Cinema

Doppio schermo – A proposito di Davis: la recensione (negativa)

Insulso. Noioso. Piatto. Ma visto che si tratta comunque dei fratelli Coen, di cui il sottoscritto è fan dai tempi di Fargo, è doveroso argomentare e non ridurre tutto a quelle poche parole, seppur adatte a questo A proposito di Davis.

Intanto è fondamentale capire che siamo in presenza di un film, in cui è necessario curare non solo ciò che viene raccontato ma anche come viene fatto. Ebbene, i Coen sono da sempre maestri assoluti del “come”, preferendo spesso storie semplici ed essenziali ma trasposte sullo schermo in maniera graffiante, surreale e ricchissima di dettagli geniali, creando così un vero e proprio stile che purtroppo in questo A proposito di Davis si fatica, e molto, a riconoscere. cannes-3

La trama è semplice. Un cantante di musica folk squattrinato, Llewin Davis (il monoespressivo Oscar Isaac), dopo aver assaporato un breve successo, cade nel dimenticatoio quando il suo partner decide di suicidarsi, e si riduce a sbarcare il lunario in un piccolo locale del Greenwich degli anni ’60. Il suo vivere di stenti, elemosinando qua e là divani su cui dormire, lo porterà a decidere, come “ultima spiaggia” prima di rassegnarsi definitivamente ad una vita da mediocre, di compiere un viaggio verso Chicago per incontrare un noto produttore.

Tutto sommato la storia è carina, ha un filo logico e la sceneggiatura ha qualche discreta “buona intenzione”, che però resta tale senza mai diventare pienamente efficace. Ma è nei personaggi che si trova la delusione più grande! Il “perdente” Llewin Davis non ha alcun appeal, è piatto e insulso e a dire il vero potrebbe anche essere una scelta valida se fosse poi però sostenuto da una sceneggiatura frizzante e variegata. Certo la tipologia di personaggio non è nuova per i Coen e non può che riportarne alla mente altri diventati epici. Su tutti il Drugo de Il Grande Lebowsky, diventato leggenda per la sua vestaglia, per il “white-russian”, per il mozzicone di cicca, per il suo traccheggiare da perenne stordito, per il suo modo di parlare, per la faccia, per la chioma, per i suoi sogni! Stesso discorso per il perdente Jerry Lundegaard di Fargo, timido, impacciato, chiacchierone, bugiardo, incapace, fallito, rassegnato, pentito! Sono entrati nella storia del cinema perché i Coen li hanno raccontati! In maniera completa, straordinaria ed efficace come solo loro sanno fare. Di Llewin Davis, così come degli altri personaggi, non vediamo nulla, rimangono “vuoti” e lo spettatore non può certo esserne coinvolto.

Ma come detto, se l’intento era mantenere la storia semplice e i protagonisti piatti e insulsi come effettivamente sono (non si scappa, ragazzi!) allora almeno qualcos’altro avrebbe dovuto fare da contraltare, o il ritmo, o i dialoghi o le atmosfere o le intuizioni o la struttura narrativa. Insomma, qualcosa! E invece tutto ha lo stesso misero sapore e i significati nascosti, qualora ce ne fossero, si possono solo dedurre o ipotizzare con una buona dose di fantasia.

42-Inside-Llewyn-DavisE per uscire dal grigiore imperante non può certo bastare la già stravista circolarità del racconto, o qualche “metaforetta” banalotta e deboluccia buttata qua e là, come quella del gatto che scappa di casa e poi ritorna come il protagonista, o quella inflazionatissima del viaggio fisico/viaggio interiore per raggiungere un produttore che lo liquiderà frettolosamente con 3 parole in croce, dimostrando così (forse) la superficialità e (penso) la fragilità del “sogno” americano.

Sì, qualcosina c’è. Ma tutto qui? Davvero?

Persino John Goodman, solitamente epico con i fratelli di Minneapolis, riesce a passare inosservato in questo film, annegato da qualche battuta mal riuscita e privato persino della sua straordinaria vena “grottesca” di lebowskiana memoria; infatti il viaggio che compie insieme al protagonista non può che richiamare alla mente i momenti in auto di Goodman-Walter con Drugo, in un confronto decisamente impari.

Non una risata, non un sospiro, non una riflessione…nulla. Piatto. A tratti fastidioso, a dire il vero.Proprio come le canzoni, seppur piacevoli e rese bene sullo schermo, ma decisamente troppe!E come dice il protagonista del film “se non è nuova e non invecchia mai allora è una canzone folk”. Non c’entra nulla in questa recensione, ma chissà che magari qualcuno non trovi geniale pure questo.

Doppio schermo – A proposito di Davis: la recensione (positiva)

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