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Cinema

Grand Budapest Hotel: la recensione

Vi ricordate la sensazione piacevole e divertita che provavate da piccoli nel sentirvi raccontare una bella favola? La fantasia che creava mondi in bilico tra il reale e il surreale, personaggi con un ruolo ben preciso nella storia, scenari strabilianti e improbabili… È ciò che sembra proporre il regista Wes Anderson.

Il film si apre con il racconto di uno scrittore solitario e pensieroso (interpretato da Jude Law) che negli anni ‘80 si reca in visita al Grand Budapest, un lussuoso e immenso hotel nell’immaginaria Repubblica di Zubrowka, ormai in decadenza. Il libro che scriverà in seguito riporterà le avventure ambientate negli anni ’30, raccontate da un uomo anziano e solo, presentato a lui come il proprietario. trailer-for-wes-andersons-the-grand-budapest-hotel-3

Vorrei brevemente portare all’attenzione la tecnica narrativa utilizzata. Il racconto nel racconto, a mio avviso, permette al regista (e allo spettatore) di riflettere sull’atto del narrare e sul testo artistico stesso: da un lato l’arte e l’immaginazione sono i mezzi attraverso i quali può allontanarsi sempre più dalla realtà razionalmente concepibile; dall’altro, la messa in scena stessa, proprio grazie a questo scarto fiabesco, non può non farci sorridere.

Non manca infatti la consueta e apprezzata comicità che ritroviamo nei precedenti film di Anderson e che fa da collante costante nella pellicola. Così il regista ama giocare sul confine tra serio ed esilarante, mostrando quanto il serio diventi appunto esilarante. Pertanto, tematiche di un certo peso, come in questo caso l’immigrazione, il razzismo, i sistemi gerarchici di potere nelle famiglie e in ambito lavorativo, la guerra, l’ingiustizia giudiziaria, la morte e la delicata questione dell’eredità, diventano oggetti di ironia raffinata ed equilibrata.

Si tratta a tutti gli effetti di un giallo: il misterioso omicidio di una ricchissima e anziana donna (un’irriconoscibile Tilda Swinton) fa ricadere i sospetti sul suo “amichetto” M. Gustave (Ralph Fiennes), l’efficientissimo concierge del Grand Budapest, cui viene affidato l’educando garzoncello Zero Moustafa. Di qui gli eventi vengono messi in moto con un ritmo che non conosce momenti morti o pause.

Il sorriso non abbandona il nostro viso dall’inizio alla fine. Ora i nostri occhi sono estasiati dalla bellezza degli interni o dai colori sgargianti; ora sono divertiti dalle scenografie volutamente finte, quasi da film d’animazione, per questo non meno meno delicate; ora sono stupiti dall’abbigliamento insolito ed elegantissimo stile anni ’30 cui non siamo molto abituati. E in tale susseguirsi di sfarzo estetico spassoso e surreale, la coppia Gustave-Zero consolida l’amicizia e l’efficenza, così come la loro comicità. Da una parte vediamo l’eloquente concierge, tanto rispettato quanto professionale, dall’altra un costante ascoltatore dagli occhi spalancati (per attenzione o stupore?), quale è l’obbedientissimo garzoncello.

Gran1Storia coinvolgente, cast stellare, riprese rapide e fresche, scenografie e arredamenti tanto squisiti quanto inusuali in stile mitteleuropeo, dialoghi scattanti e colonna sonora allegra: tutti elementi favorevoli a tenere ben accesa la nostra attenzione, sempre pronta ad accogliere la trovata brillante successiva.

E come non lasciarsi andare alle risate nel veder comparire l’uno dopo l’altro grandissimi attori, agghindati di tutto punto secondo la moda di quegli anni, con tanto di baffi a punta? Edward Norton, che ricordiamo tutto tumefatto quale era in Fight Club o ne La 25a ora, si presenta in una impeccabile divisa grigia con cappello cilindrico, che lo rende più simile ad un soldatino che al capo della polizia; Adrien Brody, che un tempo vestì i panni del disgraziato pianista, è ora trasformato nel nero e perfido Dmitri, unico erede legittimo dell’assassinata. E non potevano mancare all’appello i simpatici Bill Murray, Owen Wilson, Jeff Goldblum e Jason Schwartzman, cui Anderson sembra piuttosto affezionato.

Credo che il successo dei suoi film sia dovuto al fatto che possono essere letti e apprezzati a seconda di ciò che uno spettatore vuole vedere: sono spassosi e originali, ma la trama è ben definita e i temi proposti sono profondi e degni di analisi. Trovo che vi sia sempre un delicato e armonioso incontro tra malinconia e leggerezza, riflessione e risata, opposti di cui è costituita la nostra stessa vita e che forse, a volte, sentiamo il bisogno di rivivere attraverso il cinema, il cui compito, in fondo, è proprio quello di raccontare.

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