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Apes Revolution – Il Pianeta delle Scimmie: la recensione

“Fiducia” ripete Cesare più volte. “Fiducia” si ritrova a dire anche Malcolm in una delle scene finali. Una fortuita coincidenza vuole che il film di Matt Reeves (già autore di “Cloverfield” e di “Blood story”) arrivi in sala mentre infuria l’ennesimo conflitto israelo – palestinese rendendo inevitabile leggere il suo sottotesto con gli occhi ancora gonfi delle scene di distruzione che tristemente inondano i social networks. Perché il secondo capitolo del reboot della saga del “Pianeta delle Scimmie”, in fondo, parla anche delle drammatiche conseguenze del non credere in quella parola, tanto semplice quanto carica di significati. Scimmie contro umani. Cesare contro Koba. Malcolm contro Dreyfus. E quel “contro” nasce proprio dal non aver voluto concedere una opportunità alla fiducia.

ApesRevolutionCesareEssendo il secondo episodio di un reboot il cui esito finale è già scritto, “Apes revolution” non può sorprendere lo spettatore avido di trame originali con una storia dagli sviluppi inattesi. Consapevole di dover compensare questa incolpevole pecca, gli sceneggiatori decidono di rileggere l’usuale scontro tra gli umani decimati da un virus mortale e ridotti alla mera sopravvivenza (in uno scenario post apocalittico ormai rodato da numerosi precedenti che rendono quasi obbligatorie scenografie con una San Francisco dove la natura selvaggia soverchia le architetture in disfacimento) e le scimmie evolute capaci ormai di comunicare tra di loro non più solo con la lingua dei segni ma anche con una nascente linguaggio intessuto di frasi minime dove le parole emergono gutturali dal profondo di voci sempre meno animalesche. Non più una lotta per il predominio tra due razze diverse, ma tra due modi differenti di concepire una difficile convivenza e di provvedere alle inderogabili necessità della propria gente. Cesare e Malcolm appartengono a due specie differenti e potenzialmente nemiche, ma entrambi rispondono allo stesso modo ai problemi lasciando che a guidarli sia la bussola della pace. Pace che significa rispetto reciproco di patti accettati andando oltre le iniziali diffidenze. Pace che restituisce gioia e serenità alle rispettive comunità garantendo all’altro l’accesso alle risorse indispensabili. Pace che è l’unica certezza che può evitare altri dolorosi lutti cancellando il triste ricordo di un doloroso passato. Ma la voce della ragione è tanto limpida quanto troppo spesso soltanto sussurrata e facile è soffocarla nel frastuono dell’odio. Cesare lo sa e più volte prova a spegnere sul nascere il fuoco della ribellione del bonobo Koba prima che diventi un indomabile incendio. Malcolm lo capisce e cerca di arginare la sbrigativa violenza del suo alter ego Dreyfus prima che lo spavento della sua gente ceda all’isteria delle scelte sbagliate. L’esigenza di arrivare verso la già nota conclusione di questa trilogia lascia subito intuire quale tra le due antitetiche tesi sarà a prevalere, ma è merito di Cesare e Malcolm se questa soluzione arriva il più tardi possibile e se la speranza che l’impossibile pace si concretizzi appare per lunghi tratti quasi credibile. Lo scontro finale (coreografato con dovizia di particolari e abbondanza di mezzi scenografici tra la violenza cieca di scimmie e umani spinti solo da un odio viscerale e la paura inarrestabile di chi sta capendo con troppo ritardo cosa sta davvero accadendo) si conclude con un vincitore sul campo di battaglia, ma negli occhi e nelle parole di chi può ancora raccontarlo c’è la consapevolezza che tutti sono stati, in realtà, sconfitti. Perché gli umani in fuga hanno perso tutto quello che avevano, ma soprattutto l’incrollabile fiducia nella loro supposta superiorità. Perché le scimmie padroni della loro nuova dimora hanno scardinato le fondamenta solidali su cui si era retta la propria nascente società rinunciando alla regola “scimmia non uccide scimmia” che era ciò che li caratterizzava come non più animali e non ancora umani. Perché Cesare e Malcolm devono riconoscere che hanno creduto in un sogno chiamato fiducia, ma la triste realtà è un feroce risveglio verso un futuro fatto solo di guerra e morte.

ApesRevolutionAttack“Apes revolution” vuole veicolare, in fondo, un avviso ai naviganti prima che le loro fragili barche siano squassate da burrascose tempeste. E lo fa in maniera a volte troppo didascalica lasciando che i cattivi di turno compiano scelte che appaiono subito tatticamente sconvenienti prima ancora che ferocemente malvagie, quasi con il solo scopo di renderli immediatamente bersaglio delle antipatie dello spettatore. Ed è qui che il film denota il suo essere comunque un blockbuster il cui successo si misurerà più in termini di incassi al botteghino che di critiche positive. Arma primaria per raggiungere questo scopo è sicuramente l’aver portato a livelli stupefacenti la tecnologia della motion capture che dona alle scimmie una espressività che sorpassa a volte persino quella dei personaggi umani. Rabbia, preoccupazione, gioia, dolore, orgoglio sono tutti sentimenti che si dipingono con naturalezza sui volti in primo piano dei primati la cui mimica facciale è riprodotta con un realismo che fa assomigliare le riprese ai migliori documentari sugli animali. Nelle scene di massa, l’uso della computer graphics si coglie con maggiore facilità, ma l’alto livello raggiunto cancella quel senso di artificiosità che spesso accompagna un uso smodato e scorretto di questo strumento.

ApesRevolutionAlexMauricePiù che nel precedente episodio, scimmie e umani si dividono la scena in parti quasi uguali anche se la bilancia tende a inclinarsi dal lato di Cesare e del suo numerosissimo branco. Paradossalmente, risulta quindi difficile esprimere un giudizio sulle capacità degli attori che interpretano i personaggi umani. È il caso di Gary Oldman il cui Dreyfus è in scena per troppo poco tempo per permettere di giudicare se gli eccessi a volte un po’ caricaturali del personaggio siano un difetto di recitazione o una scrittura voluta per compensare il tempo mancante. Jason Clarke ha maggiori occasioni per mostrare la sua bravura nel rendere i tormenti di Malcolm, ma non sempre è convincente quando deve interpretarne le paure o la risolutezza lasciandosi andare ad espressioni e movenze a tratti ripetitive. Poco più che lunghi camei sono, invece, dedicati alla volenterosa Ellie di Keri Russell (qui molto meno impegnata che in “The Americans”), al timido Alexander di Kodi Smit – McPhee (che aveva già lavorato con Reeves in “Blood Story”) e all’odioso Carver di Kirk Acevedo (rivisto qui dopo le positive esperienze in “Fringe” e “The Walking Dead”).

ApesRevolutionKobaDiscorso a parte merita, invece, Andy Serkis che presta il volto e la propria fisicità al Cesare regalatoci dalla motion capture (ma anche il Tody Kebbell di “Furia dei Titani” fa un buon lavoro con Koba). Le sempre ottime interpretazioni di Serkis (già Gollum e King Kong) spingono a riflettere su cosa significhi essere un attore oggi che sempre più spinto è il ricorso a tecniche digitali per arricchire di mirabolanti effetti contenuti a volte impalpabili. Se non è possibile mostrare il proprio volto, parlare con la propria voce, apparire in prima persona sullo schermo, come è possibile giudicare le capacità dell’essere umano che si nasconde dietro lo specchio della computer grafica ? Problema interessante che non è questa la sede per affrontare, ma performance come quella di Serkis in questo film rendono sempre più urgente ridefinire il significato di attore e pensare a nuovi criteri per riconoscere i giusti meriti (non dovrebbe Serkis concorrere nella categoria “attori protagonisti” per il suo Cesare anche se non compare mai in scena lui stesso ?).

“Apes revolution” è, infine, un blockbuster che fa leva sulla magnificenza della motion capture e della CGI per guadagnarsi quel successo al botteghino che garantirà la certezza del terzo episodio della trilogia. Ma è un blockbuster a cui Reeves e compagni riescono a dare un’anima e non è poco. Un film che va visto sia da chi non si accontenta di un circo delle meraviglie, sia da chi cerca un intrattenimento spettacolare che non deluda le promesse impegnative. Un film non perfetto, ma al quale non va negata, infine, l’opportunità della fiducia.

Apes Revolution: la recensione

Fiducia

Valutazione Globale

User Rating: 3.34 ( 3 votes)

Winny Enodrac

Vorrei vedere voi a viaggiare ogni giorno per almeno tre ore al giorno o a restare da soli causa impegni di lavoro ! Che altro puoi fare se non diventare un fan delle serie tv ? E chest' è !

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