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American Crime Story

The Assassination of Gianni Versace: l’esordio alla regia di Matt Bomer

Matt Bomer
Variety.com

A differenza di molti attori che decidono di aggiungere la regia ai loro curricula, Matt Bomer non ha iniziato quest’esperienza dirigendo un episodio di uno show televisivo in cui stava già recitando.

“Ho avuto l’opportunità di dirigere in passato – progetti in cui avevo lavorato come attore – ma volevo che il mio primo lavoro da regista fosse qualcosa per cui mi ero preparato a lungo, studiando la location, curando tutto il casting, avendo piena consapevolezza di uno show, sentirlo, non solo cercare di adattarlo sullo schermo “, ha confessato Bomer a Variety.

La sua prima avventura dietro la telecamera avviene quindi con The Assassination of Gianni Versace, seconda stagione della serie antologica American Crime Story. Matt Bomer non ha diretto un episodio qualunque ma il penultimo, Creator/Destroyer, in cui la serie finalmente torna indietro nella timeline, quanto basta per mostrarci sia l’infanzia di Gianni Versace (Edgar Ramirez) che quella di Andrew Cunanan (Darren Criss), osservando quanto fossero simili all’inizio della loro vita ma spiegando anche come, quando e perché i loro percorsi siano poi diventati così fortemente divergenti.

“Avevo dimenticato davvero quanto fosse difficile essere gay negli anni ’90”, dice Matt Bomer. “La serie svolge un ottimo lavoro su questo tema. Parla di qualcuno che è stato al culmine del successo, Gianni Versace, e del coraggio che ha avuto in quel momento nel fare coming out, è stato incredibilmente forte e innovativo. E poi Andrew, che è in fondo al mucchio, e vuole fama, successo e fortuna, ma non riuscirà a farlo, perchè non sarà sé stesso nemmeno per un giorno.”

In occasione del suo debutto alla regia, Matt Bomer parla con Variety dello sviluppo di questo progetto, delle sfide uniche con cui si è misurato per creare il nucleo centrale della trama e di qual è stata la scena più difficile da lasciare sul pavimento della sala di montaggio.

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Cosa ha reso The Assassination of Gianni Versace il giusto primo progetto da dirigere?

Ho lavorato con Ryan Murphy molte volte in passato. Lui sa che sono molto meticoloso riguardo alla regia, sapeva quanto ci tenessi a esordire in questo campo. Una volta mi ha detto che avrei dovuto dirigere qualcosa prima o poi e al momento ne rimasi lusingato ma non gli diedi molto peso. Poi ho ricevuto una sua chiamata a dicembre e mi ha detto: “Dicevo sul serio, voglio che tu diriga”. Sapeva che avevo bisogno di un modo per impegnarmi con la mia creatività e, confermandosi l’anima generosa che è sempre stato, mi ha offerto un lavoro in The Assassination of Gianni Versace e ho detto di sì.

Come mai hai scelto l’ottavo episodio in particolare?

Ryan sapeva che quella sarebbe stata la migliore opportunità per me. Ad un certo punto ci eravamo indirizzati verso il settimo episodio, ma poi è diventato l’ottavo ed è stato fantastico. Ero sul set dei primi episodi ad osservare gli altri registi e sapevo che, quando sarebbe arrivato il mio momento, Ryan avrebbe scelto l’episodio giusto per me.

Quali sono stati gli aspetti più importanti del tuo lavoro di preparazione?

Ho letto libri, ho lavorato con il DGA (Directors Guild of American), ho ascoltato i pareri di amici registi nell’ambiente di cinema e TV, mi hanno dato consigli e mi hanno insegnato tante cose. Ho osservato attentamente due dei grandi registi di The Assassination of Gianni Versace. Ho visto il livello del loro talento e sapevo di voler raggiungere quello stesso livello quando sono sceso campo.

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La storia finora si è concentrata più su Andrew che su Gianni. È stato difficile trovare nuovi pezzi della storia da ricomporre così avanti nella stagione?

Il bello di questo episodio è che possiamo ottenere una visione più completa di chi sia Andrew, di cosa abbia sopportato da bambino e del perché sia diventato quello che è diventato. In questo modo quando lo vediamo in quei momenti a Miami, post-tutto, possiamo avere un’idea più tridimensionale di chi sia. L’episodio però suscita anche dei conflitti morali, come possiamo avere simpatia per un mostro? Questa è davvero la questione centrale dell’episodio. Cosa rende una persona un creatore, uno stilista di successo, e cosa può trasformarla in un serial killer? La risposta è semplice: il duro lavoro. Un ragazzo, Andrew, credeva che il mondo gli dovesse riconoscere un grande successo a tutti i costi, che fosse speciale, che fosse il prescelto, che la fama e la fortuna dovessero per forza arrivare a lui senza impedimenti. L’altro ha avuto una madre che l’ha educato al duro lavoro, che gli ha insegnato che la moda è un mestiere. C’è questo tema dominante dell’ambizione, ma l’ambizione di Andrew e l’ambizione di Gianni hanno avuto risultati diversi. Quando sei regista di un episodio del genere, gli scatti, i fotogrammi e l’impostazione che scegli devono essere sempre collegati a quel tema.

I produttori credono che Andrew sia diventato un assassino, non che sia nato in quel modo. Su cosa ti sei concentrato per sviluppare quest’idea e mostrare i momenti della vita di Andrew in cui quei semi violenti iniziano ad essere piantati?

Penso che tutti siamo responsabili delle scelte che facciamo. Ci occupiamo tutti di circostanze specifiche nella nostra vita. Alcune persone potrebbero essere trattate nel peggiore dei modi ma crescere comunque positivamente fino a diventare adulti fini e di buon senso. Per Andrew non è andata così. Entra in contatto con la violenza già in tenera età, tramite il padre, una figura orrenda. I suoi genitori lo adoravano. Gli è stato insegnato che non è sufficiente essere intelligenti e che non ci si può permettere di far vedere agli altri che sei un diverso, un outsider, anche solo per un minuto. Andrew poi viene coinvolto in qualcosa di più grande di lui e non ha né la libertà né la forza di reagire al padre. Analizziamo a fondo l’influenza di suo padre su di lui nel corso dell’episodio. Quello che volevo creare con l’ultima scena – il loro confronto, quella scena in stile Heart of Darkness con tutto il sudore, le ombre e il caldo – volevo desse la sensazione che se Andrew avesse ucciso suo padre, un uomo malvagio, non avrebbe ucciso nessun altro. Questa era una parte importante della dinamica che stavo cercando di creare nella storia.

Qual è stata la cosa più grande che hai imparato sulla regia lavorando in Versace?

Penso di aver imparato molto sul processo della regia, o almeno del mio personale processo, che è una cosa enorme. Ora so che posso farlo. Il primo cut è stato di 90 minuti e lo abbiamo girato in 12 giorni. Abbiamo dovuto ridurlo a 60 minuti. Ho fatto tutto per la prima volta, e sono stato davvero fortunato a poter contare sulla DGA, fare affidamento su professionisti del settore. Ho letto tutti questi libri e ho creato il mio modo di approcciare una scena. Molto deriva dalla sceneggiatura che ti viene data ma sei tu a dover sviluppare una tecnica, e questo era un ambiente sicuro in cui farlo perché avevo già lavorato con tante persone del cast e conoscevo il loro talento.

Con 90 minuti di episodio e 30 tagliati, c’era qualcosa che avresti voluto lasciare? 

C’era una scena con Gianni e sua madre più anziani davvero bella, ma è riemersa verso la fine, l’avevamo lasciata un po’ in disparte. All’improvviso è riapparsa, ma ci portava fuori dalla storia che avevamo intrapreso con Andrew e suo padre a Manila, nelle Filippine. A un certo punto devi concentrarti su ciò che serve maggiormente il tema.

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