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True Detective: Recensione dell’episodio 1.08 – Form and void

Nick Pizzolato l’aveva detto. In una delle interviste concesse a proposito di True Detective, aveva sorpreso il giornalista rispondendo che a lui non interessava nulla dei serial killers. Pizzolato ha detto una verità che è scritta già nel titolo della serie. Gli otto episodi che la compongono non hanno raccontato la storia della caccia ad un serial killer e della ricerca dei suoi complici.

errolsisterSi, ci sono uno psicopatico carismatico che riesce a convincere altri membri della sua famiglia ad assecondare le sue pulsioni pedofile e omicide; ci sono indagini che vengono portate avanti durante diciassette anni e che si concludono con la morte del colpevole e il trionfo dei buoni. Ci sono tutti gli ingredienti di un crime e sono tutti resi senza trascurare nessun dettaglio e seminando indizi che lo spettatore ricollega solo alla fine. La soluzione del caso è, però, la più ovvia con il principale indiziato che è effettivamente il colpevole. Errol William Childress a colloquio con un cadavere mummificato; la casa decrepita dove abbondano i segni dello squilibrio mentale di chi ci vive; il dialogo con una donna altrettanto disturbata; gli sguardi inquietanti sui bambini che giocano. Scene tanto crude quanto necessarie a spazzare via ogni dubbio residuo su chi fosse il colpevole. Poco importa, quindi, se sia realistico o meno che indagini durate diciassette anni si risolvano quasi d’incanto in una corsa rapidissima verso quello spettacolare aggirarsi nelle labirintiche rovine di Carcosa. La voce fuori campo di Errol guida Cohle nei meandri dei suoi incubi e la regia di Fukunaga tiene alta la tensione in attesa del duello finale dove fino all’ultimo si resta incerti non su chi sarà il vincitore, ma su chi resterà vivo.

martygunMa il serial killer è stata solo una elaborata scusa. Non era questo il vero argomento di True Detective. Lo erano, piuttosto, loro: Marty Hart e Rust Cohle. Nel primo episodio, Marty aveva elencato le tipologie di detective scegliendone anche una per sé stesso e una per il suo collega. I restanti episodi ci hanno, invece, mostrato quanto artificiose queste categorie siano e quanto riduttivo sia assegnare un personaggio ad una certa classe. Marty Hart non è il regular type dude, il poliziotto modello che svolge con dedizione ed acume il suo dovere per poi tornare a casa dalla moglie amata e dalle figlie adorabili. Gli otto episodi hanno mostrato a noi prima e poi a Marty stesso quanto questa fosse solo una maschera. Incantevole, abbagliante, desiderabile. Ma falsa. Rendersi conto di questa verità ha distrutto Marty; lo ha portato ad abbandonare tutto; a rassegnarsi ad una vita vuota di affetti. Dalle sabbie mobili di queste delusioni, Marty ha, però, trovato la forza di liberarsi. Dalle acque stagnati della disillusione è riuscito a tornare a galla. Grazie a Cohle, certo, e il dialogo in macchina a proposito di Maggie è il momento in cui entrambi riconoscono che ciò che li unisce è più importante di ciò che li separa. È l’attimo in cui Marty si stacca dal ricordo di ciò che ha perso per accettare l’idea che si possa andare avanti. Il pianto liberatorio in ospedale durante la visita di Maggie e delle figlie è la fine delle sofferenze. Marty sa che le cose non sono e non potranno essere mai più come prima perché quelle persone sono il passato e non una famiglia ritrovata. Ma sa anche che questo presente non deve per forza essere un peso per il domani. La confusione dei tempi (sto bene, starò bene) è il segno di una incertezza che sente non più come un peso che ti manda a fondo quanto piuttosto come una sfida da cui si può uscire vincitore.

rustbarSe Marty non è il regular type dude, Rust sembra invece essere in pieno il fucked up type dude, il detective dal presente incasinato perché vittima dei troppi drammi del passato. Per tutta la serie, Rust ha incarnato magistralmente questo prototipo portandolo anche alle estreme conseguenze. Ma non basta stordirsi di alcool in bar di ultimo ordine o fingere di dedicarsi alla pesca nei mari gelati per sfuggire alle proprie ossessioni. Ciò che si è iniziato va portato a termine e questo imperativo è più importante anche degli errori del passato. È questo che ha convinto Rust a tornare e a ritrovare Marty per chiudere il cerchio che avevano lasciato aperto. Cerchio che si chiude con una sorpresa solo apparentemente buonista. Scampato ad una morte quasi certa, Rust si trova a negare il suo nichilismo; a riconoscere che c’è altro oltre il puro materialismo; che quella spiritualità che ha sempre deriso la puoi sentire davvero anche se non ci credi; che non tutto si dissolve con la morte. Potrebbe far storcere il naso questo ottimismo inatteso, ma non è un debito pagato ad uno scontato happy ending. La filosofia di Rust era figlia delle sue ossessioni, del non accettare l’insuccesso di un caso non chiuso. Anche se giustizia non è ancora stata fatta del tutto (con i Tuttle ancora liberi), Cohle ha infine sconfitto il suo personale demone e può vedere che gli sparuti sprazzi di luce delle stelle immerse nel buio onnipresente della notte non sono gli ultimi barlumi di un mondo morente, ma i primi vagiti di una speranza nascente.

rustmartyendUn cielo che da buio lentamente diventa stellato è l’immagine che chiude questa prima stagione di True Detective. La dolce melodia che fa da colonna sonora ai titoli di coda è il degno accompagnamento per lasciarsi andare ai ricordi delle tante gemme che questa nuova serie ci ha saputo donare. Ed è per questo che solo una cosa ci resta da dire come commento finale: grazie !

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