
The Following: recensione dell’episodio 1.15 – The Final Chapter
Recensire una serie come The Following è un po’ come fare la recensione di un bicchiere di Coca Cola. Può essere più o meno fresca, più o meno gasata. E basta. Però continui a berla perché ti gusta. Non è un vino raffinato, non è un cocktail creativo. È Coca Cola, e la bevi per quello (non voglio grane: vale anche per la Pepsi, eh!).
The Following funziona allo stesso modo. Sembra la summa emblematica della classica storia action trhiller all’americana con il reietto ex agente dell’FBI che è la chiave per catturare il più cattivo dei cattivi serial killer che vuole proprio lui come nemesi. E così il reietto, lentamente riemerge trovando la forza per combattere e addirittura guidare le ricerche su scala nazionale.
Un classico, dove classico però non è usato in maniera troppo lusinghiera. Lo stesso dicasi per lo stile della narrazione. Azione al centro di tutto, una valanga di morti casuali (tipico: poliziotto che appare per la prima volta e due minuti dopo è il primo ad essere impallinato). A proposito di questo: c’è una stupidità di fondo in questa FBI che riesce sempre a farsela fare sotto il naso dal gruppo di serial killer indottrinati. Troppa semplicità nella scrittura di alcuni passaggi logici…
C’è ovviamente anche la variazione sul tema, ovvero l’intreccio sentimentale (a dire il vero non proprio originale), in cui troviamo Claire, ex moglie del cattivo, amore travagliato del buono, che viene quindi contesa tra i due. In questo finale di stagione le cose non cambiano molto rispetto a tutto il resto della stagione. I canoni rimangono gli stessi. C’è sicuramente un po’ più di ritmo, riuscendo forse a confezionare il miglior episodio della serie.


Nonostante queste avvisaglie, la trasformazione di Ryan tanto auspicata da Joe Carroll, non avviene. Durante il salvataggio il nostro Hardy appare più lucido che mai. Affronta Joe con forza e rapidità, velocizzando di molto il fatidico showdown dove tutta la serie pareva puntare.




A questo punto ci aspettavamo un colpo di scena finale. E puntuale come l’ultima sorsata del nostro analcolico moro, arriva in perfetto orario. Non è Emma, la simpaticissima sociopatica che piange in una tavola calda alla notizia della morte di Joe.
La morte viene dalla mano della ex di Hardy, Molly. Certo, come poteva non essere? Era logico supporlo, eppure non me l’aspettavo. Onestamente, nelle ultime scene, mi immaginavo chissà quale altro ramo del culto si sarebbe attivato, tenuto segreto fino a quel momento, o qualcosa del genere. E invece, semplicemente, arriva Molly che accoltella Ryan e Claire.


Eppure si lascia guardare. E come mai? Probabilmente è la sempreverde e intramontabile tematica del bene contro il male, del buono che deve prendere il cattivo. Questa caccia all’uomo ti tiene lì settimana dopo settimana. E penso davvero che buona parte del merito sia da attribuire a Kevin Bacon. Averlo nel cast nel ruolo dell’ex agente FBI, emotivamente distrutto, è una sicurezza. Si tratta di uno degli attori americani più apprezzati, una scelta che da sola ha valso il lancio della serie.
Insomma, gli elementi non sono esaltanti, ma ci sono tutti e sono al loro posto. C’è il grande cliffhanger finale, c’è Emma che potrebbe diventare una sorta di erede di Joe (come in Saw L’Enigmista) e forse Ryan adesso è davvero pronto a diventare l’ombra oscura di se stesso. Tutto può accadere. E penso che quando The Following ricomincerà, mi tornerà la sete.










