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Dahmer: 5 motivi per recuperare la serie di Ryan Murphy con Evan Peters

Non sono bastate le polemiche social e le rimostranze dei parenti delle vittime a frenare il successo di Dahmer – Monster: The Jeffrey Dahmer Story.

L’ultima creatura di Ryan Murphy ha raggiunto rapidamente la vetta delle serie più guardate su Netflix e da lì non accenna a scendere nonostante le pesanti accuse di voler speculare sul dolore dei familiari e sulla passione per il torbido. Neanche la solita folle challenge nata sul sempre più incontrollabile Tik Tok ne ha fatto calare il numero di spettatori.

Discutere della moralità dell’operazione svolta da Ryan Murphy e Netflix aprirebbe un vaso di Pandora che coinvolgerebbe l’intero genere true crime, sempre più garanzia di successo, fino ad arrivare alle biografie di tanti serial killer che si sono viste sul grande e piccolo schermo.

Noi di Telefilm Central preferiamo lasciare al lettore la decisione su questo argomento considerando Dahmer solo dal punto di vista strettamente seriale. Recitazione, sceneggiatura, costumi, colonna sonora sono, quindi, gli unici punti ad entrare nel conto dei pro e dei contro della serie.

La somma è un risultato talmente alto da giustificare questo articolo in cui vi elenchiamo i cinque motivi per recuperare la serie (qualora riusciate a guardarla come un mero prodotto televisivo).

Dahmer: cinque motivi per recuperare la serie
Dahmer: cinque motivi per recuperare la serie – Credits: Netflix

1. Il serial killer che non voleva sognare

La storia di Jeffrey Dahmer è probabilmente nota a chi segue la cronaca nera e a chi non riesce a non farsi attirare dal quella perversa calamita che è il fascino malvagio dei serial killer. Di quali crudeli delitti e orrendi torture sia colpevole Jeffrey è violentemente esplicitato da quel suo soprannome: il cannibale di Milwaukee. Dahmer però non si lascia trascinare dagli aspetti più macabri. Pur non mancando inevitabilmente scene dal forte impatto disturbante, quel che colpisce nella serie è la relativa assenza del sangue. Ryan Murphy sceglie di non mostrare quasi mai la violenza in sé, ma piuttosto il lento e angosciante processo che trasforma l’apparente normalità in un incredibile incubo.

Dahmer porta in scena un serial killer troppo simile ad altri nel suo essere latore di morte e dolore, ma diverso nei modi e nella personalità. Non ha la follia esplosiva di Ed Gein che, non a caso, sarà modello di ispirazione per Leatherface. Gli manca la gigioneria istrionica di un John Wayne Gacy che si travestiva da pagliaccio (e il Pennywise di Stephen King gli sarà debitore). Né ha il fascino magnetico da playboy sicuro di se di Ted Bundy. Jeffrey Dahmer è un ragazzo asociale e apatico che trova nella splancnofilia (l’eccitazione sessuale derivante dalla luminosità degli organi interni) una delle poche motivazioni per uscire dalla sua costante inedia e dal continuo abuso di alcool.

Dahmer colpisce perché mostra un personaggio di cui si potrebbe persino avere compassione se non sapessimo di cosa è responsabile. Un ragazzo talmente consapevole della propria anormalità da essere convinto di non aver diritto a sognare. Perché i sogni di un mostro sono incubi e purtroppo quelli di Jeffrey si sono avverati ammazzando diciassette ragazzi.

Dahmer: cinque motivi per recuperare la serie
Dahmer: cinque motivi per recuperare la serie – Credits: Netflix

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2. La magistrale performance di Evan Peters

Lasciare trasparire l’orrore che si agita dietro l’apatia di Jeffrey Dahmer era un compito tanto delicato quanto complesso. L’esserci riuscito perfettamente è un biglietto di sola andata direzione Emmy Awards e ogni altro premio possibile come migliore attore protagonista.

E su quel biglietto c’è il nome di Evan Peters che raggiunge qui il punto probabilmente più alto della sua carriera finora. La scelta dell’attore nativo di Saint Louis sembrava quasi ovvia dato che è una sorta di feticcio per Ryan Murphy che lo ha portato con sé in ogni edizione di American Horror Story e in molte altre sue opere. Né era la prima volta che gli toccava interpretare il ruolo del serial killer anche se si era trattato sempre di personaggi inventati.

Che Jeffrey Dahmer sia, invece, realmente esistito sembra non fare differenza sostanziale per Evan Peters. Anzi, la possibilità di avere accesso ad una ricca collezione di materiali d’archivio permette all’attore americano di avere un modello di riferimento. Vanno riconosciute le giuste lodi a truccatori e costumisti di Dahmer per aver reso Evan Peters quasi un fratello gemello del cannibale di Milwaukee. Ma è tutto merito dell’attore statunitense l’aver lavorato per sottrazione riducendo all’essenziale le parole, adattando il tono di voce, irrigidendo la postura, facendo esplodere la rabbia repressa ed eruttare la violenza improvvisa.

Evan Peters riesce a comunicare l’angoscia che si nascondeva dietro lo sguardo abulico di Jeffrey mostrando come la morte possa anche essere una calma piatta dopo una tempesta interiore.

Dahmer: cinque motivi per recuperare la serie
Dahmer: cinque motivi per recuperare la serie – Credits: Netflix

3. L’impossibilità di capire chi si ama

Nomen omen: Dahmer è dominata dalla figura del suo protagonista. Tuttavia, la serie non trascura il legame del ragazzo con le figure familiari che maggiore importanza hanno avuto nella sua vita. Un vissuto che è ancora una volta anomalo rispetto alle storie cui il cinema e, purtroppo, anche la realtà ci hanno abituato. Perché il piccolo Jeffrey, pur vivendo in una famiglia allo sbando per i continui conflitti tra una moglie troppo attaccata ai farmaci e un marito troppo assente per lavoro, non era stato né odiato né abusato.

Il rapporto quasi assente con la figura materna era stato, anzi, compensato dai continui tentativi del padre di attirare l’attenzione del figlio provando a indirizzarlo su quella che riteneva essere la retta via. Lionel Dahmer non si arrese mai di fronte ai fallimenti di Jeffrey, ma cercò ogni volta di trovare un modo per fargli avere quel successo che pensava potesse raggiungere.

Soprattutto, Lionel sbagliò sempre per amore. Non comprese ciò che stava accadendo rifiutandosi di accettare l’omosessualità del figlio e vedendola quasi come una malattia da cui poteva guarire. Un pensiero sicuramente assurdo, ma purtroppo normale per quei tempi. Capì cosa sarebbe potuto succedere solo dopo la prima condanna, ma neanche allora lasciò Jeffrey da solo supplicando che qualcuno gli desse quell’aiuto che lui non riusciva a fornire in maniera efficace. Amò il suo bambino anche quando la verità gli mostrò quale creatura maligna fosse diventato.

Incolpando sé stesso pur di non rinunciare all’immagine ideale di ciò che il suo Jeffrey sarebbe potuto diventare.

Un padre che finì per dover rassegnarsi all’impossibilità di capire fino in fondo proprio colui che amava più di ogni altra persona al mondo.

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Dahmer: cinque motivi per recuperare la serie
Dahmer: cinque motivi per recuperare la serie – Credits: Netflix

4. La complicità del razzismo

Diciassette sono le vittime di Jeffrey Dahmer. Di queste, la maggior parte era accomunata dall’essere di colore o asiatiche. E di essere omosessuali. Ciò fa di Dahmer un serial killer omofobo e razzista? Assolutamente, no. Sia perché Jeffrey era egli stesso omosessuale. Sia perché la scelta di questa categoria era dettata dalla semplice constatazione che nessuno avrebbe indagato più di tanto. Anzi, avrebbero creduto al ragazzo bianco, biondino, appartenente alla middle class, con genitori rispettabili. Tanto che furono due poliziotti a riconsegnare a Jeffrey l’appena quattordicenne Konerak Sinthasomphone che, nonostante fosse fortemente drogato, era riuscito a scappare.

Dahmer non resta in silenzio su quello che fu uno dei punti che maggiormente colpì l’opinione pubblica. Le diciassette vittime furono uccise dalla follia omicida del Cannibale di Milwaukee, ma a permettergli di continuare ad ammazzare fu la tacita complicità di una polizia razzista. Di agenti che consideravano credibili solo le parole di un bianco e non le continue richieste di intervento della vicina di colore. Forze dell’ordine che sbrigativamente liquidavano ogni sparizione fintanto che a sparire fossero omosessuali. Giudici che si mostravano infastiditi dalla barriera linguistica che impediva ad un immigrato di esprimersi fluentemente, mentre erano pronti ad essere clementi con Jeffrey (condannandolo a solo un anno per la tentata violenza sessuale su un minore).

Dahmer ci ricorda che la malvagità abita nella mente di un singolo uomo, ma a fare altrettanta paura dovrebbe essere la discriminazione che offre vittime innocenti alla sete di sangue del malvagio.

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Dahmer: cinque motivi per recuperare la serie
Dahmer: cinque motivi per recuperare la serie – Credits: Netflix

5. Sopravvivere al dopo

Dahmer è, infine, interessante per lo sguardo (sebbene concentrato principalmente in un solo episodio) che offre sul dopo la storia del mostro. Fin dal primo interrogatorio dopo l’arresto, Jeffrey non provò mai a negare le proprie responsabilità. Rifiutò ogni tentativo degli avvocati di fargli avere l’infermità mentale e cercò una condanna a morte che non era possibile. Anche in carcere, sembrò quasi cercare la rabbia e la vendetta degli altri carcerati come se volesse in questo modo trovare l’esecutore di quella sentenza capitale che non aveva avuto. Proprio questa sua disponibilità a essere punito rende difficile per i parenti delle vittime rapportarsi al dopo.

Ovvio che questo discorso si applica a quanto la serie mostra e non a quelle che sono state le vere reazioni dei familiari. Impossibile dire se fossero implacabili nel vegliare contro qualunque cosa potesse portare un minimo ritorno economico a Jeffrey o a suo padre come fa nella serie la madre di Tony Hughes. Probabile che il padre di Konerak (il cui fratello era stato violentato da Jeffrey) sia davvero stato incapace di reagire a quanto accaduto vivendo in una finzione il resto della sua vita. Realistico che Glenda (crasi di due personaggi realmente esistiti che vivevano vicino a Jeffrey) abbia proseguito la sua battaglia per onorare la memoria delle vittime nonostante gli insuccessi.

Dahmer ci ricorda che le vittime di un serial killer non sono solo quelle cadute sotto la sua violenza, ma anche chi è rimasto vivo a chiedersi continuamente il perché di un assenza che non finirà mai.

Winny Enodrac

Vorrei vedere voi a viaggiare ogni giorno per almeno tre ore al giorno o a restare da soli causa impegni di lavoro ! Che altro puoi fare se non diventare un fan delle serie tv ? E chest' è !

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