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The Holdovers: il rassicurante piacere delle cose di un tempo fatte bene – Recensione del film di Alexander Payne con Paul Giamatti

Titolo: The Holdovers
Genere: commedia
Anno: 2023
Regia: Alexander Payne
Sceneggiatura: David Hemingson
Cast principale: Paul Giamatti, Dominic Sessa, Da’Vine Joy Randolph, Naheem Garcia, Carrie Preston, Andrew Garman

Se i film avessero un odore, The Holdovers avrebbe quello delle case dei vecchi. Associazione mentale che non va letta come un’offesa. D’altra parte, era la cosa che piaceva di più veramente nella vita al Jep Gambardella di Paolo Sorrentino ne La Grande Bellezza. Perché quell’odore, a chi lo sa cogliere con la giusta sensibilità, parla di tutto ciò che è rimasto nell’aria dopo che le mille esperienze del passato sono sfumate lasciando tante piccole lezioni che sommate fanno la vita. Un odore, forse anche un po’ stantio, ma che, avrebbe scritto Kazuo Ishiguro, è quel che resta del giorno. Quel retaggio che può, però, diventare un manuale di lezioni di vita per chi è disposto ancora ad imparare.

The Holdovers: la recensione
The Holdovers: la recensione – Credits: Universal Pictures

Un triangolo fatto da due lati più uno

The Holdovers è un film confezionato con voluta mancanza di originalità. Sceglie programmaticamente una struttura classica con il professore burbero e scostante e l’alunno indisciplinato e ribelle. Li accompagna in un gioco a due il cui svolgimento non si discosta neanche per un attimo da quello che ci si aspetta da film di questo tipo. Lo scontro iniziale, la scoperta delle somiglianze, la scoperta di una imprevista amicizia, il sacrificio finale. Tutte tappe che il film di Alexander Payne segue con la stessa pedante attenzione di un esordiente preoccupato di peccare per difetto o per eccesso. Eppure, questa insistita fedeltà ad un canovaccio già visto e rivisto non annoia mai perché non è il cuore del film.

The Holdovers è, infatti, un film che trae la sua forza non dal cosa racconta, ma dal come lo fa. Soprattutto, dal chi. La sceneggiatura di David Hemingson (al suo debutto dopo un sostanzioso curriculum fatto solo di serie tv) si concentra, infatti, sulla creazione dei protagonisti della storia più che sulla storia stessa. Come una partita di tennis segue le stesse regole in ogni torneo, ma risulta più o meno avvincente in base alla bravura dei giocatori, così il gioco a due di The Holdovers può affascinare solo se i suoi protagonisti sono cesellati con studiata maestria.

La sentenziosità irritante, la scostante misantropia, la manichea rigidità sono la lucida corazza dietro cui Hemingson nasconde l‘insospettata bontà e l’appassionata sincerità dell’ingessato professor Paul Hunham. La frenetica irrequietezza, l’indomabile disobbedienza, la palese insofferenza sono il velo di Maya dietro cui l’indisciplinato alunno ribelle Angus Tully scherma la propria dolente insicurezza e l’annichilente paura di fallire.

Paul e Angus sono i due poli opposti che finiranno per attrarsi perché è questo quel che inevitabilmente accade quando scoprono di avere in comune più di quanto siano disposti ad ammettere. Sono loro i due lati di un triangolo che non potrebbe chiudersi senza quel terzo lato rappresentato dalla capocuoca Mary. Una donna intenta a trovare tenacemente una via per sopravvivere al dolore della perdita del figlio morto in Vietnam. Il suo riuscirci nonostante tutto darà una nuova speranza a due personaggi rassegnati a farsi trascinare dalla deriva di errori e omissioni, sbagli e mancanze. Un due più uno dove l’uno non si limita ad essere una comparsa occasionale o una figura sullo sfondo.

The Holdovers è, quindi, un film dove il totale di storia e personaggi è maggiore della somma delle parti grazie a quel qualcosa in più rappresentato dal perfetto matrimonio tra il cosa e il chi del racconto.

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The Holdovers: la recensione
The Holdovers: la recensione – Credits: Universal Pictures

Una tristezza malinconica sciolta nel sorriso

È interessante notare come Alexander Payne sia solo regista di The Holdovers e non anche sceneggiatore. Una scelta insolita dal momento che in tutti i suoi lavori precedenti (tranne Nebraska del 2013) aveva sempre voluto far parte del team di scrittura. Se ciò non avviene stavolta, è perché i personaggi creati da Hemingson appartengono all’archetipo ideale che popola spesso i film del regista di Omaha. Paul Hunham è, infatti, una ideale reincarnazione del Warren Schmidt di A proposito di Schmidt, del Miles di Sideways, del Matt King di The Descendants. Uomini che scoprono di essere perdenti che possono anche aver avuto un rassicurante successo esteriore, ma che si trascinano dietro un passato fatto di errori, delusioni, incomprensioni, fallimenti. Personaggi che si trovano a dover fare i conti con le proprie sconfitte senza sapere se ci sarà la possibilità di giocare un’altra partita ancora.

In The Holdovers, però, questa malinconica pesantezza si alleggerisce in un modo inatteso. A fare i conti con ciò che si è perso non è solo un uomo che ha più strada alle spalle che davanti, ma anche una donna di mezza età come Mary e un ragazzo che si avvia alla maturità come Angus. Paradossalmente, estendere questa sfida contro la sensazione di essere stati sconfitti agli altri personaggi diventa il modo di evadere dalla dolorosa rassegnazione che invece permeava gli altri film.

Perché Mary troverà il modo di sopravvivere alla perdita del figlio accettando che i sogni che aveva per lui possano essere semi piantati nel giardino immacolato di un’altra vita che nasce. Angus capirà che la lavagna del suo futuro non è già stata scritta da altri. Al contrario, è lì ad aspettare solo che sia lui a impugnare il gesso per riempirla di progetti e successi. E persino Paul si accorgerà che dopotutto nella sua penna c’è ancora abbastanza inchiostro per riempire le pagine bianche di un altro quaderno.

The Holdovers dovrebbe essere un film venato di malinconica tristezza. È, al contrario, un film dove questo sentimento non viene rinnegato, ma dissolto annegandolo nella fresca irruenza di dialoghi frizzanti e lezioni morali ammansite con esempi concreti. Mutuando il genere da quelle serie tv che il suo sceneggiatore conosce meglio, Payne realizza un dramedy. Un prodotto che dovrebbe essere drammatico date le condizioni in cui si trovano i personaggi. Eppure si rifiuta di esserlo scegliendo piuttosto la via della commedia come orgogliosa reazione ad uno status quo insoddisfacente.

Merito della scrittura che giustifica così la nomination di The Holdovers all’Oscar nella categoria migliore sceneggiatura originale.

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The Holdovers: la recensione
The Holdovers: la recensione – Credits: Universal Pictures

Una programmatica vetustà

C’è una motivazione estetica per cui The Holdovers ha l’odore delle case dei vecchi. Ed è la scelta di Payne di spostare a cavallo del passaggio dal 1970 al 1971. Una decisione che non si riferisce solo al quando, ma anche al come. La maniacale attenzione ai particolari scenografici. L’accurata ricostruzione di ambienti e abiti. La selezione della colonna sonora. Perfino l’omaggio ai film che in quegli anni si affacciavano in sala prima di entrare nei libri di storia del cinema. Sono tutti dettagli che trasportano lo spettatore in un periodo che dietro la sua apparente tranquillità esteriore si preparava a farsi squassare dai residui del Sessantotto, dalla guerra del Vietnam, dalla caduta dei vecchi ideali.

Ma a sembrare di quegli anni sono anche la regia e la messa in scena. E contribuisce sicuramente anche l’adozione in alcuni momenti di una pellicola fintamente sgranata a dare una ulteriore patina di vetustà a The Holdovers. Payne adotta soluzioni stilistiche ormai desuete come le dissolvenze incrociate, la fotografia dai toni smorti, le inquadrature con al centro i personaggi in pose statiche, le panoramiche su spazi aperti. Il risultato è un film che non brilla per i suoi aspetti tecnici, ma che proprio per questo esalta le prestazioni del cast.

Conferme a posteriori sono le nomination agli Oscar per Paul Giamatti e Da’Vine Joy Randolph come migliore attore protagonista e migliore attrice non protagonista che si aggiungono a quelle nelle categorie film, sceneggiatura originale e montaggio. Candidature più che mai meritate. Paul Giamatti è la vera anima di The Holdovers. La sua recitazione appassionata da vita al personaggio andando anche oltre le righe quando è necessario farlo uscire dalla palude in cui si è volutamente impantanato.

Perfetto contraltare è la fresca irruenza dell’esordiente Dominic Sessa, scovato per caso dalla direttrice del casting durante i provini per le comparse. Il giovane attore sa giocare tra il registro del simpatico giamburrasca che non vuole farsi fermare da nulla e quello del giovane insicuro spaventato da ciò che potrebbe diventare. La bonomia tranquillizzante di Mary vive grazie alla sicurezza con cui la sua interprete affronta la prova riuscendo a rendere bene anche i momenti più drammatici del film.

The Holdovers è un film forse persino troppo classico per trama, messa in scena, regia e fotografia. Ma è anche un film che si libera di questo pesantezza riuscendo a volare sulle ali dei suoi interpreti. Alla fine l’odore delle case dei vecchi attrae gli spettatori più sensibili anche perché ha il rassicurante piacere delle cose di un tempo fatte bene.

The Holdovers: la recensione

Regia e fotografia
Sceneggiatura
Recitazione
Coinvolgimento emotivo

Un film dalla confezione tanto classica da apparire vecchio che riesce a volare alto grazie alla bravura del cast e alla scrittura di personaggi e dialoghi

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Winny Enodrac

In principio, quando ero bambino, volevo fare lo scienziato (pazzo) e oggi quello faccio di mestiere (senza il pazzo, spero); poi ho scoperto che parlare delle tonnellate di film e serie tv che vedevo solo con gli amici significava ossessionarli; e quindi eccomi a scrivere recensioni per ossessionare anche gli altri che non conosco

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