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Roma FF10: l’incontro con Wes Anderson e Donna Tartt

Ogni tanto la fortuna tira anche dalle nostre parti e permette a noi comuni mortali di avvicinarci un po’ di più a questi mostri sacri attorno ai quali nasce un’aura di mistero e rispetto, e scopriamo che sono delle persone in carne, ossa e carattere, proprio come noi. Certo è che un regista eccentrico, creativo e coerente come Wes Anderson in grado di fare film come I Tenenbaum, Fantastic Mr. Fox o Grand Budapest Hotel non sarebbe mai potuto essere un personaggio sprezzante o antipatico. E così, per una volta, i pregiudizi non sono stati smentiti. Accompagnato sul red carpet da una elegante moglie “molto incinta” e da un premio Pulitzer quale Donna Tartt, che sembra d’altra parte una sua versione femminile e in miniatura, si dedica completamente al suo pubblico, mostrando grande simpatia e disponibilità nel rendere felici quei ragazzi che lo stanno aspettando da una buona ora e mezza per rubargli un autografo, una piccola orma che per qualcuno, come la sottoscritta, può avere molta importanza. Disdegna persino interviste con potenzialmente boriosi e rapaci giornalisti, perché come ci ha insegnato nel suo ultimo film è il pubblico a dare vita ad un’opera artistica: in Grand Budapest Hotel, infatti, protagonista della cornice narrativa è un fruitore, o meglio una fruitrice, una lettrice, sulla quale il film si chiude. Non risponde a nessuna domanda e cerca di non perdersi nemmeno uno dei presenti, per regalargli un autografo, una foto, una stretta di mano, un sorriso: non comune come atteggiamento per un personaggio del suo calibro, forse spia del fatto che sotto quell’elegante vestito di velluto marrone si nasconde una persona per bene, educata e premurosa.

Per mia estrema fortuna e con un’indescrivibile emozione mi è stato gentilmente concesso di seguirlo nel back stage (grazie!!!). Lungo il tragitto la sua prossemica mette in luce ancor più un’avvertibile umiltà e naturalezza, come nel proporre di fare le scale (“sono solo due piani, possiamo andare a piedi!”) e non prendere l’ascensore. Anche in quei brevi e fugaci istanti in cui si potrebbe rilassare e godere un po’ di tregua, ha la pazienza di accogliere noi piccoli ammiratori con la voce un po’ tremula con estrema dolcezza e spontaneità, tanto quanto la sua adorabile compagna, felice a quanto pare di ricevere in dono un piccolo ma importante scritto di una studentessa universitaria come tante altre. Ci concedono due chiacchiere, anche a noi un autografo e un veloce scatto, prima del brillante incontro cui riesco a partecipare.

Ed infine arriva il momento, quell’uomo che tanto gentilmente ha mostrato la sua riconoscenza al pubblico e la sua  teneradisponibilità ad una sua fan sale sul palco in compagnia della miss Pulitzer 2014, una donnina che nonostante la bassa statura riesce a mostrarsi all’altezza (non indifferente, tra l’altro!) del collega Anderson, in uno botta e risposta fresco e spiritoso ad argomento letterario/cinematografico: what else?! Due personaggi singolari, eccentrici e colti si incontrano per discutere sul cinema italiano davanti ad un pubblico che pende dalle loro labbra, dai loro racconti, dalle loro risposte, mostrando il loro senso dell’umorismo spontaneo e brillante.

Come è successo per per gli altri incontri, con Jude Law e Paolo Sorrentino, Antonio Monda conduce l’intervista doppia, inserendo spezzoni presi da film scelti dai protagonisti, in questo caso scelti da Donna Tartt. Lei a quanto pare di formazione classica, propone, tanto per cominciare “a tutto fuoco”, la scena della morte di Glauce e Creonte dalla Medea di Pier Paolo Pasolini, precisando che si tratta a tutti gli effetti di un film di difficile accessibilità a chi non conosce almeno una versione della storia. Posso confermare. Ella continua nel tessere le lodi del film e dell’eroina, parlandone come una “clever talker”, una protagonista che padroneggia l’arte dell’eloquenza come poche altre donne nella tradizione antica, ma che nella versione del regista italiano pronuncia soltanto poche parole, mancanza compensata appieno da una presenza potente come quella della Maria Callas. Lo definisce in modo un po’ radicale ma non erroneo un “horror movie” in quanto mostra la brutalità, il lato barbaro e selvaggio del mondo antico, e nella scena selezionata si vede molto bene: questi greci non andavano molto per il sottile, ricordiamolo! Anderson invece confessa di non aver mai visto il film, ma di apprezzare molto il ritmo ipnotico di un film girato in locations un po’ desuete e di certo poco hollywoodiane. La Tartt giustamente puntualizza che il film è ambientato nella lontana e suggestiva Cappadocia, senza però ricordare al pubblico che buona parte delle scene ambientate alla reggia di Corinto sono chiaramente riprese… nell’esotica città di Pisa e precisamente nell’onirico Campo dei Miracoli! Chi conosce gli edifici della bella piazza non può non riconoscerli…!

La clip successiva viene da La Notte di Michelangelo Antonioni. Donna ci tiene a osservare che il film in questione è pieno di scene bellissime e che ogni parte di esso è semplicemente fantastica, azzardando anche un riferimento ai quadri di Piero della Francesca, termine di paragone artistico in cui il filo rosso è rappresentato dalla “loneliness” dei personaggi, che si muovono tra il buio della notte e momenti di luce, accompagnati in questo caso da un piacevole sottofondo jazz. Alla domanda un po’ sempliciotta di Monda sulla presenza o meno di elementi tipicamente italiani o americani in questo film, Anderson risponde ironicamente chiedendo se bisogna per forza parlare di “tipico”: anche un americano è in grado di fare un film del genere, certo, ma non senza aver visto Antonioni.

Dopo un breve scambio di opinioni su La signora di tutti di Max Ophuls ma con produzione italiana (regista che ha d’altra parte influenzato non poco il lavoro di Wes Anderson), di cui viene riconosciuta la liricità e la modernità davvero ammirevole, finalmente possiamo gonfiarci il petto con il nostro consueto campanilismo un po’ opportunista. La scelta successiva è ricaduta sulla celebre sequenza de La grande bellezza dell’epifania dei fenicotteri, forse tra le inquadrature più kitsch del film, ma in cui Servillo risponde alla domanda della santona con le incisive parole: “cercavo la grande bellezza, ma non l’ho trovata”. Entrambi gli ospiti mostrano grande entusiasmo e profondo apprezzamento per quest’opera di Sorrentino premiata agli Oscar, parlandone come un film “transporting…deep and complicated…beautiful, splendid” (Donna) o definendolo con pochi giri di parole il “masterpiece” del regista italiano che è direttamente collegabile a La dolce vita di Fellini (Wes). Anderson però si sbilancia indicando come suo favorito Le conseguenze dell’amore: come biasimarlo, è da lì che tutto è cominciato! Il film italiano tanto amato all’estero quanto adorato e odiato al contempo in Italia sembra comportarsi dunque come molti altri film italiani, apprezzati di più fuori dai confini della penisola, dove invece molti sembrano essere un po’ stanchi di questo cinema che stenta a decollare.

L’incontro si conclude con una manciata di poche domande dal pubblico, rivolte principalmente ad Anderson (povera Donna, un po’ eclissata dalla presenza di questo mostro sacro contemporaneo: alla mostra del cinema anche un premio Pulitzer scivola in secondo piano, chissà se sarebbe stato lo stesso anche con un affasciante Michael Cunningham…). Risponde molto educatamente e con qualche cortese battuta, mai sopra le righe, come dimostra nel dire di sentirsi “very pleased” di essere stato indicato da Scorsese stesso come un suo erede, puntualizzando con un sorriso che tuttavia è stato tanto tempo fa, in un’occasione in cui il celeberrimo regista era stato invitato caldamente ad indicare qualcuno.

Gli ospiti ci salutano, lasciando il pubblico alla visione di L’oro di Napoli, film di De Sica amato da Anderson, che definisce Totò come un “italian Buster Keaton”, per chi ha tempo di vederlo. Molti abbandonano la sala, quasi tutti si dimostrano dispiaciuti che questo piacevole incontro abbia avuto termine. Anche io rientro fra quelli. Forse l’incontro in mattinata con Philippe Petit è servito da ispirazione, come gli è stato detto più volte dal suo pubblico. “Inspiration for what?” chiede ogni volta Petit quando gli vengono rivolte parole di questo tipo: ispirazione per inseguire i propri sogni, per cercare in tutti i modi di realizzarli. Non mi vergogno affatto nel dire che questo incontro molto ravvicinato con il mio eroe del momento, il protagonista della mia tesi di laurea, Wes Anderson in persona, è stato proprio un sogno che si è avverato “in modo del tutto inaspettato”: non ci sarei mai riuscita da sola e per questo ringrazio moltissimo chi lo ha reso possibile. E’ stata un’esperienza bellissima poter constatare che un artista per cui si prova sconfinata ammirazione è anche una persona adorabile, accompagnata da una consorte dolcissima. Sono soddisfazioni, sono occasioni, regali che la vita concede a pochi. Ed è bello ogni tanto far parte di questi pochi fortunati.

 

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