0Altre serie tv

The Wire

The Wire è una di quelle serie televisive per le quali, a seconda della profondità dell’analisi che se ne fa, si potrebbe spendere un numero infinito di parole. Ci si possono scrivere articoli, tesi di laurea, veri e propri ponderosi saggi, sia sul linguaggio della serie stessa che sulla realtà che descrive. Non a caso il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, l’ha definita la sua serie preferita in un intervista al quotidiano del Nevada “Las Vegas Sun”.

Per parlarne è meglio cominciare dai fatti puri e semplici: la serie è stata prodotta dalla televisione via cavo statunitense HBO, a partire dal giugno del 2002 e per un totale di 5 stagioni, per complessivi 60 episodi; in Italia sono state trasmesse le prime due stagioni ma il canale satellitare Cult ne sta trasmettendo le successive 3 da giugno. Le produzioni HBO sono spesso caratterizzate da un’elevata qualità e da una notevole attenzione ai particolari ma The Wire, pur appartenendo ad un filone ampiamente sfruttato ed esplorato come quello poliziesco, si staglia anche all’interno di tali produzioni per il livello raggiunto sotto molteplici aspetti. Innanzitutto la serie ha un’ambientazione inconsueta, andando ad occuparsi di una realtà metropolitana ben poco conosciuta fuori dagli USA, e forse non molto nota neanche all’interno, ovvero quella di Baltimora, una città che pur non essendo gigantesca come altre del paese ha un’elevato tasso di criminalità e la sua buona quota di problemi razziali, derivanti dalla diversa origine etnica dei suoi abitanti.

E’ chiaro sin dall’inizio che l’obiettivo degli sceneggiatori, David Simon ed Ed Burns, rispettivamente un ex-cronista di nera, ed un ex-detective, è di tracciare un quadro estremamente realistico sia della lotta al crimine condotta dal dipartimento di polizia locale, che del modo di operare delle organizzazioni criminali, che delle disfunzioni e delle inefficienze delle istituzioni, inefficienze e disfunzioni che sono spesso le prime responsabili dei problemi che portano poi alle situazioni tragiche che le forze dell’ordine si trovano a dover gestire. Ma il realismo dell’opera è riscontrabile anche nei personaggi: difficilmente infatti si trovano nelle serie televisive ritratti umani cosi complessi ed approfonditi. Tra i membri delle forze dell’ordine infatti si trovano numerosi poliziotti mediocri e disonesti che, pur non essendo manifestamente corrotti, utilizzano il proprio ruolo per vantaggi personali e posizioni di potere o per tirare a campare disinteressandosi del proprio dovere; d’altro canto anche i cosidetti eroi della serie non mancano di debolezze personali e di atteggiamenti a dir poco discutibili. Nelle organizzazioni criminali invece incontriamo persone di un’insospettabile spessore umano, come anche coloro che cercano di sfruttare la ricchezza e l’influenza che dal crimine derivano per fini altruistici, (con ben scarso successo peraltro: uno dei temi della serie è senz’altro la dimostrazione del vecchio adagio per il quale “la via dell’inferno è lastricata di buone intenzioni”). Anche i gangster veri e propri non mancano di lati umani, a volte apertamente paradossali, come l’inconfessabile desiderio, per non dire necessità, di diventare un giorno o l’altro imprenditori accettati dalla buona società, capitalisti “normali” ed alla luce del sole.

La storia comincia quando il detective della omicidi McNulty, interpretato da Dominic West, decide contro il parere dei suoi stessi superiori di cominciare un’investigazione seria ed approfondita sull’organizzazione criminale guidata dal boss Avon Barksdale (Wood Harris), con l’appoggio del luciferino braccio destro Stringer Bell (Idris Elba). L’operazione, guidata dal tenente Cedric Daniels (Lance Reddick) si sviluppa con l’aiuto di numerosi altri poliziotti, tra i quali la valorosa Kima Greggs (Sonja Sohn). Se lo scontro tra i due gruppi è il tema portante della prima stagione, che non giunge ad una vittoria definitiva di nessuna delle due parti, nella seconda entrano in gioco altri fattori e lo scenario si allarga: la politica, la gestione del porto, i sindacati, altre organizzazioni criminali ed altri difensori dell’ordine. Ciascuno con i propri interessi (spesso diversi da quelli che dovrebbero essere quelli istituzionali) ed i propri metodi. Il ritmo è lento, metodico, quello delle vere investigazioni. Lo spettatore ha l’impressione di capire qual è il lavoro dei poliziotti e, spesso, anche quello dei criminali. Fatto di attese, di tempi lunghi e dilatati aspettando eventi che spesso non si presentano. Tra intercettazioni, appostamenti e pedinamenti si entra nel team della legge. Ma anche in quello della strada. E poliziotti e spacciatori, ufficiali e gangster, politici e agenti dell’FBI, sindacalisti e doganieri diventano quasi di famiglia; questa è una serie che per ritmo e complessità forse non è immediatamente digeribile a tutti ma che ciò non di meno è un vero gioiello, che ci porta in un mondo che crediamo di conoscere ma che in realtà non conosciamo affatto.

Fonte: Telefilm-Central Fanzine numero 6

Comments
To Top