fbpx
Anteprime

1917: la guerra dei senza nome – Recensione del film capolavoro di Sam Mendes

1917: la recensione
Dreamworks

Titolo: 1917
Genere: war movie
Anno: 2019
Durata: 1h 59m
Regia: Sam Mendes
Sceneggiatura: Sam Mendes, Krysty Wilson – Cairns
Cast principale: George MacKay, Dean – Charles Chapman, Colin Firth, Benedict Cumberbatch

Prima dei titoli di coda dell’ultimo film di Sam Mendes si legge un ringraziamento ad “Albert H. Mendes per le storie che ci ha raccontato”. Non ci si accorge subito la persona in questione ha lo stesso cognome del regista (ed, infatti, è suo nonno) perché si è occupati a chiedersi chi sia questo Albert H. Mendes e perché compaia il suo nome. Ed è proprio il non saper dare una risposta a queste domande il messaggio implicito del film. Perché 1917 è la storia di quelli come lui. Dei tantissimi che a quella guerra hanno preso parte senza che il loro nome finisse mai in qualche libro di storia. Il vero motivo per cui questo film non è solo grande cinema, ma capolavoro.

1917: la recensione
1917: la recensione – Credits: Dreamworks

Una storia in un mondo devastato

Come il titolo eloquentemente chiarisce, 1917 è ambientato durante la prima guerra mondiale sul fronte francese dove gli eserciti inglese e tedesco erano impantanati in un estenuante conflitto di trincea. Un fronteggiarsi infinito dove ogni metro era conquistato a costo di numerose perdite per poi essere magari perso il giorno dopo e così via in un ciclo fatto di morti e invalidi. Un logorio continuato che spazzò via un’intera generazione di giovani lasciando un segno indelebile nella memoria di nazioni che fino a quel momento avevano conosciuto la guerra, ma mai su una scala così vasta in termini di vite umane e estensione geografica del campo di battaglia.  

La storia di 1917 è tanto semplice da apparire minima. I due caporali Schofield (George MacKay) e Blake (Dean – Charles Chapman) ricevono dal generale Erinmore (Colin Firth) il compito di consegnare un messaggio al colonnello MacKenzie (Benedict Cumberbatch) per fermare un’offensiva programmata che avrebbe però portato al massacro dell’intera compagnia di 1600 uomini, tra cui il fratello di Blake stesso. Una missione tanto facile da descrivere quanto difficile da realizzare dato che comporta il passaggio attraverso la Terra di Nessuno, la striscia di fronte contesa tra le trincee inglesi e tedesche.

Una pianura punteggiata di crateri lunari scavati dalle bombe dei primi aerei e dei potenti cannoni. Popolata da cadaveri in decomposizione impigliati tra filo spinato e resti di fortificazioni improvvisate. Sporcata da carcasse putrescenti di animali lasciati a marcire. Interrotta da casali abbandonati circondati da campi resi aridi per fare terra bruciata. Chiusa tra villaggi avvolti dalle fiamme di combattimenti senza fine. Lambita da un fiume su cui galleggiano corpi gonfi di morte a cui aggrapparsi per non annegare.

Il mondo di 1917 è quello della Grande Guerra riprodotto in tutta la sua crudezza senza mai distogliere lo sguardo da ogni atrocità. Un mondo devastato dalla quotidianità della morte.

LEGGI ANCHE: Benedict Cumberbatch: le 20 cose che non sapete sull’attore britannico

1917: la recensione
1917: la recensione – Credits: Dreamworks

L’eroismo di chi non fu un eroe

La semplicità della storia di 1917 è il modo più immediato di comunicare un messaggio potente nella sua incisività e lacerante nella sua profondità. Proprio come nei racconti del nonno al regista, la missione dei due soldati racchiude l’anonimato dell’eroismo e la sua stessa disarmante verità. Schofield e Blake non vedranno mai il loro nome scritto negli annali della Grande Guerra come quello di generali vittoriosi o comandanti sconfitti ma valorosi. Né le loro medaglie brilleranno della luce imperitura di aneddoti tramandati nella leggenda. Vinceranno o perderanno e torneranno poi nelle pagine mai scritte di ogni guerra. Salveranno migliaia di vite o soltanto la loro e nessuno ricorderà mai chi erano e cosa hanno fatto. Ed, in fondo, neanche a loro stessi importa.

Perché quello che 1917 viene a dirci è che nessuno vince e nessuno perde. Che non ci sono né vincitori né vinti. Ma solo sopravvissuti. Solo soldati che si spogliano di ogni aurea gladiatoria per cercare unicamente un modo di arrivare al giorno dopo. Sergenti i cui volti non finiranno in nessun album glorioso ma resteranno impressi nelle menti di quelli a cui hanno provato a dare un po’ di coraggio. Tenenti che vanno avanti comunque anche se tutto sembra non avere un senso e puoi solo dare consigli minimi per quel che valgono. Capitani che possono anche piangere perché quando il gioco si fa duro devono giocare tutti, i forti e i deboli. Colonnelli che vogliono combattere perché sanno che ogni tregua è solo un rimandare a domani l’inevitabile che è già accaduto ieri.

1917 non è l’unico film di guerra ad aver dato voce a chi non l’ha mai avuta. Anche in Dunkirk i protagonisti erano i senza volto, la massa indistinta delle truppe, la gente comune che si fa speciale. Ma nel film di Nolan questi volti anonimi diventavano parte di una storia che sarebbe stata raccontata a tutti per sempre. Schofield e Blake, il tenente Leslie e il capitano Smith, gli stessi ufficiali al comando, invece, sono destinati ad essere quel nome sui titoli di coda che tutti si domandano chi sia mai. Ombre che hanno vissuto la storia, ma nella storia stessa sono scomparsi. Caduti in una terra straniera dove spenderanno il sonno eterno in una tomba anonima. Sopravvissuti ad una battaglia ed ad un’altra ancora e a quella dopo ancora per poi tornare a casa e sparire per sempre.

Almeno fino a quando non hanno trovato qualcuno a cui raccontare non la Storia con la S maiuscola che tutti conoscono. Ma le storie con una s che è minuscola solo per chi ha avuto la fortuna di non doverle vivere.

LEGGI ANCHE: Oscar nominations 2020: Tutti i candidati della 92ma edizione

1917: la recensione
1917: la recensione – Credits: Dreamworks

Una perfezione non fine a sé stessa

Per dare voce a chi non ha mai neanche chiesto di avere voce, Sam Mendes sceglie il modo più difficile. Realizzare un film di due ore montato come se fosse un unico ininterrotto piano sequenza. Un artificio giocoforza fittizio reso credibile dalle magie del montaggio e della fotografia. Le diverse scene (ognuna comunque lunga circa sei minuti) sono registrate da una camera ad alta risoluzione di ultima generazione con inquadratura fissa e montate poi in modo così continuo che solo l’occhio più esperto può notare gli stacchi tra una e l’altra.

Complice anche la scelta di girare unicamente quando il cielo era nuvoloso per garantire una uniformità di luce in tutte le riprese. Una complessità tale che (come il voluminoso press book informa i fortunati che sono stati all’anteprima) ha richiesto la riproduzione in capannoni di alcuni set in esterna per imparare a memoria i passi degli attori e della troupe in modo da riprendere senza interruzioni.

Potrebbe sembrare un mero virtuosismo tecnico che giustifica i più che probabili Oscar per regia e fotografia che 1917 vincerà. Ma è, invece, una perfezione formale messa al totale servizio della narrazione. Perché costringe lo spettatore a vivere nel film. Vedere 1917 è una esperienza unica che rompe la barriera tra schermo e sala. Non si sta guardando 1917. Lo si sta vivendo. Si ha, infatti, la costante sensazione di essere al fianco di Schofield e Blake vedendo quel che loro vedono e soprattutto non vedendo quel che loro non vedono. Suoni e rumori travolgono lo spettatore facendolo diventare uno dei soldati che si incontrano in una corsa senza fine che non concede soste all’adrenalina che scorre nelle vene.

In un film che porta al massimo livello ognuna delle componenti tecniche di cui è fatto il cinema, riescono comunque ad emergere le capacità degli attori. Lodarli tutti è indispensabile perché anche i ruoli più piccoli sono interpretati con intensità e attenzione. Eppure un plauso particolare non può che andare a George MacKay che si erge a simbolo di una guerra che 1917 racconta da un punto di vista completamente differente.

Le 10 nomination agli Oscar pongono 1917 sul podio dei film dell’anno. Mai come in questo caso, tuttavia, vincere è superfluo. Conta molto di più aver guadagnato un posto in una lista ristrettissima. Quella dei capolavori di tutti gli anni.

1917: la recensione
  • Regia e fotografia
  • Sceneggiatura
  • Recitazione
  • Coinvolgimento emotivo
5

Giudizio complessivo

La perfezione del cinema messa al servizio di una storia sull’eroismo di chi non ha il suo nome nella Storia

Comments
To Top