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Suburra e l’impossibilità di tornare indietro – Recensione della Seconda Stagione

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Essere la prima serie italiana prodotta da Netflix era stato un giusto motivo di vanto per gli autori di Suburra. Ma era anche stato un onere perché arrivare dopo il successo di Romanzo Criminalee Gomorra aveva significato scrivere una serie che desse lo spettatore d’oltreoceano quello che si aspettava. Operazione che era dopotutto riuscita abbastanza bene. Tanto che la seconda stagione era attesa con un discreto carico di aspettative e domande. Compresa quella meno scontata: riuscirà la seconda stagione a trovare una propria strada autonoma?

Suburra - Recensione seconda stagione

Reclamare il proprio posto

La prima stagione di Suburra poteva essere letta come un romanzo di formazione criminale. Era la storia di due principi che si sentivano destinati a diventare re anche se nessuno voleva dare loro la corona che pensavano di poter pretendere. Capire quale fosse il modo per poter meritoriamente ambire ad impugnare lo scettro del potere era lo scopo del loro percorso. Obiettivo, infine, raggiunto con successo e inevitabile punto di partenza per la seconda stagione.

Che Aureliano non sia più la testa matta che vuole imporsi con l’irruenza sconsiderata lo dimostra visivamente anche il marcato cambio di look. Niente più capelli biondi ossigenati, ma una sequela di tatuaggi significativi. Perché ognuno di quei segni è il ricordo di una persona che è stata importante nel suo vissuto. E che ha contribuito a condurlo ai nastri di partenza di una nuova avventura.

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Meno appariscente, ma altrettanto concreta è la trasformazione di Spadino. La sfrontatezza con cui si pone nei confronti della madre non è più insofferenza priva di fondamento, ma dimostrazione di una diversa sicurezza di sé stesso. La stessa autostima che gli permette di lasciarsi andare alla relazione, per quanto clandestina, con Teo. Il rapporto con Angelica è rinforzato dalla comune ambizione di sottrarsi al giogo di Adelaide per sedere sul trono del clan.

Sebbene il finale della prima stagione li avesse visti separarsi, anche quel dividersi era una necessità. Un modo di affermare la propria individualità. Ed è da questa consapevolezza che i due possono partire di nuovo insieme per il prossimo passo: reclamare il proprio posto. È di questo che parla la seconda stagione di Suburra. Un seguito naturale che gli autori riescono a scrivere procedendo coerentemente su una strada che doveva essere percorsa.

E che viene seguita fino in fondo senza paura di lasciarsi indietro chi non ce la fa a compiere ognuno dei passi necessari.

Suburra - Recensione seconda stagione

Allontanarsi senza voltarsi indietro

Perché a camminare su questa strada immaginaria sono un po’ tutti i personaggi di questa seconda stagione di Suburra. Perché non erano solo Aureliano e Spadino ad essersi posizionati al via, ma anche Amedeo Cinaglia e Sara Monaschi. Persino lo stesso Samurai che sembrerebbe già arrivato alla vetta della scalata si vede costretto a non fermarsi ancora perché si può salire ancora più in alto.

Appoggiandosi ancora una volta alla cronaca recente, Suburra fa riferimento al business dei centri di accoglienza che hanno fatto della giusta causa dei migranti una bieca opportunità per affaristi senza scrupoli e politici senza dignità. Gli incolpevoli profughi smettono di essere vittime innocenti per diventare pedine senza volto in un gioco spregevole dove chiunque vuole sfruttarli per il proprio interesse. Possono essere merce per incassare finanziamenti come per Sara e i cardinali corrotti. O un fastidio da scacciare perché intralciano un altro affare come per Samurai. Oppure una carta per alimentare una finta minaccia che genera consensi da convertire in voti rivendibili al migliore offerente come per Amedeo. O una grancassa su cui battere per attirare l’attenzione come per la new entry Adriano.

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Tramite questa storyline, Suburra mostra quanto Amedeo e Sara si siano ormai allontanati da ciò che erano. Perché il politico che credeva negli ideali era morto alla fine della passata stagione, ma ora è rinato diventando un politicante che non esita a sporcarsi le mani pur di raggiungere il suo scopo. Senza neanche voltarsi indietro a guardare chi era con lui ed, anzi, costringendolo ad immergersi nel fango se vuole restargli accanto come deve fare Alice. Allo stesso modo, Sara è ancora l’affarista spregiudicata che era, ma adesso non si limita a cercare alleati potenti preferendo eliminare avversari ostici. Per entrambi un progredire marcato verso quel mondo di mezzo dove prima erano ospiti involontari di quel Samurai che deve ora sorprendersi di cosa ha creato.

Suburra - Recensione seconda stagione

L’impossibilità della purezza

E che ancora potrebbe sorprendersi a giudicare dalla scena conclusiva del season finale che vede Adriano proporre un’inedita alleanza ad Aureliano e Spadino. È proprio il deejay romano a prestarsi ad illustrare uno dei temi nascosti di questa seconda stagione di Suburra. Perché Adriano, pur con le sue opinabili e per nulla condivisibili opinioni (di chiaro stampo neofascista anche se mai esplicitamente detto), è inizialmente un puro. Il suo cercare Amedeo, il suo soffiare sul fuoco delle proteste, il rapporto non subalterno con Samurai mostrano un personaggio che è ancora incorrotto. Tutto ciò che Adriano fa è frutto sincero delle sue convinzioni profonde e non di una ricerca ossessiva di un mero interesse personale. È questa inusitata purezza a consentirgli di opporsi a Samurai e a non avere paura di cambiare schieramento perché sono gli altri a tradire e non lui.

Eppure, anche Adriano sembra infine abdicare al suo ruolo iniziale. Allearsi con Aureliano e Spadino significa scendere a patti rinunciando ai propri ideali pur di avere una vendetta privata. Un finale amaro che conferma quanto la seconda stagione di Suburra voglia rimarcare l’impossibilità della purezza. Dimostrazione sottile che fa il paio con la schiacciante evidenza rappresentata da Cristiana. Agente modello che ha solo finto di voler restare dalla parte della legge, mentre invece anelava anche lei a seguire altre e più redditizie leggi. Ignorando ogni avvertimento perché il fascino di un facile successo impedisce di vedere il costo di cosa si vuole acquistare.

Prezzo che infine deve pagare Gabriele. Che ci aveva anche provato a tornare indietro indossando quella divisa che era di suo padre. Ma Suburra inizia mostrando come quel passo fosse stato inutile perché la fulminante carriera di Gabriele era dovuta proprio a quel Samurai da cui voleva fuggire. E a niente è servito neanche opporsi a lui alleandosi con Aureliano e Spadino. Perché anche un’eventuale vittoria avrebbe significato restare sulla stessa strada senza poter tornare indietro. E, allora, l’unica soluzione è andare fuoristrada per sempre.

Suburra si conferma un prodotto non perfetto, ma comunque ricco di spunti interessanti portati avanti con attenzione sebbene non senza errori. Una seconda stagione che guadagna una sua autonomia sufficiente a chiedere un nuovo capitolo. Perché di strada se ne può fare ancora tanta.

Suburra - recensione della seconda stagione
3.5

Giudizio complessivo

Un modo convincente di portare avanti una storia che dimostra l’impossibilità di tornare indietro anche se andare avanti significa sporcarsi sempre più

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