Grey's Anatomy

Grey’s Anatomy – Recensione dell’episodio 13.10 – You Can Look (But You’d Better Not Touch)

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Abbiamo scontato il nostro debito, ed anche questi 60 giorni d’attesa che ci separavano dal secondo spazio della tredicesima stagione di Grey’s sono terminati. Molte cose erano state impastate prima del mid-season finale, dovevamo solo attendere che lievitassero. E così è stato, anche se non da subito nella direzione in cui avremmo voluto noi. Tutti i fans del medical drama più travagliato delle reti televisive americane s’aspettavano che finalmente avrebbero saputo con assoluta certezza le sorti di Alex: dentro ad una cella o ad una sala operatoria? Ma per Shonda l’attesa non ha limiti, l’agonia non ha misura: anzi, sapeva benissimo che concederci un’altra settimana di cieche supposizioni non avrebbe che rinvigorito la nostra famelica curiosità.

Come sempre non ci è concesso di fermarci alla superficie delle cose; ormai siamo costantemente spinti a  ad aspettarci di più dall’episodio: non ci basta un caso clinico e qualche storia d’amore, dobbiamo entrare nelle situazioni, immedesimarci, volare alto e capire sino a fare nostre le riflessioni che, come sempre, (in questo caso un’assente) Meredith cerca di condividere con noi.

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Il Grey-Sloan Memorial è ancora in stand-by per questo episodio. Si riparte, infatti, con il trio Arizona-Bailey-Wilson, catapultate in una prigione di massima sicurezza (in un luogo non identificato) alle prese con una violenta ed aggressiva criminale ragazza-madre incinta di 2 gemelli, dei quali uno acardico. In apparenza sembrerebbe un caso clinico piuttosto comune in uno scenario atipico, ma è questo il momento giusto per fare il salto della fede: “cosa stai cercando realmente di di dirmi con questa gravidanza?” è la domanda corretta da porci. E ancora una volta, come a Shonda piace fare (e non solo in Grey’s Anatomy), ci piazza sul labile e sottilissimo confine tra giusto e sbagliato, senza darci direzione, né dirci cosa fare. Della ragazza (appena ventenne) non viene mai specificato il reato per il quale è stata condannata a vita, ma saperla dietro le sbarre di un penitenziario ci basta per classificarla come una brutta persona.

All’inizio si mostra indisponente, iraconda, bellicosa, in un climax emozionale ascendente  che la porta ad aggredire il suo medico curante, quella che beffardamente lei definisce essere la cattiva della situazione, Dottoressa Crudelia, e dalla quale aggressione ne consegue una dura punizione, l’ammanettamento di tutti e 4 gli arti. Non riusciamo a connetterci con la ragazza come, invece, ci succede sempre con chi, a turno, è un paziente in degenza, spesso sul filo tra la vita e la morte. Il suo atteggiamento è cinico, distaccato, distante, rasenta addirittura la sociopatia nel momento in cui c’è contatto fisico, ma le carte in tavola cambiano quando durante la procedura di esportazione della massa Kristen entra in travaglio. Da qui l’esperienza catartica della maternità che, come sempre, dipana persino le matasse emotive di una personalità deviata: alla disperata ricerca della presenza della madre, presente in prigione ma fermamente decisa a non essere di alcun tipo di conforto alla figlia, si accontenta del surrogato materno della Bailey. Inizia a nascere così, da un lato, un lontano e quanto mai vago senso di compassione per Kristen, e dall’altro un senso di inadeguatezza nei confronti di noi stessi, per aver pensato, anche solo per un secondo, che Kristen appartenesse realmente a quel posto, meritando tutto ciò che ne conseguisse. La fredda nudità del dolore che chiunque, buoni o cattivi, prova nella vita, abbatte le barriere di timore e di carenza di spirito e ci mette in crisi: quanto giusto può essere partorire ammanettata e soprattutto senza avere accanto la propria madre?

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Se infatti da un lato la maternità ci viene presentata col caso di Kristen, non è da sottovalutare anche la sfumatura tematica del rapporto con sua madre. Le confidenze che Kristen sussurra a Jo durante un forte momento di imprinting, parlano di un’infanzia gioiosa, serena e piena d’amore, eppure lo sguardo perso nel vuoto (e, contemporaneamente, nel passato) ed il tono di voce rotto fanno presagire che solo in superficie le cose sembravano essere praticamente perfette; non a caso, quando Arizona cerca in maniera decisa e prorompente di convincere la madre di Kristen a starle accanto, lei sa solo suggerirle superbamente di tenere d’occhio Sofia, perché la sua, di figlia, sembrava perfetta e bella.

Dove tutto sembra avere la necessità di apparire perfetto, in profondità qualcosa cerca di emergere: è chiarissimo che le scelte di Kristen sono dipese, in qualche modo, dal suo rapporto con la madre, della quale, tuttavia, non parla mai addossandole la colpa. “Cosa stai cercando realmente di di dirmi con questa gravidanza, Grey’s?” Stai dicendomi che l’apparenza è una bellissima ed ingannevole maschera, se una violenta criminale in prigione è disposta a lasciar andare sua figlia per sempre a patto che sia al sicuro ed una donna in libertà che si ritiene mamma e madre non ha cuore di rimanere accanto a sua figlia nonostante i suoi sbagli. Stai dicendomi, ancora una volta, che non è possibile che le cose siano solo bianche o solo nere, che il mondo è fatto di infinite sfumature di grigio, di quei piccoli spazi di paradiso in cui il bene ed il male trovano un accordo, fondendosi.

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Abbiamo 40 minuti per testare sulla nostra pelle l’evoluzione del personaggio principale di questo episodio, per meravigliarci, considerando il suo punto di partenza, dinanzi al suo viscerale bisogno di stringere la mano di Miranda o rannicchiarsi nelle spalle di Jo per piangere il dolore più doloroso di una vita intera; 40 minuti per dare la possibilità al Bene di vincere, e di farlo attraverso la maternità. Diventare mamma ti cambia per sempre (come è accaduto persino ad una criminale come Kristen) o non ti cambierà mai. Nel frattempo, un imperativo morale riecheggia nella testa come un tamburo:

“Be good”.

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13.10 - You Can Look (But You’d Better Not Touch)
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