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Smetto quando voglio: la recensione

Uscendo dalla sala di proiezione, ci si ritrova in bilico tra risata e amarezza, sarcasmo e cruda verità: si tratta pur sempre di una commedia, che tocca tuttavia temi molto delicati, a noi universitari italiani purtroppo sempre più familiari. Sentiamo parlare e vediamo con i nostri occhi continui tagli alla cultura, all’istruzione, alla ricerca: insomma, proprio l’aiuto migliore per molti studenti, studiosi e ricercatori che devono affrontare un futuro sempre più fumoso ed incerto. pietro-sermonti-in-smetto-quando-voglio

Il regista (Sidney Sibilia) mette in scena con sottile ironia la precaria e demotivante situazione lavorativa in cui si trova un gruppo di esperti dottorati, che dopo anni di studio, di fatica, di riconoscimenti accademici a livello nazionale e non solo, si vedono costretti ad arrangiarsi con lavori esiguamente retribuiti, che non hanno nulla a che fare con la loro brillante carriera. Sopportano, fanno quello che possono, poiché quello che sanno fare, come ammettono a più riprese, è studiare, nient’altro. Uno di loro, Pietro, un ricercatore in neurobiologia si vede negato l’assegno alla ricerca, alla tenera età di 37 anni: nessuno che sia in grado di offrire aiuto, in primis il suo professore, e nemmeno la sua ragazza stressata e continuamente preoccupata del suo stipendio; solo i suoi studi, il suo talento e il suo ingegno gli vengono incontro. Il suo lavoro è teorizzare molecole, ed è quello che decide di fare nuovamente, ma per mettere sul mercato una nuova sostanza stupefacente, che pur rientra nei limiti legali delle sostanze psicotrope. Coinvolge allora i suoi amici, eccelse menti nello studio di latino, economia, chimica, antropologia, archeologia per mettere su una banda di improvvisati spacciatori.

Si può parlare paradossalmente di dilettanti allo sbaraglio: sono tutti studenti-modello, ricercatori fin troppo competenti, forse, per essere capiti in un paese che taglia troppo spesso le gambe alla meritocrazia, ma soprattutto persone per bene, che non avrebbero mai pensato di ritrovarsi tutti insieme in una simile avventura. Eppure, ognuno a modo proprio, si rivela essenziale all’interno della banda, facendo leva sul carattere o sulle competenze personali, nonostante si trovino coinvolti in situazioni esilaranti, in ambienti e con persone per loro improbabili o poco raccomandabili.

E’ proprio questo che, a mio avviso, fa emergere una piccola speranza. Per quanto si tratti di una soluzione estrema (o forse nemmeno troppo), ogni componente della banda vede concretizzarsi indirettamente i propri studi: il neurobiologo e il chimico per la realizzazione della sostanza stupefacente e legale al tempo stesso, l’economista per l’organizzazione finanziaria iniziale, l’antropologo per spiegare l’approccio ad ambienti trattati in precedenza solo a livello teorico e così via. Ognuno può dare il proprio contributo, a modo proprio, con i propri limiti, è vero, ma con l’impegno che hanno sempre mostrato.

Ciascuno si reinventa, sfruttando le sue conoscenze, rincorrendo quella dignità che gli è stata portata via, ma che non può essere abbandonata per sempre. Certo la praticità non è il loro forte e tanto meno la pericolante passeggiata sul sottile confine tra legalità e illegalità o l’amministrazione di tutto quel denaro che d’improvviso si ritrovano per le mani. SMETTO-QUANDO-VOGLIO-620x350

Inevitabilmente le faccende si complicano di giorno in giorno, in un crescendo scandito da una sceneggiatura rapida, fresca; balza agli occhi una fotografia originale, dai colori elettrici e volutamente in forte contrasto; vediamo i personaggi sempre più immersi in un’opulenza di feste, donne e vestiti nuovi, cui non erano abituati e pronti. Purtroppo devono fare i conti con bande più minacciose e pericolose della loro, ma anche con il loro nuovo stile di vita che sembra proprio sfuggir loro di mano.

Ma si tratta pur sempre di una commedia, bisogna tenerlo a mente fino alla fine: d’altra parte non facciamo molta fatica, vista la successione di battute e scene spassose, come la rapina nella farmacia, con le armi fornite dall’archeologo, risalenti ad epoca napoleonica.

Eppure, come ho detto in principio, usciamo dalla sala amaramente divertiti; in fondo, forse, resta un briciolo di fiducia nelle capacità e nelle competenze personali, che in un modo o nell’altro, danno occasione di distinguersi e, spero, di venire incontro ai nostri bisogni che, purtroppo, sono anche di natura economica.

Smetto quando voglio: la recensione

Spiritoso

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