
I’m a Virgo: quando i problemi sono gli stessi per tutti ma proprio tutti – Recensione della serie Prime Video di Boots Riley con Jharrel Jerome
Una serie come I’m a Virgo difficilmente la si va a cercare. Mancano i grandi nomi nel cast perché, pur avendo meritatamente vinto un Emmy nel 2019 come migliore attore per When They See Us, Jharrel Jerome non è certo un polo di interesse tranne che per la critica. Né tantomeno lo è Boots Riley che ha all’attivo solo la commedia nera Sorry to Bother you e una certa fama per le sue posizioni politiche radicali. Un titolo del genere finisce per caso nella lista delle serie da provare giusto perché l’algoritmo di Prime Video ha intuito che qualcosa di totalmente diverso dal solito potrebbe interessarti.
Si inizia a guardare I’m a Virgo per caso. E si finisce a chiedersi cosa si è visto, ma soprattutto cosa e quanto ci è stato detto in soli sette episodi. Con un sincero grazie all’algoritmo.

Un coming of age per un gigante come tutti
C’è di tutto in I’m a Virgo. Così tanta roba che si capisce presto che dalla serie bisogna aspettarsi l’impensabile perché l’impossibile diventa ordinario e tutto ciò che potrebbe accadere accade ed altro ancora si sta già affacciando sulla scena. Protagonista della serie è Cootie, un adolescente afroamericano di Oakland, cresciuto rinchiuso in casa dai suoi genitori adottivi.
Non una forma di punizione, ma di protezione dalla società che potrebbe trattarlo come un fenomeno da baraccone prima e bersaglio di odio immotivato poi. Perché Cootie è alto quattro metri. Un gigante in un mondo che ne ha visti altri trasformandoli sempre in vittime innocenti di crudeltà fisica o morale.
Ma Cootie è anche e soprattutto un ragazzo stanco di aspettare e voglioso di scoprire gli altri. Senza preoccuparsi che non sono come lui, ma fiducioso che, comunque, in un modo o nell’altro, tutto andrà bene. L’amicizia nata per caso con Felix, Jones e Scat, attivisti politici sui generis, darà il benvenuto a Cootie in un mondo tutto da scoprire. Un universo inesplorato dove in attesa per lui ci sono tantissime prime volte.
La prima volta che ha mangiato un hamburger. Quella in cui ha conosciuto l’amore e fatto sesso trovando un modo per ovviare alla differenza di dimensioni. Ma anche la prima volta in cui ha scoperto che le cose là fuori non funzionano per niente. Che ci sono ingiustizie contro cui ribellarsi. Che persino un supereroe dalla tuta immacolata può essere l’opposto di quello del fumetto a lui dedicato.
I’m a Virgo è il coming of age di Cootie. Di un gigante che ha gli stessi dubbi e le stesse paure di un qualunque altro ragazzo della sua età. Perché le dimensioni qui davvero non contano nulla. Anzi, possono essere un problema in più dato che tutti si sentiranno in diritto di aspettarsi di più o di altro da te. Quando invece quello che Cootie cerca è capire cosa sia quella normalità che non ha mai potuto avere. Un contrasto che diventa spesso occasione per momenti di ilarità che farebbero meritare a I’m a Virgo l’etichetta di serie comedy.
Ma un comedy che è, invece, solo una confezione invitante per invogliarti ad entrare in una serie che ride solo perché così è più semplice mostrarti la rabbia e l’orgoglio.


Un mondo sbagliato
Un coming of age che avviene in un mondo diverso dal nostro dove il tessuto della realtà è lacerato per permettere all’impossibile di entrare nel quotidiano. E così in I’m a Virgo nessuno si stupisce che a servire panini al fast food ci sia una ragazza che ha il dono della super velocità. O che gli abitanti di un intero quartiere si risveglino la mattina trasformati senza motivo in esseri alti quindici centimetri. Né che una intelligente attivista politica possa trascinarti in una proiezione telecinetica di universi inventati. Diventa, quindi, normale anche che due anonimi cittadini abbiano in casa un arsenale iper tecnologico e fa niente che magari non è che tutto funzioni perfettamente.
A vegliare su questo mondo non può che esserci un supereroe che di super ha soprattutto il proprio ego. Tanto da dedicarsi una serie a fumetti che elogi le sue gesta inventate perché quel che conta è la narrativa e non la verità. E tanto da vivere in un palazzo dove non è lui a prendere l’ascensore, ma i piani a spostarsi verso di lui che resta immobile come un Sole intorno a cui girino i pianeti. Un supereroe che si fa chiamare, appunto, The Hero e che è invece l’epitome di tutto ciò che di sbagliato c’è nella società in cui il resto della gente vive.
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È in questi momenti che I’m a Virgo si toglie la maschera comedy per rivelare le sue vere intenzioni. Che non sono affatto quelle di far ridere, ma piuttosto di denunciare senza usare giri di parole. Arrivando anche al punto di far dire a Jones quel “io sono comunista” che per un americano è quasi come una bestemmia in chiesa durante la messa di Natale. Ma che qui viene pronunciato con un orgoglio e una sicurezza che nasce dai discorsi successivi. Da quel voler spiegare con lucidità perché il capitalismo moderno si nutra di crisi da far pesare sulle spalle delle classi più deboli. Si alimenti di un circuito di violenza e illegalità creato ad arte per tenere sotto scacco chi potrebbe attentare alla ricchezza che deve essere per pochi.
I’m a Virgo diventa allora anche un trattato sui modi in cui ci può opporre a questo sistema. Sull’inutilità di rivolte estemporanee che finiscono solo per rendere più semplice criminalizzare il dissenso agli occhi di una opinione pubblica che crede più ai media che a sé stessa. Sulla necessità di riprendere il controllo delle basi su cui si regge il sistema che si vuole abbattere. Su di un mondo in cui sono sempre gli stessi a pagare diventando piccoli e insignificanti o grandi e perciò dipinti come cattivi. Solo perché sono di colore.
I’m a Virgo si finge una serie comedy solo per crearsi un pubblico a cui spiegare perché viviamo in un mondo sbagliato. E come dobbiamo fare per correggerlo.


Qualcosa in più
La natura multiforme di I’m a Virgo è uno dei suoi migliori pregi, ma è anche la sfortunata origine del suo principale difetto. C’è tantissima roba in I’m a Virgo, ma il tutto è compresso in troppo poco tempo. Solo sette episodi di durata tra 22 e 37 minuti. Un minutaggio complessivo talmente esiguo da rendere la serie incredibilmente densa. Così tanto che diventa difficile dare il giusto peso a tutto. Non perché la scrittura di Boots Riley rimanga in superficie. Ma perché, al contrario, richiede allo spettatore di immergersi in profondità nei temi trattati richiamandolo però continuamente per tuffarsi in un altro argomento.
Alcuni personaggi avrebbero meritato un maggiore approfondimento come, ad esempio, The Hero che resta a lungo sullo sfondo per poi apparire come il villain della serie. O anche la stessa Jones che appare quasi come una figura messianica a cui credere senza però che ce ne venga presentato il background o quegli altri aspetti della personalità che che si intuiscono essere presenti. Discorso simile per i genitori di Cootie e il loro piano a lungo termine.
Una serie come I’m a Virgo si regge anche sull’uso di metafore. Eppure, alle volte il loro senso non è immediato da cogliere. Non a caso il finale sembra quasi ammetterlo involontariamente dato che il titolo dell’ultimo episodio è significativamente “a metaphor for what?”. Discorso che si applica, in particolare, agli inserti del cartone animato Parking Tickets. I lunghi e ipnotici segmenti aggiungono un’ulteriore nota di benefica follia alla serie, ma al tempo stesso sembrano corpi estranei la cui relazione con il resto non è chiara.
I’m a Virgo, forse, non è una serie che andrebbe consigliata. Troppo complessa e densa e, a tratti, decisamente sperimentale. Ma è una serie che, invece, va consigliata perché di simile non c’è niente. E fa sempre bene aggiungere al proprio catalogo un titolo che ha sicuramente qualcosa in più.
I'm a Virgo: la recensione
Giudizio complessivo
Una serie folle sul coming of age di un gigante per parlare di cosa c'è di sbagliato nella società capitalista










