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Marco Polo

Marco Polo: Recensione della prima stagione

Prenotare un albergo. Acquistare un volo. In una parola, viaggiare. Sapendo in anticipo cosa si vedrà e quali usi, costumi, lingue, monumenti, città si vedranno. Tutto estremamente facile oggi. Tutto completamente ignoto nel 1271. È in quell’anno che un inesperto ragazzo, assetato di avventura e conoscenza e devoto ad un padre che ha sempre confuso la gloria del suo nome con le necessità di un figlio, inizia il suo viaggio verso quell’Oriente tanto lontano quanto misterioso. Tornerà soltanto diciassette anni dopo e racconterà tutto in un libro che più di sette secoli dopo è ancora citato come mirabile esempio di memorie. “Il milione”, il titolo del libro. Marco Polo, il nome di quel ragazzo.

MarcoPoloMarcoMarco Polo visse per diciassette anni alla corte di Kublai Khan, il potente imperatore mongolo, nipote del leggendario Gengis Khan e intento a completare l’opera del suo illustre antenato unificando la Cina sotto un solo regno. È in questo periodo che si svolgono le vicende raccontate nella serie prodotta da Netflix, piattaforma di streaming online che da qualche anno ha iniziato a produrre serie tv in proprio. Su “Marco Polo” il canale ha investito ben novanta milioni di dollari giustificando un hype che ha accompagnato l’attesa del rilascio di questo coraggioso prodotto dalla genesi piuttosto travagliata. Meglio dirlo subito: valeva la pena attendere. Perché “Marco Polo” non colpisce solo per l’eleganza degli abiti, la raffinatezza degli interni, l’uso sapiente della fotografia, l’accuratezza delle scenografie, la coreografia delle battaglie e dei duelli, l’attenzione nella scelta del cast con attori  di origini cinesi, mediorientali ed italiani (Lorenzo Richelmy è Marco, Pierfrancesco Favino suo padre Niccolò) che recitano mantenendo ognuno con accenti diversi per rimarcare le differenze linguistiche. Ma perché è una serie che ha una storia da raccontare e lo fa riuscendo a declinare in modo sapiente intrighi ed inganni che siamo abituati a vedere in contesti fantasy – medioevali con l’irruente veemenza mongola e la filosofica lentezza dei racconti del lontano Oriente. Ne risulta un prodotto affascinante che è quasi una sorta di Game of Thrones in salsa wuxia (genere reso famoso da film come “Hero” e “La foresta dei pugnali volanti”). Ed è proprio questa commistione tra stili, figli di culture tanto diverse, che fa di “Marco Polo” una serie interessante che va seguita perdonando una certa mancanza di scorrevolezza che rallenta gli episodi iniziali.
Se un difetto si può imputare allo show ideato da John Fusco è paradossalmente proprio l’eccessiva presenza di Marco nei primi quattro episodi che sembrano indugiare troppo nel descrivere l’adattarsi del protagonista alla sua nuova condizione di prigioniero libero di apprendere la cultura e i modi dei suoi insoliti benefattori (che ne fanno un guerriero capace di padroneggiare sia le arti marziali che le tecniche di combattimento mongole) e di assistere da privilegiato alla vita di corte, ma comunque obbligato ad obbedire quasi fosse il cucciolo preferito del suo generoso padrone. Superata questa fase iniziale, però, la serie comincia a correre con tradimenti inattesi, amori inaspettati, complicati giochi di alleanze, poderose battaglie, coreografici duelli in pieno stile kung fu, redenzioni impensabili, colpi di scena ad effetto. Il tutto gustosamente condito da sangue quanto basta e lezioni di filosofia orientale (merito del maestro cieco Bayan Cento Occhi) e qualche spruzzata di sesso mai così tanto pericoloso.

1 OR 1A MARCO POLO 1Il pur intrigante succedersi degli eventi non è il solo pregio di questa serie. Ad evolvere, infatti, non sono solo le vicende della guerra tra il Khan e la dinastia Song guidata dall’abile cancelliere e usurpatore del trono Jia Sidao. Sono anche i personaggi a seguire ognuno un proprio percorso che li lascia alla fine dei dieci episodi in una situazione differente da quella iniziale. E così Marco non è più il timoroso figlio abbandonato dal padre come una merce di scambio prezioso solo per la sua abilità nel dipingere con le parole, ma diventa il fido consigliere del Khan capace di sfidare il principe ereditario Jingim, rivaleggiare in astuzia con il potente vicereggente Yusuf, guadagnarsi il rispetto e soprattutto l’amicizia del coraggioso Byamba secondo figlio dell’imperatore, violare gli obblighi del proprio ruolo per amore della bella Kokachin, marchiare a fuoco il suo stesso padre colpevole di contrabbando, perché è questo l’unico modo per salvargli la vita. Lorenzo Richelmy è bravo nel rendere i diversi stati d’animo di Marco alternando la paura e la curiosità nelle fasi iniziali e restituendone la sicurezza crescente nelle proprie capacità durante la sua ascesa a corte. Coprotagonista e vero e proprio motore immobile della serie è ovviamente il Kublai Khan interpretato magistralmente da Benedict Wong. Un re saggio capace di rispettare le differenze di religione e cultura perché convinto che possono essere inestimabili ricchezze; un imperatore illuminato che sa scegliere i suoi più stretti collaboratori in base ad una rigorosa meritocrazia che non esita a mettere in posti di comando persone provenienti da popoli sconfitti; un capoclan mongolo oppresso dalla paura inconfessata di non essere all’altezza del suo leggendario antenato e ossessionato dal riuscire laddove lui aveva fallito; un semplice uomo consapevole di essere l’ultimo di un popolo vittorioso che deve cedere agli usi dei conquistati se vuole che le vittorie ottenute con tanto sanguinoso sforzo non si sciolgano come neve al sole di inevitabili cambiamenti (e così il suo erede sarà il figlio di un conquistatore mongolo cresciuto secondo la cultura e i modi di un popolo cinese sconfitto in battaglia ma vincitore di fatto). Sono proprio questi aspetti della personalità del Khan che permettono l’instaurarsi di un rapporto quasi padre – figlio tra Kublai e Marco e consentono ad entrambi di evolvere verso nuove consapevolezze.

MarcoPoloJingimPur figure principali, i due non sono i soli ad emergere in quella che è una narrazione corale che rifugge (eccezion fatta per i primi episodi) dalla facile tentazione di concentrarsi sul protagonista omonimo della serie. Molto spazio è lasciato, infatti, anche ai due figli del Khan, Jingim (Remy Hii) e Byamba (Uli Latukefu). Dolorosamente scisso tra il desiderio di rispettare le tradizioni mongole per compiacere il severo padre e l’educazione radicalmente cinese che i genitori gli hanno voluto dare per farne il primo imperatore di una nuova dinastia, Jingim è incapace di sciogliere questo suo personale dilemma amletico e si lascia trascinare dalla gelosia per Marco cadendo facile vittima delle melliflue parole ingannatrici dello sfuggente Ahmad. Ma Jingim è anche capace di slanci eroici che, pur non concludendosi con un trionfante successo, ne mostrano il carattere sostanzialmente positivo che gli fa guadagnare il rispetto dei suoi uomini e gli permette di riconoscere onestamente i propri errori. Se Jingim è il principe cinese, Byamba è il discendente mongolo del Khan. Non è un caso, quindi, che il suo porsi nei confronti di Marco sia tanto diverso essendo il suo giudizio basato su quanto Marco è in grado di fare e non su una aprioristica pretesa di superiorità. Come il giovane veneziano, così il condottiero mongolo è il personaggio che conclude il suo percorso uscendo dal cono d’ombra dell’onnipresente figura paterna per affermare la propria individualità in quella cavalcata finale verso la promessa sposa Khutulun e lo zio Kaidu che è un ritorno a casa, alla Mongolia a cui realmente appartiene. Anche il resto dei personaggi sono ben caratterizzati e seguono un proprio cammino coerente con le personalità delineate senza svolte ingiustificate. Così sono sorprendenti ma pienamente motivate le scelte finali di Yusuf e Ahmad come anche il modo di accettare la sconfitta di Jia Sidao. Né le donne si limitano ad essere mere figure di contorno ornamentali, ma, al contrario, partecipano attivamente alla vita di corte e agli intrighi di palazzo come è mostrato molto bene dall’imperatrice Chabi (Joan Chen) e dalla concubina Mei Lin (Olivia Cheng).

Il buon successo di pubblico e le critiche positive ricevute hanno convinto Netflix ad ordinare un altro slot di episodi per “Marco Polo”. Il viaggio, quindi, continua. E questa prima stagione è un più che convincente motivo per mettersi in cammino e vedere quali altre meraviglie ci attendono alla corte di Kublai.

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