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Cinema

Via dalla pazza folla: la recensione in anteprima

via dalla pazza folla

Tratto dall’omonimo romanzo scritto nel 1874 da Thomas Hardy, Via dalla pazza folla racconta la storia di una giovane  inglese, Bathsheba Everdene, la quale si ritrova ad ereditare la fattoria dello zio passando dall’essere una semplice ragazza di campagna al diventare un’ereditiera sicura di sé. La ragazza inizierà ben presto ad attirare le attenzioni del genere maschile. I tre uomini che la corteggeranno rappresentano tre stili di vita molto diversi tra loro: Gabriel Oak è un pastore gentile e premuroso e un gran lavoratore; William Boldwood, il più anziano dei tre, è un uomo facoltoso, timido e a tratti impacciato; Frank Troy è un sergente passionale, audace ma anche poco affidabile. Il loro incontro la guiderà in un viaggio alla scoperta dell’amore e di se stessa.

via dalla pazza follaLa storia era già stata oggetto di adattamenti cinematografici, l’ultimo del 1967 era stato girato da John Schlesinger e interpretato da Julie Christie, Alan Bates, Terence Stamp e Peter Finch. Questa volta dietro la macchina da presa troviamo il danese Thomas Vinterberg, regista di quel piccolo gioiellino che è Il Sospetto. A vestire i panni della bella Bathsheba Carey Mulligan, mentre al suo fianco vediamo nelle vesti di suoi corteggiatori Matthias Schoenaert, Tom Sturridge e Michael Sheen.

Vinterberg prova a raccontarci la storia di una ragazza vissuta nell’Inghilterra vittoriana ma molto moderna nel suo approccio alla vita, al lavoro e all’amore. Orfana di entrambi i genitori, Bathsheba è indipendente, tenace, disposta a sporcarsi le mani se serve. Sente di essere in grado di badare a se stessa e non accetta le regole che la società le vorrebbe imporre: trovare un marito, badare alla casa e ai figli. A lei piace andare a cavallo, non si tira indietro davanti al dover lavare le pecore né al licenziare un uomo alto e largo il doppio di lei se non le piace il modo in cui lavora. A lei non importa se al mercato è l’unica donna a dover trattare per vendere i suoi semi.

Purtroppo però, sarà per l’interpretazione della Mulligan o per la mancanza di approfondimento del personaggio (il suo  iniziale “mi chiamo Bathsheba e non so perché” lasciato un po’ così sospeso doveva forse far presagire che molto di lei a parte la bellezza e la caparbietà non avremmo poi visto?) questo carattere forte e deciso, diverso per quel tempo, sembra cadere sotto i colpi di una saccenteria e volubilità che dopo un po’ iniziano a stufare. Bathsheba appare agli occhi dello spettatore più una bambina capricciosa che una donna in grado di tenere testa ad una società maschilista.

via dalla pazza follaLa pellicola inizia e prosegue in maniera ordinata, a volte banale: passiamo dall’essere immersi in cartiloneschi paesi bucolici (quasi tutti albeggianti) a brevi conversazioni che poco dicono a tavoli conviviali in cui i protagonisti si scambiano languidi sguardi. E anche quando arriviamo a quello che dovrebbe rappresentare il culmine della passione, ci mordiamo la lingua per non ridere di fronte ad una delle scene che peggio rappresentano la virilità maschile.

Per tutto il film ci sembra quasi che non ci sia la vera volontà di raccontare qualcosa della nostra protagonista, al di là della sua voglia di rompere gli schermi, venir meno alle convenzioni e non cadere nelle ovvietà.
Sarà l’ingenuità o la voglia di colmare quel vuoto affettivo che da anni si porta dietro (cosa che supponiamo ma che il film non racconta) che la lascia inciampare in percorsi e destini sbagliati, ma sta di fatto che l’innovazione del suo personaggio rimane indietro, nascosta da scene romanticamente stucchevoli.
Anche il resto dei personaggi rimane senza poco spessore, concedendo solo al pastore Oak, l’unico dei tre a rimanere al fianco della signorina Everdene per tutta la pellicola, più colori ed espressioni.
Intorno a loro il silenzio della campagna inglese, l’odore del fieno, il belare delle pecore al pascolo. Che in alcuni casi è più interessante del belare degli uomini.

Via dalla pazza folla
  • Stucchevole
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