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Il Regno del Pianeta delle Scimmie e l’importanza del significato delle parole – Recensione del film di Wes Ball

Titolo: Il Regno del Pianeta delle Scimmie
Genere: fantascienza
Anno: 2024
Durata: 2h 25m
Regia: Wes Ball
Sceneggiatura: Josh Friedman
Cast principale: Owen Teague, Freya Allan, Kevin Durand, Lydia Peckham, Travis Jeffery, Peter Macon, William H. Macy

E si ricomincia: questo è il motto nascosto già dietro il primo trailer di Il Regno del Pianeta delle Scimmie. Dopo la serie originale iniziata nel 1968 e conclusasi nel 1973 dopo cinque film di decrescente valore ispirati da un romanzo francese del 1963 e una sequela di altri prodotti tra serie tv, fumetti, videogiochi e adattamenti vari. Dopo un cancellabile reboot del 2001 ad opera di un Tim Burton mai così a disagio. E dopo una trilogia reboot iniziata nel 2011 e proseguita con i due meravigliosi capitolo diretti da Matt Reeves. Sette anni dopo quella che era la fine della storia del Cesare interpretato da Andy Serkis, torna un nuovo film che vuole aggiungere altri titoli ad un elenco già carico di anni e successi, ma anche di passi falsi e prodotti solo per raggranellare qualche spicciolo ancora.

A quale categoria si va ad aggiungere quest’opera diretta dal Wes Ball di Maze Runner e scritta da Josh Friedman di Foundation e Avatar – The Way of Water? A quella di chi prova a vedere se la gallina vecchia può ancora fare un uovo d’oro? O a quella di chi vuole coniugare il ricco budget di un blockbuster per arricchire di tematiche interessanti e non banali un film di fantascienza?

Il Regno del Pianeta delle Scimmie: la recensione
Il Regno del Pianeta delle Scimmie: la recensione – Credits: 20th Century Studios

Alla ricerca di un nuovo inizio

Nonostante le due ore e venticinque di durata, Il Regno del Pianeta delle Scimmie non riesce a dare una risposta definitiva a questa domanda. Assomiglia ad un esploratore che si sia messo in viaggio con una mappa da completare, ma arrivato ad un bivio sia indeciso se seguire il percorso sicuro verso una terra sicura o proseguire sullo sterrato cercando un nuovo arrivo. Se questo avviene è perché l’intenzione di disegnare rotte inesplorate su quella carta geografica ci sarebbe anche, ma la strada fatta è ancora troppo poca e non si è saliti abbastanza in alto per avere una visione d’insieme dell’orizzonte lontano. Ed è proprio questo che questo film sembra fare: abbozzare un nuovo mondo con nuovi personaggi, ma sacrificando alle necessità del blockbuster la costruzione approfondita dei protagonisti.

Il Regno del Pianeta delle Scimmie finisce per essere una introduzione che fa saltare lo spettatore ai capitoli successivi prima che abbia finito di leggere le pagine che descrivono il chi, il come e il dove di quella storia. Un difetto che si riflette anche e soprattutto nel ritmo discontinuo. Una prima parte tanto affascinate quanto travolgente è seguita da un lungo peregrinare stanco che riesce a dare solo una panoramica sommaria di miti e tradizioni della neonata società delle scimmie. Ne consegue che il terzo atto va anche troppo veloce per raggiungere lo spettacolare finale. Per farlo lascia però per strada vari punti irrisolti e sceglie soluzioni che fanno affidamento eccessivo sulla sospensione dell’incredulità.

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Se ciò avviene è principalmente a causa di un’assenza inevitabile che non viene compensata da una presenza novella. Il Cesare di Andy Serkis è un mito lontano in questo mondo di molte generazioni dopo, ma il ricordo del suo carisma relega nell’ombra i passi incerti di quel Noa di Owen Teague a cui sembra affidato il ruolo di nuovo primus inter pares in questo Il Regno del Pianeta delle Scimmie. Paragone probabilmente ingeneroso e frettoloso perché questo Noa è solo all’inizio del suo percorso da leader predestinato. Ma Cesare aveva le stigmate del capo fin dalla sua prima apparizione e i dubbi che lo tormentavano erano di una maggiore profondità. Laddove Cesare cercava di comprendere come garantire la coesistenza di umani e scimmie, Noa è invece ancora attardato a interrogarsi sulla sua capacità di essere un figlio degno di un padre che comunque vediamo poco.

Il Regno del Pianeta delle Scimmie è un film sicuro di voler essere un nuovo inizio, ma ancora non pienamente in grado di trovare quella guida che dovrebbe indicare la via.

Il Regno del Pianeta delle Scimmie: la recensione
Il Regno del Pianeta delle Scimmie: la recensione – Credits: 20th Century Studios

Interpretare un messaggio

Il Regno del Pianeta delle Scimmie non rinuncia, però, a quella che è da sempre una peculiarità della fantascienza che vuole essere vero cinema e non solo mero intrattenimento. Il film capostipite del franchise non nascondeva la sua forte critica al razzismo ribaltando i ruoli tra oppressori e oppressi per rendere manifesta l’ingiustizia di ogni discriminazione. La coesistenza tra culture diverse era il tema per nulla sotterraneo degli ultimi due capitoli diretti da Matt Reeves con Cesare a farsi profeta inascoltato e la guerra come frutto velenoso di semi piantati dalla mancanza di fiducia. Tematiche quanto mai attuali nei periodi storici in cui quelle finzioni cinematografiche erano arrivate in sala per dire la loro su problemi reali che accadevano nel mondo al di qua del grande schermo.

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Il Regno del Pianeta delle Scimmie fa lo stesso scegliendo come tema l’importanza della corretta interpretazione di ogni eredità culturale. In particolare, è qui l’insegnamento di Cesare a essere tramandato e mitizzato, ma raramente compreso. Né da chi ne fa un maestro irraggiungibile le cui parole devono essere ammirate e considerate solo come una bussola per orientarsi in un mondo in cui non sono più applicabili. Né da chi ne ha fatto una figura leggendaria di cui proclamarsi erede per giustificare la posizione dittatoriale assunta con la violenza.

È impressionante come le frasi iconiche della prima trilogia ritornino qui uguali nel testo, ma opposte nell’uso. Quel “scimmie unite forti” trasformato in una patente di superiorità razziale e un inno alla guerra. Un monito dagli autori agli spettatori invitandoli a non credere alle parole, ma a cercarne autonomamente il significato. Avviso ai naviganti necessario in una società moderna dove cattivi maestri si arrogano il diritto di distorcere insegnamenti del passato piegandoli alla propaganda del presente.

È questo l’aspetto più caratteristico del villain in Il Regno del Pianeta delle Scimmie. Ed è anche motivo di rimpianto perché un personaggio interessante come Proximus arriva in scena forse troppo tardi. Eppure tanto basta per lasciare intuire quanto in più avrebbe potuto dare a questo film. Soprattutto perché il bonobo autoproclamatosi re è anche portatore di un messaggio che è paradossalmente positivo. La violenza esaltata delle sue ottuse truppe non è, infatti, fine a sé stessa. Piuttosto è un mezzo per costruire una nuova istituzione la cui sopravvivenza sarà però possibile solo grazie alla conoscenza di cui Proximus vuole impadronirsi. È il possesso del sapere l’unica chiave capace di mettere in moto quella evoluzione che è salvezza e futuro. Ed è la perdita di essa il vero motivo della sconfitta degli umani.

Doveva essere un film di fantascienza come Il Regno del Pianeta delle Scimmie a ricordarci che è il sapere la vera distinzione tra primati e umani.

Il Regno del Pianeta delle Scimmie: la recensione
Il Regno del Pianeta delle Scimmie: la recensione – Credits: 20th Century Studios

All’altezza della fama

Seppur incompleto e ricco di occasioni sfumate, Il Regno del Pianeta delle Scimmie non è assolutamente un film da bocciare. Anzi, alla promozione arriva agevolmente sia per l’aver comunque veicolato messaggi importanti sia per la magnificenza del comparto tecnico. Sebbene i volti dietro le movenze delle scimmie siano cambiati, immutata è rimasta la meraviglia della motion capture. I sette anni trascorsi dall’ultimo capitolo sono serviti a rendere ancora più fluida la resa scenica. Ne traggono vantaggio il movimento dei corpi, la mobilità delle espressioni facciali, la credibilità delle interazioni con animali e uomini. Diventa sempre più difficile tracciare una linea tra ciò che è realizzato in CGI e ciò che è ripreso dal vivo, tra immagine digitale e realtà naturale.

Il Regno del Pianeta delle Scimmie si dimostra all’altezza della fama dei capitoli moderni grazie alla lussureggiante spettacolarità di luoghi dove la natura ha ripreso possesso delle rovine del passato. Scenari post – apocalittici comuni a molta fantascienza di questo genere, ma resi qui con plastica vividezza e armoniosa inventiva. Palafitte che si abbarbicano a tralicci. Centri commerciali invasi da foreste selvagge e trasformati in templi del ricordo di Cesare. Navi incastrate su spiagge protette da dighe erette dai nuovi dominatori della Terra. Bunker abbandonati dove il tempo si è cristallizzato per conservare il mondo che fu.

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Wes Ball conferma il dinamismo registico dimostrato nella serie di Maze Runner. La sua regia esalta sia le scene di battaglia in ampi spazi aperti che le singolar tenzoni tra protagonisti e antagonisti. Ha una chiara predilezione per le vedute panoramiche dove si esalta maggiormente, ma non commette errori quando deve confinarsi nelle stanze chiuse dei dialoghi. Meno bene si trovano, invece, gli attori chiamati a nascondersi dietro le maschere scimmiesche. Owen Teague sembra ancora dover imparare le movenze giuste, mentre Kevin Durand vorrebbe dare una maggiore fisicità al suo Proximus. Più semplice, quindi, il lavoro per Freya Allan (la Ciri di The Witcher) che può avvantaggiarsi dell’essere quasi l’unico personaggio umano. Poco più che una guest star è, infatti, William H. Macy il cui Trevathan avrebbe potuto dare di più.

Il Regno del Pianeta delle Scimmie è, infine, ciò che doveva essere. Un nuovo inizio per confermare che un franchise tanto ricco di anni e film potesse ancora far rispondere “si, grazie” alla domanda “torneresti sul Pianeta delle Scimmie?”. E quindi: missione compiuta, promozione meritata.

Il Regno del Pianeta delle Scimmie: la recensione

Regia e fotografia
Sceneggiatura
Recitazione
Coinvolgimento emotivo

Un nuovo inizio che poteva dare di più, ma riesce pienamente nel suo scopo primario di invogliare lo spettatore ad voler tornare ancora sul Pianeta delle Scimmie

User Rating: 4.45 ( 1 votes)

Winny Enodrac

In principio, quando ero bambino, volevo fare lo scienziato (pazzo) e oggi quello faccio di mestiere (senza il pazzo, spero); poi ho scoperto che parlare delle tonnellate di film e serie tv che vedevo solo con gli amici significava ossessionarli; e quindi eccomi a scrivere recensioni per ossessionare anche gli altri che non conosco

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