
Girls: Recensione dell’episodio 2.08 – It’s back
Con It’s back, a due episodi dal finale di stagione, sembra che Lena Dunham abbia deciso di dare una svolta decisiva all’impianto narrativo della sua creatura, Girls. Spesso accusata di aver creato un serial che fotografa egregiamente l’immobilità di una generazione (o due), ma a discapito dello sviluppo stesso dei personaggi e delle loro storie, la Dunham mescola le carte con un episodio che sembra più concentrato (e direi finalmente) sugli sviluppi narrativi ma senza trascurare un aspetto che già con l’episodio precedente Video Games ha iniziato a delinearsi in modo molto più definito che in passato: ovvero, un focus più attento al background dei personaggi che non giustifica ma senz’altro motiva appieno scelte e comportamenti nel presente.
It’s back però è anche altro: senza rinunciare al modus operandi della serie, infatti, l’episodio immortala perfettamente l’incapacità relazionale che la generazione di Girls conosce molto bene, quell’handicap generato da un vero e proprio precariato esistenziale che non consente né di separarsi a dovere da relazioni significative, né tanto meno di entrare pienamente in un rapporto di natura sentimentale. Proverò ad andare con ordine, focalizzando di volta in volta l’attenzione sulla ricca portata di analisi e avvenimenti legati ai diversi personaggi che, fatta eccezione per Jessa alla quale previously è stato dedicato il maggior minutaggio, sono tutti presenti nell’arco narrativo dell’episodio, ognuno portatore di conflitti abbastanza profondi e ben resi sullo schermo.
Hannah / Lena
La slash era assolutamente d’obbligo, almeno fino a questo episodio. Che Lena abbia utilizzato (sì, a volte anche abusandone, diciamocela tutta) Hannah per raccontar-si ai suoi telespettatori, è cosa nota. In questo episodio, sembra che però la Dunham abbia lasciato definitivamente andare la sua creatura, spogliandola di quella autoreferenzialità che forse rappresentava l’handicap principale della serie. La scrittrice e l’attrice, insomma, si separano e in un episodio assolutamente corale (forse il migliore sinora, visto che Girls sembrava paradossalmente funzionare maggiormente con episodi più intimisti e incentrati su uno o al massimo due personaggi a dispetto del suo impianto di base più collettivo), l’autrice consegna ai nostri occhi una Hannah finalmente più fragile, che scopriamo affetta da un disturbo ossessivo – compulsivo che adesso torna in tutta la sua violenza, per ‘scongiurare’, nel rituale magico della ripetizione della conta fino a otto, eventi alquanto stressanti per la ragazza: la stesura di un romanzo e, molto probabilmente, la separazione da Adam non ancora metabolizzata del tutto (o forse per niente, ma lo scopriremo poi).
Ammetto che la scelta in sé mi è piaciuta, forse ne condanno il carattere un po’ eccessivo: mostrarci una Hannah depressa e senza speranza di cambiare, sarebbe bastato senza aggiungere particolari troppo ‘televisivi’ che non fanno parte di formule minimaliste e realiste come quella che contraddistingue prodotti come Girls. Anche il dialogo con il terapeuta mi è sembrato, a tal proposito, troppo estremo e stucchevole al contempo, più adatto ad altri tipi di format. Lo considero comunque un dettaglio nell’economia di un episodio affrontato, a mio parere, in maniera egregia e innovativa rispetto a ciò che abbiamo visto sinora
Marnie / Charlie
La coppia che scoppia di Girls, è sicuramente fonte di identificazione per milioni di giovani che hanno deciso di seguire questa deliziosa serie. Marnie che personalmente trovo insopportabile (e molto più narcisista di Hannah, che infatti scopriamo essere ‘soltanto’ nevrotica), si scopre sempre più attratta dal redivivo Charlie che al contrario sembra aver definitivamente (?) messo una pietra sopra alla loro relazione (“Beh, cioè… in realtà mi hai ispirato tu: ho cominciato appena ci siamo lasciati.’’) Charlie è caratterizzato in maniera del tutto nuova a partire da questo episodio, una vera e propria fenice risorta dalle ceneri della relazione con Marnie, che adesso non è più l’ombra di una simbiosi relazionale ma un individuo assolutamente centrato: se potessi, mi complimenterei con la regia di Jesse Peretz che ha saputo regalare agli spettatori un’immagine del tutto nuova di Charlie, perfino attraente e stronzo come soltanto chi rinasce dopo una delusione sa essere. Ma l’inganno di Marnie è subito svelato: nella parte finale dell’episodio, in un dialogo assolutamente illuminante con quel personaggio al contrario adorabile che è Ray (“Marnie ha imparato un’altra lezione di vita. Adorabile!”), la ragazza ammette di essere soltanto malsanamente invidiosa perché ‘‘è la prova che non importa quanto tu faccia le cose nel modo giusto, perché sai chi alla fine vive il suo sogno? Quelli tristi e disperati come Charlie! E le persone che finiscono dietro a rincorrere, sono persone come me, che hanno un certo equilibrio!’’
Per quanto odi Marnie, devo ammettere che è ciò che succede nel 90% dei casi di separazione, quando uno dei due esce dal baratro della dipendenza e l’altro, invece, ci resta confinato. L’episodio analizza perfettamente questa dinamica. Concludo infine lo spazio dedicato alla Marnie ammettendo che, comunque sia, sì… Ho adorato sentirla cantare (ma sarà perché adoro Norah Jones e la sua Don’t know why).
Ray / Shoshanna
La neocoppia di Girls, al contrario, sta vivendo – specularmente a Marnie e Charlie – l’altra grande impasse relazionale: l’inizio. E qui lo scarto generazionale che coinvolge il serial, si fa vivido e concreto attraverso il racconto di due persone che decidono di rapportarsi l’una all’altra nonostante i dieci anni e passa che li separano. Detto fatto, la storia inizia a vacillare: Ray è assolutamente contrariato rispetto alla ricerca di frivola mondanità di Shoshanna & Co. che “si fa strada tra le pieghe del conformismo’’, mentre Shosh rivendica il suo diritto di divertirsi come una qualsiasi ragazza della sua età, lamentando la poca condivisione di ciò da parte di un Ray stanco, disilluso e naturalmente più evoluto a livello identitario ‘dall’alto’ dei suoi trentatre anni.
Il tradimento di Shoshanna è abbastanza telefonato, ma assolutamente funzionale: il personaggio, iniziato alla relazionalità sessuale ed emotiva da parte di un uomo più maturo, esprime la necessità di sperimentarsi con i suoi simili in questa nuova versione di sé. E no, non siamo in un serial della Showtime, dove perlomeno Marnie e Ray sarebbero andati a letto insieme in un raptus di follia. Ammetto però di averlo temuto per un attimo.
Dulcis in fundo: Adam Driver / Adam Sackler


Anche qui la slash è assolutamente d’obbligo, ma per un motivo assolutamente differente: perché Adam (Douglas) Driver è un attore a dir poco meraviglioso, almeno quanto il personaggio che interpreta. Il suo discorso al gruppo degli alcolisti anonimi è un picco assoluto di intensità emotiva e scritto e interpretato incredibilmente bene.
Concludo la recensione di questo episodio con questo monologo che credo incarni, nella sua assoluta bellezza di scrittura e interpretazione, l’intento onesto di questa serie (naturalmente targata HBO come quell’a

Non do 5 stelle all’episodio per alcuni dei difetti notati di cui sopra, ma a quattro ci arrivo ben volentieri, fosse anche solo per la performance di Driver, dalla quale non nascondo che sono uscito con gli occhi lucidi.
E per lo sforzo di Lena Dunham di consegnarci – seppur con qualche comprensibilissimo difetto legato all’acerbezza della sua scrittura – un prodotto comunque unico nel suo genere che di certo non ci rende nostalgici verso i serial di qualche anno fa, quei teen – drama sempre troppo edulcorati (sì, Roswell, Shiri Appleby e compagnia bella, per quanto generi totalmente diversi in epoche assolutamente diverse, mi sto riferendo proprio a voi), scarsi o addirittura privi non solo di profondità psicologica ma anche di quella portata viscerale, di quei toccanti difetti che rendono questi personaggi così vicini al nostro status emotivo.










