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Zero: basta la buona volontà? – Recensione della serie italiana di Netflix

Zero: la recensione
Netflix

“Il ragazzo è intelligente, ma non si applica” è la frase diplomatica che i docenti pietosi usano nei colloqui scuola – famiglia per quegli studenti il cui rendimento è al di sotto della sufficienza minima. Che ci credano è poi un’altra storia. Molto più probabile, tuttavia, è che guardino con benevolenza a chi invece ci prova con tanta buona volontà a raggiungere il minimo sindacale. In quel caso magari si chiude il proverbiale occhio e si scrive l’agognato sei sul registro elettronico. O alla fine della recensione di Zero.

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Zero: la recensione - Credits: Netflix
Zero: la recensione – Credits: Netflix

Italiani e basta

Tratta dal romanzo Non ho mai avuto la mia età di Antonio Dikele Distefano e scritta dal Menotti sceneggiatore dell’ottimo Lo chiamavano Jeeg Robot, Zero è la storia di Omar, immigrato di seconda generazione, che vive nel Barrio, quartiere di periferia di Milano. Le due parole periferia e immigrato sono le coordinate che definiscono la posizione di Omar nella fin troppo ingessata società italiana. Condannato ad essere il ragazzo delle pizze, un modo come un altro per iscriverlo alla categoria degli invisibili. Di quelli la cui esistenza è notata solo quando sono protagonisti in negativo di qualche fatto di cronaca e puntualmente dimenticata quando si deve parlare di diritti e possibilità.

Il Barrio di Milano come la banlieu di Parigi in Les Miserables di Ladj Ly o i palazzoni dei sobborghi di Londra in Attack the Block di Joe Cornish. Luoghi ai margini delle grandi città dove i figli degli immigrati crescono come cittadini a cui è negato il permesso di considerarsi uguali al resto degli abitanti. Omar, sua sorella Awa, i suoi amici Sharif, Inno, Momo, e Sara sono italiani a tutti gli effetti, ma al tempo stesso condannati a non essere visti perché nessuno vuole affrontare l’ovvia verità che non è il luogo da dove vengono i tuoi genitori a dire a quale paese appartieni.

Zero sottolinea questo messaggio senza perdersi in discorsi ampollosi o invettive appassionate. Lo fa semplicemente mostrando la normalità di un gruppo di ragazzi che non sono in nulla diversi né da quelli che vivono nei grattacieli tutto vetro e verde del centro né da quelli costretti a ciondolare nelle periferie di qualunque altra grande città.

L’importanza mediatica di Zero non è tanto nel presentare questa idea, ma nel megafono planetario che è rappresentato da Netflix. La serie è, infatti, distribuita nei 190 paesi raggiunti dal servizio di streaming online per cui veicolerà nel mondo l’immagine di una Italia finalmente multietnica. Una lacuna che andava colmata. Perché era tempo che la serialità italiana si accorgesse di quanto sia cambiata la società fuori dai modelli fissi del racconto televisivo. E perché la ricerca di temi differenti non può che far bene a una produzione spesso troppo tenacemente incollata a schemi fissi e perciò ripetitivi.

Senza considerare il valore aggiunto di far storcere il naso a tanti razzisti silenti di casa nostra che ancora si arrogano il diritto di decidere chi è italiano e chi no.

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Zero: la recensione
Zero: la recensione – Credits: Netflix

Lo studiare tanto degli autori di Zero

È questa la buona volontà del team di autori di Zero che include anche Stefano Voltaggio, Massimo Vavassori, Lisandro Monaco e Carolina Cavalli. Nomi che vale la pena citare perché è a loro che vanno fatti i complimenti per l’aver studiato tanto. Per essersi impegnati a fondo per restituire una Milano che vive di contrasti tra l’eleganza opulenta del centro e la vitalità frugale della periferia. Una dicotomia che si riflette nei modi, negli abiti, nel linguaggio dei ragazzi uniti dalla stessa età, ma divisi da tutto il resto.

Difficile cogliere l’intenzione ironica delle parole del precedente paragrafo. Perché, in verità, quanto poco sopra si sta elencando è soltanto lo svolgimento diligente di un compitino privo di originalità. Zero è un tema ben fatto che può sembrare innovativo solo perché scritto in italiano e ambientato a casa nostra. Ma che è invece poco più che un adattamento di idee e temi presi a prestito da tante serie e film visti non pochi anni fa. Lo stesso superpotere di Omar di diventare invisibile è il copia e incolla di prodotti sia recenti che più vetusti.

Immediata è la citazione di Il ragazzo invisibile di Salvatores il cui Michele segue lo stesso percorso formativo di Omar nell’imparare a gestire il suo potere. Ma ancora più calzante è il paragone con Misfits che nel 2009 aveva come protagonista Simon (Iwan Rheon prima che diventasse Ramsay Bolton in Game of Thrones). Proprio come Omar, Simon è un emarginato che acquista il potere di diventare invisibile come riflesso dell’invisibilità a cui la società l’ha condannato.

Anche l’idea del gruppo di ragazzi che si erge a difensore del quartiere è la versione senza alieni di Attack the Block. E sostituire ai mostri dallo spazio il palazzinaro cinico con gli agganci nelle gang latine rende solo più esplicita la metafora senza che ciò sia un valore aggiunto. Un banale Davide contro Golia risolto anche in maniera piuttosto sbrigativa. Perché il finale sembra più che altro al servizio di una possibile seconda stagione con temi nettamente differenti. Né va meglio con la storyline principale di Omar e Anna che è l’ennesima storia d’amore impossibile (e perciò destinata a trionfare) tra la principessa ricca e sensibile e il contadino povero e onesto.

A mancare in Zero non è la buona volontà o l’impegno nello studio, ma una idea originale che sia una. Spiacente ma recitare in italiano ambientando tutto a Milano non conta come idea originale.

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Zero: la recensione
Zero: la recensione – Credits: Netflix

Una somma che non fa il totale auspicato

Con Zero si finisce per ritrovarsi con il discorso fatto nell’intro di questa recensione. Se è facile giudicare male lo studente che non si applica, più complesso è decidere come porsi nei confronti di chi invece si impegna, ma non ce la fa. Perché innegabile è lo sforzo degli autori di fornire un prodotto fresco che intrattenga. Operazione che riesce grazie al formato agile fatto di otto episodi della durata media di ventidue minuti. Convince anche la scelta di un cast di giovanissimi tutti alla prima esperienza o quasi che permette di rendere credibile l’adesione tra attore e personaggio. Volti interessanti che vale la pena provare in contesti più impegnativi.

Di sicuro impatto è anche la colonna sonora a base di rap e trap compreso il nuovo singolo di Mamhood e la voce di Madame. A zavorrare non poco Zero è, tuttavia, la sostanziale mancanza di originalità che rimarcavamo prima. Né sembra chiaro quale sia la strada che gli autori hanno in mente dato che la prima stagione si conclude con un episodio che liquida in poche battute il conflitto principale. Al contrario, al centro del finale finisce un personaggio che fino a quel momento era stato poco più che una comparsa pur nella sua peculiarità. Si ha l’impressione che ci si sia lasciati aperta la strada per una eventuale seconda stagione che voglia puntare sull’aspetto soprannaturale che qui era dopotutto accessorio. Un cambio di direzione che arriva troppo tardi.

Zero è una somma di addendi che non hanno tutti lo stesso segno positivo. Quando ciò avviene, il totale non può essere quello che ci si aspettava. Soprattutto perché le possibilità c’erano e l’opportunità era ghiotta. Ma tutto si è esaurito in un dimostrare un diligente impegno e un encomiabile proposito. Entrambe qualità che fanno evitare la bocciatura, ma non guadagnare un posto in alto nella lista dei migliori alunni di una classe molto numerosa.  

E, quindi, lo studente si applica e fa quello che può. Sufficiente, ma niente più.

Zero: la recensione
3

Giudizio complessivo

Una serie che aveva le potenzialità per aprire un discorso interessante ma che si limita ad essere un copia e incolla di tante idee altrui senza averne una originale tutta sua

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