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Downton Abbey

Downton Abbey: Recensione dell’episodio – 3.02 – Episode Two

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La terza stagione di Downton Abbey ha compiuto un passo in più in quella direzione che si iniziava già ad intravedere nella scorsa stagione, ossia il progressivo abbandono dei tempi e dei fasti passati e il cambiamento radicale nella società estremamente formale e legata alla tradizione che era l’Inghilterra di inizio secolo scorso. Se nelle stagioni passate si iniziava a vedere per causa della guerra questa maggiore permeabilità sociale, il dopoguerra porta come conseguenza la difficoltà economica che è un nuovo tassello che va ad incastrarsi nel cambiamento dei tempi.

Già nel primo episodio recensito da Lalla si introduceva questo tema con la debacle finanziaria di Lord Grantham ed in questo nuovo capitolo si affianca questo tema alla visione americana della madre di Cora e il suo impatto è forse anche superiore. Vengono lanciate come battute quasi irrituali ma il loro impatto va letto anche nel metacontesto di un ottica completamente nuova a cui i nobili inglesi fanno fatica ad abituarsi, ma che dovranno fronteggiare. Il mondo non è più quello di prima e il dopoguerra non ha portato una ricostruzione dello status precedente ma ha accelerato la fine di un epoca.

Lo ribadisce anche la parte downstairs, dove i costumi della domestica americana di Martha Levinson sconvolgono anche la servitù inglese, allo stesso modo in cui la madre di Cora scombussola gli atteggiamenti upstairs fino ad arrivare all’apogeo della festa vissuta come “picnic indoor”. Mai avremmo pensato di vedere qualcosa del genere nella prima stagione a prescindere dalle difficoltà economiche o dai contingenti problemi in cucina. Questa soluzione non sarebbe mai stata adottata e il solo fatto che avvenga rappresenta un punto di non ritorno molto più netto di ogni altro.

Al di fuori di questa linea di evoluzione che permea l’avvio di questa stagione a Downton Abbey (inciso: se siete appassionati e volete veramente visitarlo, non è troppo lontano da Londra, andate qui), i protagonisti cercano di far scorrere la vita com’era un tempo per quanto sia possibile. Upstairs, al di la delle vicende economiche, sono le vicende sentimentali a farla da padrone, riconfermando la vocazione soapy della serie. Lady Edith è rimasta l’unica scorfana figlia di Lord Grantham a non essersi sposata e non ce la fa più a sentirsi questo peso addosso. Morir povera va anche bene, ma povera e sola inizia ad essere troppo anche per Edith che continua imperterrita a volersi prendere per marito probabilmente l’unico uomo che non troverebbe altro (dopo essersi fatta sfuggire un ustionato nella scorsa stagione), con un cupo cinismo mascherato da un poco credibile “lo amo tanto papà, ed è sempre meglio un vecchio che un autista”; parole magiche per Lord Grantham. Almeno Edith il fatto suo lo sa. La sorella Mary invece vive di cuoricini col neo marito, ma pende su di loro la spada di Damocle dell’eredità che Matthew, con un etica da cavaliere della tavola rotonda, non vuole assolutamente utilizzare per salvare Downton. Fosche nubi si addensano sull’orizzonte degli sposini, ma le nostre invocazioni sono per evitare assolutamente una loro rottura. Dopo due stagioni di tira e molla infinito non sarebbe assolutamente sopportabile.

Il tutto è alleggerito dalla figura di Lady Violet, una magnifica Maggie Smith, che dimostra di essersi meritata l’Emmy e che con una partecipazione alla storyline principale debordante ci regala delle battute memorabili. Quando ha scambiato suo figlio per un cameriere per la mancanza dell’abito da cerimonia ho dovuto stoppare la visione perché non finivo più di ridere.

A specchio nel Downstairs, come spesso accade in questa serie, vengono mischiati gli elementi soapy, quelli comici e quelli drammatici. Citato precedentemente lo scandaloso comportamento della domestica americana e sorvolando sui dispetti tra Thomas e la O’Brien, che sono ormai stucchevoli, la parte dominante è la malattia in arrivo di Mrs. Huge, che ci regala una toccante interpretazione di dolore contenuto e rispetto per il proprio onore/orgoglio, specie nei confronti di Mr. Carson (non smetterò mai di dire che questi due personaggi sono quelli che mi riportano maggiormente alle splendide atmosfere di “Quel che resta del giorno”). Questa parte viene anche alleggerita e a tratti nobilitata da Mrs. Patmore che viene utilizzata come spalla e contraltare di Mrs. Huge e il lavoro di fino di Lasley Nicol, mi fa affermare, senza rimorsi, che quest’attrice e questo personaggio sono stati finora sottovalutati. Mrs. Patmore è definitivamente la Lady Violet del Downstairs.

Poi c’è anche la parte Bates e Anna, che se erano personaggi che ho amato soprattutto nella prima stagione, ora relegati ad una storyline sconnessa e di nessun interesse per quanto suona prevedibile, non mi dicono nulla. Spero risolvano velocemente questa parte di trama e reinseriscano questi due ottimi personaggi in storie che li sfruttino meglio.

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