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Solos e il minimalismo della qualità – Recensione della serie di Amazon Prime Video

Solos: la recensione
Amazon Prime Video

Sono tanti gli elementi che concorrono nel giudicare una serie. Ed è giusto che sia così. Ma alle volte tutto si riduce al minimo e aspetti pur importanti come la coerenza della trama, la qualità della regia, la scelta della fotografia, l’accompagnamento della colonna sonora diventano quasi superflui. Perché contano solo la qualità della recitazione e la capacità di farci pensare ed emozionare. Come avviene con Solos.

Solos: la recensione
Solos: la recensione – Credits: Amazon Prime Video

In Solos sette personaggi per sette domande

Solos è un prodotto atipico nel panorama delle produzioni seriali. I sette episodi (della durata di poco meno di trenta minuti ognuno) sono completamente autonomi. A parte qualche vago richiamo incrociato del tutto irrilevante, ogni puntata può essere seguita senza alcun riferimento alle altre. Tutte sono introdotte da una voce narrante che si limita a porre una domanda la cui risposta può essere cercata nelle considerazioni del protagonista che incontreremo. Cercata, non necessariamente trovata.

I personaggi di Solos non sono, infatti, maestri che vengono a insegnare la lezione che hanno appreso. Al contrario, alla domanda posta all’inizio possono solo rispondere raccontando il proprio percorso. Fornendo un esempio che soltanto alle volte è la luce della torcia che aiuta a muoverci nel buio. Più spesso è, invece, un incoraggiamento a non arrendersi. Un esempio che aggiunge carburante nel serbatoio di un’auto che vuole una scusa per non partire. Un modo di ricordare che, per quanto difficile sia il dilemma con cui la serie ci invita a confrontarci, arriverà comunque il momento in cui non sarà più possibile rimandare l’incontro nella speranza che non si trasformi in uno scontro.

Solos è una raccolta di universali narrati attraverso un gruppo di individui che quell’incontro hanno già avuto. Leah e l’impossibilità di accettare di veder soffrire impotenti chi amiamo. Tom e il doversene andare lasciando sole le persone a cui teniamo di più. Peg e i rimpianti di tutto ciò che abbiamo perso per colpa nostra e il desiderio di altro tempo per recuperare. Sasha e la paura di confrontarsi con il mondo preferendo una falsa sicurezza divenuta confortevole prigione. Jenny e il desiderio irrealizzabile di cancellare quel singolo ricordo che condiziona il resto della nostra vita. Nera e l’amore irrazionale che può essere così forte da andare oltre i concetti di giusto e sbagliato. Stuart e la necessità di avere ricordi per potersi sentire davvero vivi.

Non sette personaggi in cerca di autore in Solos, ma sette storie in cerca di chi voglia ascoltarle per poi mettersi in cerca di sé stesso.

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Solos: la recensione
Solos: la recensione – Credits: Amazon Prime Video

Sette storie per sette assoli

Il titolo italiano di Solos, fedele alla traduzione letterale, è Assoli. Ed è quanto mai veritiero perché, fatta eccezione per l’ultimo e in parte per il sesto, i sette episodi sono appunto degli assoli. Un unico attore a prendersi tutta la scena con un monologo o con dialoghi con altre versioni di sé stesso. Una decisione che giustifica la durata breve di ogni episodio. Ma, soprattutto, una scommessa azzardata perché lega completamente alle doti recitative della star in scena il successo o il fallimento della singola puntata.

Scommessa affrontata in modi diversi, ma sempre vincenti grazie alla scelta di un cast dove abbondano i volti di sicuro affidamento. Anne Hathaway si moltiplica nelle diverse versioni di una Leah che cerca di costruire una macchina del tempo per sfuggire al suo presente. Anthony Mackie si lascia andare ad un’ultima confessione parlando con la sua versione androide. Helen Mirren racconta la delusione di sentirsi invisibile della sua Peg in un lungo monologo nello spazio. Uzo Aduba lascia la prigione di Orange is the New Black per litigare con la domotica della casa in cui vive reclusa da venti anni. Constance Wu si veste da angelo mentre rivela il ricordo che ha segnato la sua vita. Nicole Beharie è una madre del futuro che farà la scelta meno ovvia. Morgan Freeman è, infine, un malato di Alzheimer la cui vera natura verrà rivelata da Dan Stevens.

Una carrellata di attori e attrici più che sufficiente a incuriosire il potenziale spettatore attirato dal brillio di tanto altisonanti nomi. Curiosità ampiamente ripagata dalle performance tutte ottime del cast. Ognuno, infatti, adatta il personaggio alle corde del proprio strumento espressivo mutando così in continuazione il registro della serie. Sta più alla sensibilità personale del singolo spettatore che al giudizio del recensore stabilire chi vinca la gara di bravura a cui Solos inevitabilmente finisce per assomigliare. E, quindi, nessuna obiezione se sul podio non vorrete mettere Helen Mirren, Constance Wu e Morgan Freeman.

Il pregio maggiore di Solos è, infatti, proprio il poter stilare tante classifiche diverse ed accorgersi che tutte sono ugualmente valide. A dimostrazione della qualità superiore dei protagonisti della serie.

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Solos: la recensione
Solos: la recensione – Credits: Amazon Prime Video

Solos e il rapporto con la tecnologia

I sette episodi di Solos offrono poche coordinate temporali per comprendere quando gli eventi narrati avvengono. In alcuni casi questa informazione non è di primaria importanza. Tuttavia, è evidente come la serie si ambientata in un imprecisato futuro dove la scienza ha fatto significativi passi avanti verso la fantascienza. I viaggi nel tempo, infatti, non sono una chimera irrealizzabile. I ricordi possono essere comprati e venduti. Androidi identici a noi possono sostituirci. Non professionisti possono essere l’unico equipaggio per viaggi spaziali automatizzati. La domotica ha trasformato le case in regge con ogni confort pronte a mutarsi in prigioni inespugnabili.

È interessante osservare come questa tecnologia avveniristica sembri spogliarsi di ogni incubo futuristico alla Black Mirror. Le macchine hanno voci suadenti pronte a sciogliersi in complimenti e rassicurazioni come in Peg. Oppure si comportano da amici insistenti che vogliono convincerti di cosa sia meglio per te come in Sasha. Altre volte, però, diventano strumenti impersonali che possono essere usati al tempo stesso per lenire il dolore (come in Jenny) o per causarne altro (come in Stuart). Solos rinuncia alla visione pessimistica di Black Mirror per spostare ancora una volta l’attenzione sull’uomo. Non è la tecnologia ad essere buona o cattiva, ma chi ne fa uso o abuso a determinarne il fine.

Solos è una serie che lavora per sottrazione quasi volesse cercare quali sono gli elementi veramente indispensabili per ottenere il plauso di pubblico e critica. Raggiunge l’obiettivo seguendo un minimalismo che cancella tutto lasciando soltanto domande e personaggi che ci mostrano come cercare le risposte. Dimostrando che ciò che conta davvero in una serie è quanto riesca a lasciarti qualcosa dentro. Fossero anche domande senza risposta.

Ricordandoci che, alla fine, quel di cui abbiamo bisogno è solo una cosa: la qualità.

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Solos: la recensione
4

Giudizio complessivo

Una serie minimalista che affida ad un cast di star il compito di inscenare assoli per invitarci a riflettere sulle domande universali attraverso esemplari casi particolari

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