
Berlinguer – La Grande Ambizione: il racconto fedele ma minimo di ciò che non potè essere – Recensione del film di Andrea Segre con Elio Germano
Titolo: Berlinguer – La Grande Ambizione
Genere: biografico
Anno: 2024
Durata: 1h 59m
Regia: Andrea Segre
Sceneggiatura: Marco Pettenello, Andrea Segre
Cast principale: Elio Germano, Elena Radonichich, Paolo Pierobon, Roberto Citran, Andrea Pennacchi, Francesco Acquaroli, Paolo Calabresi, Giorgio Tirabassi
C’è, in Berlinguer – La Grande Ambizione, un curioso gioco di contrasti che girano intorno proprio a quella parola che chiude il titolo. Ambizione. Quella dell’ammirato segretario del Partito Comunista Italiano protagonista di questa opera biografica. E quella di Andrea Segre che del film è regista e autore della sceneggiatura. Un conflitto che è paradossalmente spiegato bene proprio dalla citazione di Gramsci che appare sullo schermo prima che le immagini inizino a scorrere. Il filosofo e politico comunista ammoniva che “di solito si vede la lotta delle piccole ambizioni, legate a singoli fini privati, contro la grande ambizione, che è indissolubile dal bene collettivo”.
Ed, in fondo, è un po’ quello che avviene anche in questo film.


La grande ambizione del bene collettivo
Presentato come film di apertura della diciannovesima edizione della Festa del Cinema di Roma, Berlinguer – La Grande Ambizione non vuole essere una biografia completa del leader comunista. Non ne racconta la vita in modo esaustivo, ma si limita ad un periodo breve. Quegli anni dal 1973 al 1978 in cui sembrò possibile, come si sarebbe detto allora, vedere sorgere il sol dell’avvenire anche in Italia. Anni in cui, grazie alla guida intelligente e appassionata di Enrico Berlinguer il PCI raggiunse i migliori risultati elettorali della sua storia arrivando a proporsi come forza non più di opposizione, ma imprenscindibile per la stabilità della legislatura. Fino anche a proporsi come membro di un ipotetico governo con quella Democrazia Cristiana che aveva imperato fino ad allora.
Era questa la grande ambizione di Enrico Berlinguer. Dimostrare che un’altra via al comunismo era non solo possibile, ma persino vincente. Che il partito comunista più grande dell’occidente poteva reclamare una propria autonomia da quello sovietico e imporre questa visione di un mondo dove la vittoria del proletariato avveniva secondo le regole della democrazia parlamentare. Berlinguer – La Grande Ambizione lascia che sia lo stesso Berlinguer a spiegare perché questa sfida non sia una utopia illusoria, ma possa al contrario essere una realtà a portata di mano. Lo fa riportando passo passo i discorsi più significativi del segretario comunista. Mostrando il suo pellegrinaggio tra la base timorosa di snaturarsi se avesse ceduto al dialogo con quello che aveva sempre considerato il nemico da sconfiggere. Seguendo la scia dei successi elettorali incalzanti e la ricerca continua di trasformare quelle vittorie personali in occasioni per raggiungere una più alta meta.
Ed è in questi dialoghi tra Berlinguer e gli altri membri della direzione del suo partito, in questa ricerca della collaborazione con un ammirato Moro e un opportunistico Andreotti che compare la lezione di quel Gramsci il cui ritratto troneggia alle spalle della scrivania a Botteghe Oscure. Perché quella di Berlinguer è appunto la grande ambizione che è indissolubile dal bene collettivo. Quella di un compromesso storico che avrebbe permesso la rifondazione di una Italia che non sarebbe stata la stessa. Che avrebbe preso una strada diversa da quella che poi abbiamo conosciuto. Una grande ambizione che non fu realtà perché stroncata dall’assassinio di Moro, dalla strategia della tensione degli anni di piombo, dalla morte improvvisa di Berlinguer.
Un evento finale che resta fuori da Berlinguer – La Grande Ambizione che mostra filmati d’epoca di quel funerale con la folla oceanica a sfilare davanti a quel feretro vigilato da Federico Fellini, Marcello Mastroianni, Ettore Scola e Monica Vitti. Alfieri di un cinema che si sarebbe innamorato della figura del segretario PCI come avevano già fatto e faranno milioni di italiani di allora e ancora di oggi.


La piccola ambizione di un film incompleto
Lo stretto arco temporale che Berlinguer – La Grande Ambizione copre rende la narrazione compatta permettendo anche di allargare lo sguardo oltre la dimensione pubblica. L’intento sarebbe, infatti, quello di presentare anche il Berlinguer uomo con i suoi rituali quotidiani (gli esercizi di ginnastica, il bicchiere di latte) e le gite con la famiglia. L’uomo comune e semplice dietro il personaggio unico e straordinario. Una vita privata che riflette comunque quelle doti di sincerità e calore che emergevano anche sulla scena pubblica.
E tuttavia è nel tentativo di centrare lo sguardo su una parte per illustrare il tutto che esce fuori la piccola ambizione di Berlinguer – La Grande Ambizione. Perché il film non riesce ad elevarsi da racconto documentaristico a narrazione cinematografica. La riproposizione tout – court dei discorsi restituisce con onestà il segretario PCI, ma finisce per privare lo spettatore di quella visione di insieme che avrebbe aiutato a contestualizzare il suo operato. Segre e il suo co-sceneggiatore Marco Pettenello assumono che la storia di quegli anni sia già nota a chi è in sala. Si tratta della storia d’Italia, è vero. Ma è purtroppo altrettanto vero che la storia non è da tempo tra le conoscenze di base dello spettatore medio italico.
Volendo essere provocatori, si potrebbe dire che Berlinguer – La Grande Ambizione assomiglia quasi ad un best of del Berlinguer storico. Una collezione dei suoi momenti migliori e dei successi con filmati di repertorio a fare da collante grazie ad un efficace lavoro di montaggio. Affermazione, questa, esagerata come lo devono essere le provocazioni. Ma non eccessivamente lontana dal vero perché difficile è allontanare l’impressione che anche i diversi altri personaggi siano solo un contorno messo lì solo a sottolineare la grandezza del protagonista unico. Non che il film scivoli nell’agiografia, rischio che ogni biografia corre. E tuttavia l’assenza di una qualsivoglia voce fuori dal coro rende incompleta questa opera.
Per citare ancora la frase di Gramsci, questa mancanza finisce per rendere Berlinguer – La Grande Ambizione il risultato di una piccola ambizione legata a un singolo fine privato. Quello di un autore a cui interessava solo cercare l’elogio di chi ama il protagonista del suo film.


Sommersi e salvati
Una recensione, dopotutto, dovrebbe servire al lettore anche (ma non solo) per trovarvi un consiglio su se vedere o no il film di cui si parla. Se, detta in parole povere, il film è tra i sommersi dagli aspetti negativi o i salvati dalle note positive. In verità, ogni film andrebbe visto a prescindere perché nessun giudizio può mai essere completamente oggettivo ed è proprio la soggettività di ognuno a scegliere i promossi e i bocciati al cinema. Ma, scegliendo invece il sano egoismo del recensore che vuole dire per forza la sua, Berlinguer – La Grande Ambizione finirebbe nel proverbiale limbo dei “è intelligente ma non si applica”.
Il film di Andrea Segre non ha difficoltà a restare a galla grazie alla caratura superiore del suo protagonista. E grazie anche all’altrettanto superiore caratura di Elio Germano, da tempo ormai garanzia di interpretazioni ottimali. Rinunciando ad uno sterile mimetismo, Germano si immedesima nell’anima del segretario PCI invece che limitarsi ad indossarne i panni. Il lavoro sulla voce e la gestualità non mira ad una perfetta imitazione, ma serve a dare alle immagini la forza della realismo. Un bonus che compensa ampiamente il malus dovuto alla scarsa caratterizzazione dei restanti personaggi. Solo Roberto Citran riesce ad emergere perché è orami l’alter ego cinematografico di Aldo Moro. Al resto del pur valido cast resta solo l’anonimato appena cancellato dal nome stampato sullo schermo la prima volta che entrano in scena.
LEGGI ANCHE: Favolacce – la recensione del film dei D’Innocenzo con Elio Germano
Forse, il giudizio su Berlinguer – La Grande Ambizione si potrebbe sintetizzare invertendo quello che si può dare alla scelta delle musiche. Una colonna sonora spesso troppo magniloquente ed enfatica per la storia a cui fa da supporto. Il contrario di quello che accade al film: troppo minimale e poco ambizioso per la grande ambizione di un personaggio talmente grande da aver scritto la Storia.
Berlinguer - La Grande Ambizione: la recensione
Regia e fotografia
Sceneggiatura
Recitazione
Coinvolgimento emotivo
Un film che si riduce ad un best of del segretario del PCI salvandosi grazie all'interpretazione di Elio Germano










