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Hell or High Water: la recensione del film con Jeff Bridges a RFF11

Titolo: Hell or High Water

Anno: 2016

Genere: Drammatico

Sceneggiatura: Taylor Sheridan

Regia: David Mackenzie

Cast: Chris Pine, Jeff Bridges, Ben Foster, Katy Mixon, Kevin Rankin, Gil Birmingham, Dale Dickey, Marin Ireland, Melanie Papalia

Tra le novità di questa undicesima edizione della Festa del Cinema di Roma c’è la sezione Tutti ne parlano, dedicata a quei film che, per un motivo o l’altro, non hanno ancora trovato un distributore in Italia nonostante si siano già segnalati per il successo di critica ricevuto in giro per festival precedenti a quello romano.

A questa categoria appartiene Hell or High water, film diretto da David Mackenzie e scritto da Taylor Sheridan. Sintetizzando in maniera estrema il giudizio successivo, si potrebbe dire che Hell or High water dimostra come Netflix, presente come produttore, non ne sbagli una neanche quando lascia il campo delle serie tv e investe nel grande schermo. Perché Hell or high water è uno dei migliori film che si siano visti alla Festa del Cinema di Roma, centrando in pieno il titolo della sezione in cui è stato presentato. Tutti ne parlano e tutti ne parlano bene e anche di più al punto che la catch phrase tutti ne parlano potrebbe in questo caso mutarsi in un ancor più chiaro tutti dovrebbero vederlo.

Sebbene Mackenzie sia britannico, Hell or High water è un film decisamente a stelle e strisce, trattandosi di un western che non si sottrae ai comandamenti del più americano dei generi cinematografici.

Ambientato nel Texas dei giorni nostri, Hell or High water ha una trama lineare che pesca a piene mani dalla tradizione, presentando quella che altro non è che il classico gioco delle coppie con le guardie che inseguono i ladri negli spazi polverosi del grande west. I protagonisti non si sottraggono a nessuno dei cliché abituali tra cappelli a larghe tese, abiti da cowboy, stivali a cui mancano solo gli speroni, sguardi di traverso, dialoghi che sono gare a mostrare chi è più duro, guerre di battute che sfidano apertamente un politically correct che a nessuno qui importa.

hell or high waterMa questa è solo la superficie rassicurante di un film che fa del genere western la scusa rassicurante per parlare di altro e convincere chi guarda a lasciarsi accompagnare verso nuovi paesaggi che di sereno hanno poco o nulla. Perché il vero protagonista di Hell or High water non è né il rapinatore per necessità Toby né il suo irrequieto fratello Tanner né tantomeno il sagace sceriffo Marcus. Ma lo è piuttosto lo stesso Texas ritratto con una fotografia calda che ricorda le atmosfere di Non è un paese per vecchi dei fratelli Coen.

Strade polverose riarse da un sole impietoso si stendono come monotoni rettilinei tra cittadine troppo piccole per essere segnate da poco più di un puntino appena accennato su una mappa geografica con troppo spazio libero. Fattorie scalcagnate con campi coltivati poco e male si alternano alle onnipresenti pompe per l’estrazione del petrolio, sogno indecente di ogni proprietario per la ricchezza facile che regala a pochi e fortunati eletti. Case anonime fingono di animare i silenzi cittadini a beneficio non richiesto dei pochi che ancora si concedono il lusso di passeggiare senza meta e senza fretta. Paesaggi e luoghi sui quali la telecamera indugia compiaciuta restituendo la vastità alienante degli spazi e il silenzio imponente di giorni anonimi scanditi dal ripetitivo movimento delle pompe petrolifere.

Un Texas che richiama l’epopea del west come era descritta dai western classici alla Mezzogiorno di fuoco e che si fa fondale, complice dell’altro grande protagonista di questo film: la gente di questo lembo di America dove gli anni sono passati lasciando sostanzialmente immutato il modo di pensare di chi ci vive. Per questo Toby, Tanner, Marcus, Alberto sono figure che possono sembrare stereotipate nel loro riproporre archetipi del genere western, ma che sono quel che sono perché le sabbie del tempo si sono accumulate nella clessidra lasciando immutato il modus vivendi della gente del posto.

Così Toby (un ispirato Chris Pine) è il ladro astuto che elabora un piano intelligente per rapinare banche, ripulire il denaro, riciclarlo ed investirlo nel modo più conveniente per assicurare una ricchezza immediata e duratura. Suo alter ego non può che essere il fratello Tanner (un convincente Ben Foster), che della sua irruenza sconsiderata fa una bandiera fieramente sventolata come sfida irridente all’autorità costituita e cifra caratterizzante di un personaggio inevitabilmente affascinante.

Loro antagonista è il vecchio ranger Marcus (un Jeff Bridges in forma stellare) alle soglie della pensione, ma ancora desideroso di un’ultima avventura vecchio stil,e fatta di osservazioni dirette e lunghi appostamenti che diventano la scusa per battibeccare in maniera ironicamente irridente con il suo inseparabile vice Alberto (mezzo indiano e mezzo messicano come omaggio alle due etnie che apparivano sempre nei vecchi western).

Ma i quattro appena descritti sono solo la punta scintillante di quell’enorme iceberg che sono gli abitanti del Texas, con la loro irrefrenabile indipendenza, per cui una cameriera può schierarsi senza se e senza ma dalla parte dei rapinatori e un’altra imporsi sui clienti con arcigna severità, con la loro passione esibita per le armi che trasforma anche una banale rapina in una sparatoria sanguinosa, con la loro volontà indimenticata di fare tutto da soli, scavalcando i tempi e i modi della legge e organizzando autonomamente una caccia all’uomo.

hell or high water
Soprattutto protagonista di questo Hell or High water sono quei sentimenti primitivi che non possono essere cancellati dalle alterne fortune di chi li sta vivendo. Toby è divorziato e vive da solo dopo aver assistito la madre moribonda, ma non dimentica che il suo dovere primario è assicurare un futuro sereno alle persone che ama ed è questo imperativo ad alimentare la sua fermezza. Tanner ha da poco finito di scontare una lunga condanna e ancora paga il pegno di errori passati che gli hanno alienato l’affetto materno, ma è tenacemente unito a Toby da un inseparabile legame fraterno più forte di ogni avversità e di ogni sacrificio. Marcus non si abbandona ad un quieto cammino verso quel portico con sedia a dondolo dove trascorrerà gli anni della pensione ormai vicina, perché deve obbedire prima di tutto a quel senso di giustizia che non si lascia spegnere neanche dalla legge stessa, quando questa diventa insufficiente a punire un colpevole ed è questo il fuoco che continuerà a bruciare anche quanto tutto sembra finito.

Soprattutto il vero antagonista, accusato esplicitamente da Toby nel suo discorso finale ma presente in tanti indizi disseminati lungo le strade e nelle battute della gente, è la povertà intesa come morbo maligno che si attacca addosso con una ferocia annichilente e una testarda ereditarietà che la trasforma nell’unica cosa che una generazione può passare a quella successiva. Una malattia invalidante che deve essere sconfitta ad ogni costo (e questo è il senso dell’espressione “come hell or high water” che da il titolo al film) e con ogni farmaco possibile per impedire che contagi anche le persone che ami e contro cui quindi bisogna battersi cancellando ogni confine tra ciò che è legale e ciò che non lo è in nome di ciò che è giusto e ciò che non lo è.

Hell or High water è un piccolo gioiello che RFF11 regala alla critica e al pubblico che ha avuto l’accortezza di credere nella sezione in cui è stato presentato. C’è da sperare che anche qualche distributore nostrano ci creda abbastanza da permettere ad una più ampia platea di goderne la visione al cinema.

Hell or High Water
  • Regia e fotografia
  • Sceneggiatura
  • Recitazione
  • Coinvolgimento emotivo
4.1

Riassunto

Un western moderno di cui tutti parlano perché tutti dovrebbero vederlo.

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