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Derek: recensione dell’episodio 1.06 – Episode 6

Poche volte capita di trovare qualcosa che parla direttamente al cuore. Ma quando si ha a che fare con qualcosa come Derek, non è possibile restare indifferenti. Detta francamente: non è possibile non piangere. A meno di non avere un serio blocco emotivo, di quelli che ti fa respingere le opere artistiche che ti potrebbero colpire al profondo, per inconscia paura di provare qualcosa di questo tipo.

derek-106-06L’ultimo episodio di Derek è sicuramente il più commovente di tutti e anche quello che magistralmente riesce a raccogliere il senso dell’intera piccola stagione e di proporcelo attraverso due accadimenti. Il primo è la morte di Lizzie, con la straziante scena del rapporto con il marito, che tutti i giorni andava comunque a trovarla, nonostante l’Alzheimer. Nelle parole finali del marito “non siate tristi per noi, abbiamo avuto la vita migliore possibile” c’è forse un modo di vedere all’anzianità,  a un certo tipo di anzianità per lo meno, a una ricerca di uno spirito positivo, di malinconia certo, ma di positiva malinconia, di un calore che rimane anche nel momento del vuoto finale, che è forse solo un piccolo respiro prima del sonno.

La seconda parte è quella legata agli altri personaggi e al padre di Derek, che lo aveva abbandonato con la madre, da piccolo, ma che di è adesso rifatto vivo. All’inizio Derek non vuole incontrarlo, per la sofferenza che ha provato nell’essere stato sempre senza figura paterna.

derek-106-03La morte di Lizzie è anche lo spunto per far parlare Hannah e Dougie. Hannah rappresenta un punto di vista più “normale”, più equilibrato, una voce sensibile e tenera, che parla nel modo in cui ci aspettiamo che una buona persona possa parlare di questioni così intime e difficili, come l’anzianità, la morte. Dougie è la voce che sembra cinica ma è dannatamente piantata a terra. Nella sua ironia inglese (e Karl Pilkington in questo ruolo è assoluto) dice cose come “quando vedo che in certe parti del mondo la gente deve fare 20 chilometri per un pezzo di pane, io penso che ho Tesco (un supermercato inglese) sotto casa e che la mia vita non è poi così male”.

derek-106-05Ma il vero tratto geniale, la vera poesia, il genio di Ricky Gervais in questa piccola serie, viene nell’utilizzo del personaggio di Kev. Il poveraccio, squattrinato, sessuomane, superficiale amico di Derek. Non ha fatto che sembrare inutile e irrecuperabile durante le altre puntate. Ma in questo finale si apre, un po’ alla volta, pur nella sua stranezza, ma arriva ad una lucidità così chiara, nel parlare del suo rimpianto. Del suo cercare sempre la scappatoia, la strada facile. Dice “sono un fallimento”, in una interpretazione così semplice e perfetta da aprirti il petto in due. E poi parla di Derek, come immagine e spirito da seguire, nella sua bontà.

E nel crescendo musicale, sicuramente prevedibile, ma d’effetto proprio perché fa effetto, Derek corre e abbraccia il padre. Come si fa a non piangere? Come si fa a non commuoversi di fronte a un’immagine così semplice e vera della fragilità umana che esplode in tutta la sua improbabile forza?

derek-106-02Ricky Gervais è straordinario in questa serie. Sia come autore, che come attore. La sua interpretazione di Derek, questo personaggio che ha sicuramente qualcosa che non va, un grado di autismo, non è dato saperlo. Gervais è stato molto criticato per questa rappresentazione, come se fosse una presa in giro. Ma basta guardare questi sei episodi per capire che questa è la più tenera idea che potesse venirgli in mente.

Derek ribalta il punto di vista. Anziani o disabili. Ribalta il punto di partenza: dov’è il normale? Cosa è normale? Dove sta il “successo” della vita moderna? Spesso arrivano persone esterne dalla piccola casa di riposo della serie e sono quasi sempre persone cattive. Figlie che non vedono l’ora di mettere le mani sui gioielli della madre, funzionari che pensano solo a tagliare i fondi, snob altezzosi. Forse il mondo è così impegnato da perdere il contatto con modi più semplici e veri di rapportarsi tra esseri umani.

derek-106-04Derek è una piccola serie, onesta, diversa dal solito, con un’ironia a volte talmente basilare da sembrare un discorso normale. Capisco come qualcuno possa trovarla pretenziosa, troppo semplicistica in alcune cose. Ma è probabilmente una lettura molto superficiale di una serie che invece nel suo piccolo riesce davvero a raggiungere una levatura rara, umanamente parlando. A giudicare dal movimento che c’è stato su twitter legato a questa serie e ai migliaia di commenti estasiati ricevuti dallo stesso Ricky Gervais, la serie ha davvero toccato molte persone.

Mi sento di consigliarla a tutti. Questa serie vi resterà dentro. Un piccolo gioiello, che saprà darvi qualcosa. Se non avete paura di emozionarvi, di lasciarvi prendere da storie semplicissime, all’ordine del giorno, ma per il modo in cui è scritta e interpretata, davvero unica, allora non pensateci due volte.

Alessandro

Pianoforte a 9 anni, canto a 14, danza a 16 anni. Poi recitazione. Poi la scuola professionale di Regia Cinematografica. Poi l'Accademia di teatro di prosa. Anche grafica, comunicazione, eventi di spettacolo. Ma qui soprattutto un amore sconfinato per le serie tv americane e inglesi, con la loro capacità di essere le vere depositarie moderne della scrittura teatrale antica anglosassone.

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