
Scandal: recensione dell’episodio 3.10 – A door marked exit
Mettiamola così: questa non è una puntata di telefilm, questo è un film, questo è un piccolo capolavoro. 40 minuti così non si vedevano da tempo nelle produzioni Rhimes (e oso dire nella televisione in generale): Scandal non è mai stato scadente, ma non si era ancora arrivati a livelli così alti. L’episodio è geniale. Non trovo parole più efficace per descriverlo: trovate di storyline avvincenti, attori spaziali, regia sopraffina e soprattutto una sceneggiatura da urlo. Non si butta via una battuta; ogni pensiero, ogni scambio provoca scariche elettriche allo spettatore. Che sarebbe stato un puntatone lo si era avvertito già dall’incipit: veniamo bruscamente rimbalzati da casa Langstone a casa Beene, per seguire gli sviluppi psicologici dell’omicidio di Daniel Douglas. Il montaggio fotografico incalzante, le battute pregnanti fanno sì che queste scene sprigionino un’estrema violenza fisica e verbale. Sally che continua a dire, come in trans, “the devil came in, we came in!”, il senso di peccato (da notare come lei dica a Cyrus “I’ve committed a sin” non “a crime”), Cyrus che vomita: l’umanità irrompe sulla scena.

Il risultato? Il telefilm diventa ancor più forte e drammatico, dal momento che i personaggi spaventano per il loro realismo. Non siamo abituati a vedere passo – passo le ripercussioni psicofisiche che i personaggi subiscono a seguito dei loro atti, il mondo “reale ma non troppo” del piccolo schermo oscura i retroscena, boicotta i sensi di colpa. Fatto sta che in questo modo i crimini perpetrati si mostrano ancora più atroci, perché pare di poterli vedere realizzati nella porta accanto. Cyrus nel frattempo si è ormai preso “Metisfofele/Belzebù/Lucifero” come secondo nome e “666” come prefisso del numero di telefono, quindi se pur consapevole della sua mostruosità resta ad aiutare la vicepresidente a coprire la cosa. Ancor meno problemi si fa Mellie, maestra di understatement, che reagisce alla notizia dell omicidio con la calma con cui si parla del meteo. Ma di fatto l’insabbiamento del caso Daniel Douglas è il fatto meno rilevante di tutta la puntata, semplicemente è importante perché quello attorno a cui nascono le belle battute iniziali e il toccante momento tra James e Cyrus in cui costui, disperato, prega il marito di riflettere sulla loro situazione…dopo avergli detto di essere ancora molto innamorato di lui e di sperare nel suo perdono. I maggiori rivolgimenti avvengono nella vicenda Maya Pope: viene fuori che questo era solo uno dei tanti pseudonimi della madre di Liv la quale in realtà era una terrorista avvicinatasi a suo padre solo per spillargli documenti riservati. Ma non solo. Costei ha fatto credere a Eli, 22 anni prima, che ci fosse una bomba sull’aereo per Londra, in modo da portarlo ad abbattere il volo (causando la morte di 329 passeggeri). Niente male come rivelazione. Più che altro perché inverte ancora una volta i ruoli di “buoni” e “cattivi” che mai sono parsi così intercambiabili come in questa stagione. Elia, ad esempio, non è più il carnefice ma è la vittima in questa situazione. Ed è proprio questa la grandezza di Scandal: quando il sistema di rapporti di potere sembra definito, quando i pesi e i contrappesi paiono stabiliti ecco che tutto cambia, quando si crede di aver colto l’essenza di una situazione o di un problema qualcosa interviene a rimettere in discussioni le nostre verità. Un altro esempio?


In poche parole: Scandal arriva a metà della terza stagione in piena forma, animato da una travolgente passione e con un episodio che non costituisce un guizzo inaspettato, ma solamente il punto di climax di un percorso solido e che pare perfettamente programmato, non guidato a tratti dall’estro dei creatori i quali, si sa, talvolta rispondono più alle leggi dell’auditel che alla loro vena creativa. Scandal è vincente perché è un continuo trauma psicologico dopo l’altro, trascina con forza l’orizzonte di noi spettatore sempre più avanti, non si fa in tempo ad accomodarci sulle nostre certezze che capiamo di aver osservato per tanto tempo nient’altro che una piccola parte di un quadro più ampio. Unica nota (semi)negativa: Quinn . Resta il personaggio meno convincente invischiata in un freudiano meccanismo di “attrazione-repulsione” verso il male e i membri del B631, brancola nel buio della sua inesperienza e questo talvolta porta gli sceneggiatori a creare di soluzioni un po’ troppo calcate, che mostrano un “male semplificato”.


3.10 - A door marked exit
Capolavoro
Valutazione globale











Concordo pienamente: puntatone con i fiocchi! Ce ne vuole per riprendersi da un episodio così, con tutti questi traumi e questi continui ribaltamenti. Se c’è una cosa che ho sempre apprezzato di Scandal è la sceneggiatura, chi lo scrive sa bene quali sono le parole giuste per esprimere certi sentimenti e per tirare certe corde. Stavolta tra “the devil came in” e “you’re not a man, just a boy” c’è l’imbarazzo della scelta. E ho adorato il fatto che una volta tanto l’infallibile Olivia Pope si sia sbagliata e abbia dovuto chiedere aiuto. E Jack Ballard come nuovo Command? Can’t wait! *-*