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Life & Style

Marco Polo: Costumi e Scenografie della serie di Netflix

La genesi di Marco Polo è stata travagliata. Si è iniziato a parlare per la prima volta di realizzare un biopic sull’esploratore veneziano nel 2012, tra i produttori del canale  Starz. A causa delle difficoltà riscontrate per girare in Cina, il canale ha rinunciato al progetto che però è stato sapientemente raccolto dal canale di streaming Netflix. Quest’ultimo ha finanziato con novanta milioni di dollari la produzione e sostituito la Cina con l’Italia, il Kazakhistan e la Malesia e, diciamoci la verità, ne è valsa proprio la pena. La maestosità dei set e la qualità delle riprese di questa serie toglie il fiato, e l’intelligenza dei produttori è stata proprio quella di investire nella qualità visiva dello show, in modo che tutto si potesse dire tranne che non fosse intrattenimento cinematografico.

marcos1044hjpg-bc184a-1500x1000Dopo la recensione del primo episodio e quella dell’intera stagione oggi vogliamo entrare più nello specifico con questa serie e parlare proprio di questo aspetto: l’impatto visivo.

Parlando dei costumi è facile capire perché siano così belli ma anche stupendamente non eccessivi e realistici: Tim Yip. Direttore artistico e costumista vincitore di un Oscar per il suo lavoro magnifico nel “La tigre e il dragone” (di cui Marco Polo contiene numerose citazioni), questo artista ha lavorato in tutti i così detti ‘wuxia’, il genere letterario cinese che racconta le storie di eroi di arti marziali del passato, genere da cui sono scaturiti film e libri divenuti molto famosi anche in occidente, come quello sopra citato o’La foresta dei pugnali volanti’. Se avete visto uno di questi titoli o ‘La battaglia dei tre regni’ o ‘Heroes’ e avete visto anche Marco Polo non può esservi sfuggita la vicinanza di questi prodotti alla serie di Netflix. Questa è la motivazione che si cela dietro la scelta di Yip come costumista: era necessario fare della storia di Marco Polo un intrattenimento stile wuxia, e per farlo occorreva il migliore costumista in circolazione e Netflix siccome può contare tra i suoi registi David Fincher, non può certo abbassare la qualità su una produzione milionaria.

downloadGià ad una prima occhiata ai poster promozionali dei singoli personaggi era facile capire la caratterizzazione degli stessi: costumi  occidentali di Polo che piano piano si avvicinano a quelli dei mongoli, così come il suo personaggio piano piano entra a far parte della corte del Khan; le tuniche arabeggianti e dai colori vivaci di Ahmad che evidenziano sempre la sua figura rispetto ai figli di Kublai; la quantità di seta dorata che ricopre il bellissimo principe Jingjim e la sua armatura in battaglia; le pellicce del grande Khan che lo fanno sembrare ancora più imponente e potente.

Ma è negli abiti femminili che Yip da il meglio di sè e in particolare in quelli delle due regine. Sete coloratissime, broccati, bottoni gioiello, fermagli bellissimi e acconciature architettoniche fanno delle donne di Marco Polo delle figure oniriche, che camminano silenzione tra ma mistero e magia. Su tutti il più bello è l’abito blu e azzurro di Kokacin, ma anche quelli della prostituta Mei Lin sono molto particolari.

Capace di insegnarci le differenze tra i costumi mongoli e quelli cinesi solo dal guardaroba, Tim Yip è una piacevole conoscenza che ci fa piacere ustv-marco-polo-first-look-images-netflix-2ritrovare in questo piccolo nuovo mondo che è Marco Polo.

E se i costumi riflettono la bravura e la versatilità di un grande come Tim Yip, non potevano essere da meno le scenografie. Quando si dice, usando un vecchio detto, che ‘l’occhio vuole la sua parte’, si intende proprio questo: nessuna serie in costume potrà mai essere definita bella soltanto per lo sviluppo psicologico dei suoi personaggi o per il fascino del protagonista. Spostandosi dall’Italia al Kazhakistan fino in Malesia, ogni scena è incorniciata da un paesaggio originale e suggestivo. Le scene di battaglia sono girate con lo sfondo di una steppa desolata, che non accoglie altro se non la paura dei soldati e il sangue dei combattenti periti. I Mongoli abitano luoghi spogli, rocciosi, predominati dal color sabbia e dal grigio del vento che soffia senza sosta. Le baracche dei poveri, coperte da paglia o bambù, sembrano così autentiche da farci ringraziare il cielo di non aver mai dovuto abitarle. Naturalmente sono nulla in confronto al palazzo del Khan, benchè sia evidente come l’origine nomade del suo popolo si rispecchi anche nelle sale della sua dimora. Gli ambienti sono ricchi, curati, eppure l’illuminazione è minima, essenziale, che crea quel gioco di luci e ombre su cui si basa non solo la gerarchia del palazzo ma anche il carattere mutevole del suo comandante. Il trono del Khan netflix-original-marco-polo-worlds-will-collide-trailer-released-netflix-lifesembra più un piccolo divano che una sedia, le stanze, esclusion fatta per quelle di Ahmad, sono essenziali e esplicative di un gusto pessimo, in cui il denaro primeggia sullo stile.

Nulla a che vedere, invece, con le bellezze dell’architettura della dinastia Song. La città murata cinese è immersa nel verde, è piena di vita e di colore. Il muro che i mongoli vogliono tanto distruggere non è soltanto una barriera fisica ma anche un muro culturale. Il palazzo in cui il consigliere Jia Sidhao tenta di affermare il proprio potere è luminoso, spazioso, colorato principalmente dal rosso e dall’oro dello sfarzo e della regalità. Le stanze, socchiuse allo sguardo esterno da tendaggi semitrasparenti, si affacciano su giardini pieni di acqua e tipiche composizioni geometriche del giardino cinese. L’acqua accomuna entrambe le corti, anche se gioca un ruolo fondamentale alla corte mongola lì dove la corte cinese sembra poterne fare a meno. Quando l’imperatice Chabi prende il thè sotto al gazebo con Kokachin, rimane impressa l’immagine suggestiva della finestra che si affaccia all’acqua increspata dalla pioggia, 1d257a50-718c-0132-6acc-0e9d6b8c5dedmentre s’intravede il tetto con la sua copertura rossa.

Malgrado le notevoli differenze rimane tuttavia indubbia la cura dei particolari, dei singoli elementi inseriti in un insieme grande e perfettamente amalgamato. Le scenografie reali sembrano vere ed autentiche proprio come quelle realizzate al computer (e non sempre è facile ottenere questo risultato) mentre i personaggi si muovono in ambienti che sembrano costruiti appositamente per loro, partendo da un tetto veneziano per il giovane sognatore Marco Polo, alla steppa desolata del conquistatore Kublai Khan fino ad arrivare alla rigogliosa vegetazione dell’impero cinese della dinastia Song.

Probabilmente vi avremo sorpresi, dopo una descrizione così entusiasta delle scenografie e dei costumi di questa serie, dal momento che sembra che i maggiori critici non abbiano perso tempo ad analizzarle, scartando quasi immediatamente la serie per la sua trama e la sua manchevole scorrevolezza. Si tratta tuttavia di un prodotto a cui va concesso quantomeno un margine di dubbio. Perchè raramente si perde così tanto tempo a definire i dettagli di una serie in costume e, quando capita, non bisogna sottovalutarla.

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