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Hustle: amare il basket per continuare a sognare – la recensione del film Netflix con Adam Sandler

Titolo film: Hustle
Genere: sportivo
Anno: 2022
Durata: 1h 57m
Regia: Jermiah Zagar
Sceneggiatura: Will Fetters, Taylor Materne
Cast principale: Adam Sandler, Juancho Hernangomez, Queen Latifah, Jordan Hull, Anthony Edwards, Maria Botto, Ainhoa Pillet, Ben Foster, Jaleel White, Robert Duvall

Il demone della traduzione stavolta è rimasto quieto e Hustle ha conservato il suo titolo originale. Ed è un bene perché già la fantasia deviata dei distributori di casa nostra si prende spesso troppe libertà nell’assegnare a film stranieri titoli che spesso c’entrano poco o nulla con l’originale. In questo caso, poi, si sarebbe anche persa la ricchezza di significati che accompagna la parola Hustle. E che arricchisce il film di Netflix con Adam Sandler e Juancho Hernangomez.

Hustle; la recensione
Hustle; la recensione – Credits: Netflix

La vita in un titolo

Prodotto da Lebron James, Hustle è una (forse anche troppo) classica storia di riscatto e redenzione ambientata nel rutilante universo del basket NBA. Stanley Sugerman ha dovuto rinunciare ad una promettente carriera da giocatore a causa di un incidente alla mano, ma è rimasto a vivere nel mondo della palla a spicchi lavorando come scout per i Philadelphia 76ers. Uno sfiancante girare il mondo tra viaggi in aerei e junk food in hotel, tra campetti sperduti e palazzetti dello sport immacolati, alla ricerca di una scintilla da far diventare una stella. Ad un passo dal sogno, è costretto a ricominciare dal via come in un sadico gioco dell’oca che potrebbe finalmente vincere grazie alla scoperta casuale di un dilettante spagnolo sotto la cui pelle è incisa la parola talento a lettere che aspettano solo di diventare cubitali.

È proprio qui che la ricchezza semantica della parola Hustle diventa importante per questo film. Perché Hustle significa letteralmente attività frenetica. Ed è questa frenesia, questa impossibilità di fermarsi, questo credere febbrilmente nella capacità di riuscire che spinge e costringe Stanley a fare quel che fa. Perdere i compleanni di una figlia che adora.  Restare lontano da casa sempre troppo in più di quanto vorrebbe la moglie. Sopportare la boria spocchiosa di un capo che è sopra di lui senza alcun merito.

Ma Hustle significa anche sbrigarsi, fare in fretta. Ed è appunto questo che Stan vuole. Perché, al contrario di quanto cinicamente va dicendo in giro, ai cinquantenni con l’eczema come lui non mancano i sogni, ma il tempo per realizzarli. Ed allora bisogna fare in fretta. Buttarsi a capofitto in quella che potrebbe essere l’ultima occasione per raggiungere quella panchina a bordo campo su cui è una vita che aspetta di sedersi. Rischiare il tutto per tutto e sia quel che sia perché un treno l’ha perso da giovane e su quello che arriva non può non salire anche se non è certo dove porti. Anche a costo di spintonare (altro significato figurato del termine hustle) chi cerca di non farti salire perché convinto che non puoi dare più di quel che hai già dato per una vita intera e per il quale hai ricevuto poco più che tanti saluti.

Hustle (il film) riesce a caricarsi dei molteplici significati di hustle (la parola) grazie soprattutto ad Adam Sandler. Un attore che il pubblico e la critica, e spesso la stessa Hollywood, amano associare solo alle commedie demenziali e al trash più sguaiato. Ruolo che lui stesso ha finito per accettare, ma da cui ha dimostrato di sapersi smarcare. In Uncut gems (Diamanti grezzi) dei fratelli Safdie era stato talmente convincente da far gridare allo scandalo quando il suo nome non fu inserito tra le nomination come migliore attore. Qui è qualche gradino più in basso, ma per colpa di un ruolo che richiede meno disperazione e intensità. E tuttavia resta indubbio come la sua performance sia ancora una volta un diamante, non più grezzo, che illumina questa pellicola.

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Hustle; la recensione
Hustle; la recensione – Credits: Netflix

L’ossessione più del talento

Adam Sandler ha anche il merito di fare da mentore in Hustle ad un debuttante assoluto come Jauncho Hernangomez. L’essere un giocatore degli Utah Jazz con una carriera interessante nella NBA lo aiuta ovviamente nelle scene dove è richiesto saper giocare davvero. Ma a sorprendere è quanto il ventisettenne cestista spagnolo sia capace di recitare con una naturalezza inattesa per un non professionista. Una recitazione sicuramente molto fisica e con, in verità, pochi dialoghi. Eppure, Hernangomez riesce a comunicare la tempesta emotiva che a momenti squassa il suo Bo Cruz con silenzi carichi di parole non dette ed una espressività spontanea che non risulta artificiosa.  

Qualità che si sposano bene con il suo personaggio che è al tempo stesso soggetto e oggetto dei significati della parola hustle. Perché non è solo Stanley a dover fare in fretta, ma anche Bo a non potersi permettere di restare a giocare sui campetti di periferia in sfide per vincere venti euro. È lui che deve capire che la frenesia di riuscire è la freccia che non può mancare al suo arco. Ed è Bo colui che Stanley convince con insistenza (altro significato di hustle come verbo) che l’ossessione vale più del talento. Perché di giocatori bravi ce ne sono tanti, ma i vincenti sono molto di meno. E la differenza la fa quanto totalizzante è la passione per un gioco che restituisce la gloria solo a chi ha da spendere la moneta rara di una dedizione assoluta.

La stessa che ha quel Kermit Wilts che rappresenta l’ostacolo oltre il quale Bo dovrà saltare per schiacciare nel canestro la palla della vittoria. Una barriera che gli si oppone non per qualche insensata cattiveria, ma per un agonismo brutale che nasce dall’aver capito prima dell’altro il segreto del successo. Solo una coincidenza che ad interpretarlo sia un altro esordiente come Anthony Edwards. Anche lui giocatore NBA e selezionato come prima scelta al draft 2020 dai Minnesota Timberwolves. Una carriera più rapida di quella di Hernangomez, 21 contro 27 anni come età. Ma un’uguale capacità di esordire al cinema interpretando con convincente personalità quello che è quasi il villain di Hustle.

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Hustle; la recensione
Hustle; la recensione – Credits: Netflix

Uno spot per la NBA fatto di amore per il basket

Diversi come età, vissuto, personalità, storia. Differenti in tutto Stan, Bo, Kermit e tanti altri personaggi che si incontrano in Hustle. Ma tutti uniti dallo stesso sconfinato amore: il basket. I love this game è il mantra che più volte ripete Stan. La frase che dà forza a Bo nei momenti di sconforto. Ma anche e soprattutto il sentire comune che si può leggere negli occhi di ognuno dei giocatori sul parquet, degli addetti ai lavori a bordo campo, degli spettatori paganti sugli spalti, dei ragazzi che si ammassano sul cemento di periferia. I love this game era lo slogan della NBA qualche anno fa, ma è soprattutto quanto trasuda da ognuno dei centodiciassette minuti di Hustle.

Il migliore spot che un appassionato come Adam Sandler potesse regalare al suo mondo preferito. Un amore ricambiato dalla partecipazione di una lista lunghissima di personalità del basket NBA doviziosamente elencata nelle scene che compongono i titoli di coda. Un elenco che comprende tanti giocatori in attività che interpretano loro stessi. Ma anche miti del passato che si prestano a in brevi, ma significativi ruoli con piacevole dedizione. Una carrellata di volti magari meno noti ai malati di quel calcio qui tanto vituperato. Una gioia per gli occhi di chi quello sport così tipicamente a stelle e strisce ha imparato ad amare anche da noi nonostante origine e caratteristiche tanto diverse.

Potrebbe a tratti sembrare che Hustle insista troppo su questa identificazione con il mondo NBA. Che ciò avvenga è, tuttavia, quasi inevitabile perché il film è intessuto di riferimenti all’epopea del sogno americano e non c’è niente di più americano del basket. Se, infatti, una pecca si può imputare alla sceneggiatura di Will Fetters (già autore di A star is born) e Taylor Materne è proprio una certa prevedibilità ed eccessiva canonicità. Una trama che ricalca i topos classici dell’uomo comune caduto senza colpa e che si rialza riuscendo a trionfare e del ragazzo venuto dal nulla che diventa una stella inattesa. Temi che da sempre si possono declinare nel campo dello sport e rimbalzano a meraviglia sul parquet di un campo da basket.

Hustle non brillerà certo per originalità né ha particolari qualità nella messa in scena. Ma è un film sincero che scrive una lettera allo sport preferito di tutti quelli che vi hanno preso parte. Ed è sempre piacevole vedere due innamorati dirsi grazie anche se di quella coppia non fai parte.  

Hustle: la recensione

Regia e fotografia
Sceneggiatura
Recitazione
Coinvolgimento emotivo

Una classica storia di sporte a stelle e strisce in un film che è una lettera d'amore allo sport preferito di tutti quelli che vi hanno preso parte

User Rating: 4.58 ( 2 votes)

Winny Enodrac

Vorrei vedere voi a viaggiare ogni giorno per almeno tre ore al giorno o a restare da soli causa impegni di lavoro ! Che altro puoi fare se non diventare un fan delle serie tv ? E chest' è !

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