
True Detective: Recensione dell’Episodio 2.04 – Down Will Come
Io non lo so cosa sia andato storto, quest’anno, ma non ci siamo. Quello che True Detective è stato l’anno scorso è chilometri lontano da quello che è la seconda stagione. Al di là del cast, che su carta sembrava la scelta più adatta e si sta dimostrando ottimo, il resto è uno strascico di una storia che si sforza di essere interessante, ed è uno sforzo che si vede. Si vede nei dialoghi, privi praticamente di qualsiasi sapore o colore, delle scenografie, che tentano di essere ‘serie’ ma sembrano pezzi di un puzzle scomposto, completamente distanti gli uni dagli altri.
Il caso, che dovrebbe essere il filo trainante delle puntate, è un punto interrogativo. Ma non solo per lo spettatore, probabilmente per tutti. I dialoghi che si susseguono, che dovrebbero dare una parvenza di indagine, non sono né intensi né emozionanti, si perdono nelle varie digressioni che, invece di arricchire il telefilm, sembrano appesantirlo. L’unico ‘botto’ (letterale ed effettivo) arriva verso la fine, in quei dieci minuti di scene alla Grand Theft Auto: irreali, per carità, ma almeno interessanti e adrenaliniche quanto basta da risvegliarci dalla mezz’ora di letargo precedente.
Al di là della trama in se, non posso però che soffermarmi su una tematica interessante che, malgrado timidamente, questa seconda stagione sta privilegiando: le figure femminili. Da una parte abbiamo Rachel McAdams, nelle vesti della donna che vuole dar prova a tutti della sua bravura e della sua capacità in quanto leader, dall’altra Kelly Reilly, che del potere non se ne fa nulla, dal momento che riesce a tenere in pugno l’uomo che lo detiene. Al di là delle
personalità diverse e della completa differenza di caratteri, trovo che entrambe riescano ad emergere egregiamente dall’altrimenti piatta trama orizzontale. Il personaggio della McAdams ha un passato burrascoso, uno a cui non riesce facilmente a dire addio, ed è forse quello a condizionare la sua reazione (giustificabilissima) quando viene sospesa per una relazione con un collega. E’ vero quello che dice, che nulla del genere sarebbe accaduto se fosse stata un uomo, ma nulla può fare il suo superiore, guardandola invece andar via. Diversamente, Jordan si confronta con Frank sulle possibilità che la loro incapacità di avere un figlio comporta: adozione? La risposta negativa dell’uomo la porta a perdere momentaneamente le staffe, prima di tornare in riga. Forse avrei preferito un litigio un po’ più lungo e approfondito ma, data la mole di problemi del ‘povero’ Frank, è anche comprensibile il perché di questa scelta.




Insomma è a questo che ci siam ridotti, a piccole cose che vanno bene e al resto che sembra naufragare come il Titanic, con tanto di canzoncina di Celine Dion in sottofondo. Non riesco ancora a capire a cosa attribuire questo fulmineo quanto improbabile cambio di rotta di un prodotto che, abbiamo visto, era davvero ai vertici della scorsa stagione televisiva. Beh, non ci resta che sperare in qualche altra scena da videogioco… se non altro per restare svegli.
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Quello che mi fa arrabbiare di TD non è l’assenza di una storia vera e propria o comunque di un caso da risolvere ma è la trascuratezza di tutto il resto. La regia non aggiunge nulla e anzi assomiglia a quella televisiva dei telegiornali, i dialoghi sono di una banalità e inutilità disarmanti e i personaggi completamente pieni di “già visti”. Poi la città corrotta, piena di marcio…non lo so è come se stessero mandando in onda una caricatura…boh…