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Neruda: l’anti-biopic di Pablo Larraín al cinema dal 13 ottobre

neruda

Titolo: Neruda

Anno: 2016

Genere: biografico, drammatico

Durata: 1 h 37 min

Regia: Pablo Larraín

Sceneggiatura: Guillermo Calderón

Cast originale: Luis Gnecco, Gael García Bernal, Mercedes Morán, Alfredo Castro

Ci sono nomi che al solo sentirli affiorano nella mente ricordi, visioni, sensazioni legate ad un vissuto che può essere sia personale che collettivo. Alcuni poi riescono persino ad evocare scenari, mentali come fisici. Uno di questi è sicuramente Pablo Neruda, al secolo Ricardo Eliécer Neftalí Reyes Basoalto, il più grande poeta che il Cile abbia mai conosciuto. E un altro Pablo, anch’egli cileno, dedica a lui il suo penultimo film, presentato a Cannes lo scorso maggio e in uscita nelle sale italiane grazie a Good Films il prossimo 13 ottobre.

Dopo No – I giorni dell’arcobaleno, Pablo Larraín prosegue il suo personale racconto sulla terra che gli ha dato i natali, affidandosi alla persona per il mondo intero ne è il simbolo.
“Neruda è il Cile” racconta il regista durante la conferenza stampa tenutasi ieri a Roma “Io ce l’ho dentro, sotto la pelle, nei capelli, nella carne, nel sangue”.

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Neruda è il Cile

È il 1948, sono passati solo tre anni dalla fine della Seconda Guerra Mondiale e il Cile vive il governo autoritario di Gabriel González Videla. L’opposizione del senatore comunista Neruda (Luis Gnecco) costringe lo stesso alla fuga, per evitare appunto il carcere. Con l’incarico di arrestarlo, il Prefetto della Polizia Oscar Peluchonneau segue le tappe di un viaggio nel quale il poeta scriverà gran parte di una delle sue opere maggiori, Canto general, e si cimenterà in un’impresa forse ancora più grande. Rendere se stesso e la sua vita un mito.

Sovrapponendo stili cinematografici solo all’apparenza inconciliabili, Larraín crea una pellicola che è un anti-biopic – come lui stesso lo definisce, affermando di amare il realismo ma di non sentirlo come propria forma espressiva – ma al tempo si snoda come un roadmovie, una commedia noir e un poliziesco degli anni ’40 e ’50. Il tutto sempre legato dall’aria surreale che pervade l’opera del regista cileno. Un esempio – solo uno – sono i dialoghi che Larraín costruisce, nei quali lo spazio intorno ai personaggi cambia, contribuendo così ad alimentare lo straniamento per noi spettatori come per i soggetti in scena.

Amato e amante della vita, del cibo, delle donne, dell’amore e del sesso, il poeta che Larraín racconta è inscindibile dalla sua figura politica. Le due anime che vissero in Neruda vivono anche e soprattutto nella sua poesia.

La storia narrata segue però un copione che la vita vera nella sua totalità non ha conosciuto, poiché le vicende ricalcano percorsi e scenari inseriti il premio Nobel ha effettivamente attraversato conditi però da elementi di pura fantasia. Sono frutto dell’immaginazione Oscar Peluchonneau (per quanto sia realmente esistito un Prefetto della Polizia con quel nome) e la sua ossessiva ricerca di un uomo a cui assomiglia molto di più di quanto egli stesso creda.

Questo rapporto di vicinanza/lontananza tra Pablo e Oscar è una continua sfida che appassiona entrambi, una caccia selvaggia animata da un puro sentimento d’amore dell’uno nei confronti dell’altro. Il loro è un gioco in cui spesso e volentieri i ruoli sono invertiti ed è difficile capire bene chi sia veramente il protagonista e chi l’antagonista, chi il perseguitato e chi il persecutore.

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Una storia d’amore, tutto il resto è una scusa

Pablo Neruda è il centro gravitazionale della pellicola, il motore del tutto. Anche quando sulla scena si muovono altri personaggi, è di lui che parlano, è di lui che si parla. Ad esserne consapevole – forse più di tutti – é la moglie Delia, che a lui concede tempo e amore vivendo nella sua ombra come farebbe qualsiasi buon personaggio secondario.
Ma lo sa bene anche Peluchonneau, la cui voce fuori campo accompagna tutto il racconto. Un commento che non suona mai come un ragionamento a posteriori, ma piuttosto una reazione immediata ad un stimolo che proviene da chi nell’azione si muove, vive.

Per Larraín il regista è come un bambino, che tiene in mano una bomba pronta ad esplodere. E in Neruda questo pericoloso ordigno lo costudisce il poeta dentro di sé, nel pesante bagaglio che porta sulle spalle durante il suo peregrinare.
Un ordigno fatto di poesia, impegno civile, amore per la vita, ironia, consapevolezza. A noi spettatori non rimane che essere travolti da questo moto esplosivo, consapevoli di assistere ad una storia che non è mai esistita, ma che con ogni probabilità a Pablo Neruda sarebbe piaciuta moltissimo.

 

Neruda
  • Regia
  • Sceneggiatura
  • Recitazione
  • Coinvolgimento Emotivo
5

Riassunto

Una storia d’amore, tutto il resto è una scusa.

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