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Cinema

Nessuno sa che io sono qui: il sogno negato ma non dimenticato – La recensione del film cileno di Netflix con Jorge Garcia

Nessuno sa che io sono qui: la recensione
Netflix

Titolo: Nessuno sa che io sono qui
Genere: drammatico
Anno: 2020
Durata: 1h 30m
Regia: Gaspar Antillo
Sceneggiatura: Gaspar Antillo
Cast principale: Jorge Garcia, Millaray Lobos, Luis Gnecco, Gaston Pauls, Roberto Vander

Chi se li ricorda i Milli Vanilli? Forse, chi era un ragazzo in quel 1989 in cui si poteva ascoltare a ripetizione su ogni radio il ritmo di Girl you know it’s true, capace di vincere sei dischi di platino e fare da apripista all’album vincitore nel 1990 del disco d’oro. O magari saranno il ricordo di qualche cotta adolescenziale per la bellezza di Fab Morvan e Rob Pilatus. Oppure il loro nome è noto a chi si diletta a leggere storie curiose. Come quella della più grande truffa della musica pop. Ossia che i Milli Vanilli erano solo il volto accattivante attaccato alle voci di cantanti molto meno affascinanti. Come appunto capita a Memo, il protagonista di Nessuno sa che io sono qui.

Nessuno sa che io sono qui: la recensione
Nessuno sa che io sono qui: la recensione – Credits: Netflix

I sogni negati e quelli che non muoiono

Primo film cileno a essere prodotto da Netflix, Nessuno sa che io sono qui parte da una premessa che è impossibile non associare alla storia dei Milli Vanilli. Il produttore Frank Farian decise di assumere Fab Morvan e Rob Pilatus per farli ballare sul palco cantando in playback perché i proprietari delle vere voci non avevano il physique du role adatto a far innamorare le ragazzine.

Allo stesso modo un anonimo produttore convince il padre di Memo a cedergli la voce del figlio per costruire a tavolino il successo di Angel Casas. Memo ha una voce da angelo, ma un volto troppo anonimo e un fisico con troppi chili di troppo per diventare il prossimo idolo pop. Non serve Memo, ma solo la sua voce. Un patto con il diavolo che il padre accetta perché i soldi sono tanti e subito. Ma che Memo vivrà come una dolorosa imposizione fino ad un evento che il divieto di spoiler ci impone di tacere.

Scritto e diretto dall’esordiente Gaspar Antillo, Nessuno sa che io son qui svela i particolari di questo drammatico passato solo un po’ alla volta aggiungendo tasselli attraverso i ricordi del Memo adulto (interpretato ottimamente da Jorge Garcia ossia l’Hugo Reyes in Lost). Tradito dal padre, Memo vive, infatti, con lo zio in una remota isoletta a poca distanza dalla costa dove si limita ad un ripetitivo allevare capre e conciarne la pelle. Uniche distrazioni sono le sfide a basket con lo zio e un innocente infilarsi nelle case dei ricchi per guardarle da vicino senza rubare niente. E sognare ovviamente.

Perché Nessuno sa che io sono qui è un film tessuto sui sogni di Memo. Quelli che gli sono stati negati quando era un bambino convinto di meritare il successo che gli stavano scippando. Sogni che ancora continua ad avere oggi che è grande e grosso, ma con la stessa purezza tradita. Alimentati dalla sua fantasia quando indossa il mantello che si cuce da solo immaginando sia un luccicante  abito da indossare sul palco di un concerto immaginario. Troppo a lungo vietati e che l’incontro con Marta farà scambiare per progetti realizzabili.

Nessuno sa che io sono qui è un film che mostra come sognare possa essere come respirare. L’unica cosa che devi fare sempre e comunque se vuoi vivere.

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Nessuno sa che io sono qui: la recensione
Nessuno sa che io sono qui: la recensione – Credits: Netflix

I muri della realtà e quelli privati

Quasi paradossalmente, Nessuno sa che io sono qui è un film fatto anche di muri. Quelli che ci si costruisce da soli o quelli contro cui la realtà intorno ti sbatte in faccia con disattento cinismo. Memo si è esiliato in un’isola che sembra quasi disabitata. Persa nell’estrema periferia del Cile. Collegata solo dalla buona volontà di chi ha un motoscafo per arrivarci e un motivo per andarci. Un posto dove tv, social, YouTube, smartphone sono assenti. E lo ha fatto perché privarsi di ognuna delle cose che non ci sono è costruire un muro che lo separa dagli altri. Che lo allontana dalle domande di chi, nonostante gli anni passati, potrebbe riconoscerlo.

Una prigione volontaria, certo. Ma una prigione in cui Memo è stato costretto a rinchiudersi perché nessuno voleva ascoltare le sue ragioni. Perché la società là fuori l’ha condannato senza processo giudicando l’attimo senza interessarsi del prima e del perché. Ne avrebbe fatto un meme da prendere in giro o un mitomane la cui verità non sarebbe stata creduta perché quello che conta è ciò che appare e non ciò che è. Ed ancora farebbe lo stesso se oggi accettasse di mostrarsi agli occhi di un mondo che magari è cambiato nei nomi e nei mezzi, ma non nel desiderio cattivo di sopraffare il diverso, l’escluso, il debole.

Nessuno sa che io sono qui segue il suo protagonista chiudendosi con lui in un universo fatto di mura costruite da lui stesso per paura di quelli contro cui gli altri lo inchioderebbero per umiliarlo ancora. Abbattere quei muri uno alla volta sarà quel che Memo dovrà imparare credendo alla sincerità innocente di Marta. Alla sua onestà spontanea che non si rende colpevole verso Memo neanche quando sembra esserlo per leggerezza e distrazione.

Un film intimista che parla di chi si esclude perché troppe volte è stato escluso.

Nessuno sa che io sono qui: la recensione
Nessuno sa che io sono qui: la recensione – Credits: Netflix

Una condanna dello show business

Impossibile non vedere come Nessuno sa che io sono qui sia un film che si apre al mondo solo per criticare in maniera neanche tanto velata l’intero circus mediatico. Magari oggi una storia come quella vera dei Milli Vanilli o immaginata di Memo non sarebbe possibile. Ma quanto è davvero differente il successo negato di Memo da quello effimero promesso da tanti talent show e reality? Pronti a creare il nuovo fenomeno da vendere subito e spremere al massimo finché dura per poi passare immediatamente al prossimo in fila. Quanti nomi sono sembrati essere degli dei della canzone a cui tutto è concesso per poi sparire alla prima nota del nuovo tormentone?

Nessuno sa che io son qui è anche una condanna di questo frenetico creare e distruggere nuovi idoli pop. Di questo modo di fare che si trincera dietro un assolutorio “uno su mille ce la fa” per nascondere che a ognuno degli altri 999 ha fatto credere che quell’uno fossero loro. Per poi abbandonarli senza curarsi delle loro illusioni infrante e dei loro sogni traditi.

Con questa sua opera prima, Gaspar Antillo mostra interessanti capacità sia in fase di scrittura che di regia e fotografia. Nessuno sa che io son qui non è un film perfetto perché sembra a tratti ristagnare in scene che mostrano la bravura del regista, ma anche una certa ridondanza della sceneggiatura. La durata relativamente breve impedisce che il risultato finale divenga troppo pesante, ma invita ad avere una certa prudenza prima di esprimere giudizi definitivi. Prudenza che non ha frenato i giurati del Tribeca Film Festival che hanno premiato Gaspar Antillo come miglior regista esordiente.

Premio dopotutto meritato perché Nessuno sa che io sono qui è un film intimista e sognatore. Che insegna a non smettere di sognare anche quando ti hanno negato il permesso di trasformarli in realtà.

Nessuno sa che io sono qui: la recensione
  • Regia e fotografia
  • Sceneggiatura
  • Recitazione
  • Coinvolgimento emotivo
3.4

Giudizio complessivo

Un’opera prima imperfetta ma interessante retta da un Jorge Garcia in stato di grazia nei panni di un sognatore a cui è stato negato il diritto di veder realizzati i propri sogni

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