’olimpo del culto televisivo, partendo dai creatori (i coniugi Nolan) e dal  lungo e stellare cast per arrivare al produttore esecutivo, JJ Abrams, conosciuto anche come l’uomo giusto al momento giusto. E un cult fu l’omonimo film del 1973 a cui la serie si ispira, scritto e diretto dal papà di Jurassic Park Micheal Crichton.

Non è quindi così strano che attorno a Westworld si sia creata una tale aspettativa che trovarsi di fronte allo schermo ed ascoltare le prime note della sigla (in classico ed infallibile stile HBO) un leggero brivido si fa la sua strada, salendo dalle mani alle braccia fino al collo. Ma con lo scorrere dei minuti quell’elettrizzante sensazione lascia spazio a dubbi e perplessità.

Non è mai facile giudicare un pilot, non lo è soprattutto quando nell’attesa, tra foto, video e piccole anticipazioni, nella nostra testa si è creato un tale castello di fantasie che forse ci si è autocondannati alla delusione. Detto questo, per fugare ogni possibile dubbio, per chi scrive questo primo episodio di Westworld quelle aspettative non le ha superato, anzi.

Un parco giochi popolato da androidi

Al centro del racconto troviamo questo atipico parco divertimenti in chiave western popolato da androidi. Il compito di questi host è quello di intrattenere i clienti, accettando di fare qualsiasi cosa pur di soddisfarli, persino morire. Questi umani poco umani non hanno ovviamente coscienza di ciò, vivono a ripetizione la stessa (o quasi) giornata, seguendo un copione che li guida dal risveglio fino alla notte, al momento in cui chiudono gli occhi e la loro memoria viene azzerata.
La loro vita scorre tra saloon, rosse sconfinate vallate e lunghe cavalcate nell’attesa che arrivino i nuovi. Solo a questi forestieri attratti dall’esotismo del luogo è data la possibilità di variare questa storia sempre uguale a se stessa, comprando questa o quella storia da vivere da protagonisti o almeno da comparse. Interagire con gli androidi è per loro eccitante e allo stesso tempo spaventoso, ma mai pericoloso. I robot  infatti non possono per alcun motivo far del male ai clienti.

westworldCome ogni parco che si rispetti, Westworld ha un team addetto alla  gestione  e alla manutenzione delle strutture, della narrativa e dei robot, ma soprattutto un creatore, una via di mezza tra un avido proprietario e un premuroso padre. Il suo nome è Robert Ford, un anziano visionario che un giorno ha deciso di realizzare uno dei più grandi sogni (o forse incubi) dell’uomo, giocare a fare Dio. Creare ed essere del tutto responsabili di una vita, avere la capacità di controllo assoluto su un essere. Non umano ovviamente, ma molto vicino all’uomo sì. Come e più di Christof in The Truman Show, Ford prova un profondo attaccamento verso le sue creature, a cui si unisce quella grande e profonda sensazione di onnipotenza dettata dalla capacità di poter dare e togliere la vita a suo piacimento.

Quando il suo progetto di rendere ancora più umani i suoi androidi – permettendo loro di esprimersi attraverso delle gestualità basate su emozioni passate – inizia a mostrare i primi problemi, il suo commento assomiglierà più a quello di un invasato che a quello di un imprenditore in crisi. Gli errori nella storia dell’uomo hanno permesso alla razza umana di evolversi.

D’altra parte del tavolo – seduti nudi e impotenti su piccoli sedili – e nella realtà di Westworld i non umani iniziano a sperimentare sulla loro pelle questo aggiornamento. Com’è facile ipotizzare questo upgrade porta il sistema ad avere battute di arresto, strani comportamenti, anomalie. Può capitare che una macchina più vecchia, che è stata magari riutilizzata più e più volte,  finisca così per sviluppare pensieri e sentimenti nuovi, sentimenti che porteranno già in questo primo episodio alcuni abitanti del parco a mettere in dubbio la loro esistenza e il vero significato della stessa.

Distopia e western

westworldAd ogni primo episodio che si rispetti è affidato il compito di introdurre personaggi, storie e luoghi, nell’intento di catturare l’attenzione dello spettatore ed invogliarlo a proseguire la visione. Non che questa première non stuzzichi la curiosità, vista anche e soprattutto la grande prova attoriale di Anthony Hopkins, Evan Rachel Wood e gli altri. Ma, sulla base esclusiva di quanto visto in questa prima puntata, è proprio la storia e il modo in cui è stata declinata a suscitare i dubbi più grandi.

La serialità televisiva è piena di distopie, mondi paralleli, intelligenze artificiali improvvisamente coscienti e disquisizioni sul limite tra bene e bene. E l’elemento western non può essere la marcia in più di questo progetto (per quanto adorabili siano le versioni per cowboy di Black Hole Sun e Paint It Black), essendo esso stesso alla fine solo il preteso, la scatola della storia. Manca per ora l’imprevedibilità, tutto si svolge come da copione, senza quella tensione adrenalinica data dal non riuscire ad ipotizzare quale sarà la scena successiva.

Ma, come accennato all’inizio di questa recensione, è troppo presto per decretare il successo o il fallimento di questa serie. Concediamoci un altro po’ di tempo e attendiamo il prossimo treno per Westworld.

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